di Stefano Jossa

(pubblicato sul Manifesto del 9/8/2011)

«Precariato» non è più uno stato, una condizione, la condizione di «quelle persone che vivono nell’instabilità lavorativa e nell’insicurezza economica», come recitano i vocabolari, ma una classe sociale, che deve la sua definizione alla congiunzione tra precarietà e proletariato. Intermittenza sul lavoro più dipendenza sul mercato: lo sostiene Guy Standing, professore di economia all’Università di Bath e autore del libro The Precariat: The New Dangerous Class (London: Bloomsbury, pp. 192, £19,99. Ne ha scritto su questo giornale Andrea Fumagalli il l’8 Giugno 2011). A differenza del proletariato – sostiene Standing – il precariato non conosce la dialettica tra capitale e lavoro, ma vede le sue relazioni di produzione caratterizzate da un coinvolgimento solo parziale nel mondo del lavoro, combinato con un continuo lavoro-per-trovare-lavoro (work-for-labour) che è sempre più essenziale ai fini dell’accesso al lavoro strutturato e di un salario decente. L’inglese, con la distinzione tra lavoro come impegno (work), lavoro come identità sociale (labour) e lavoro come attività professionale (job), aiuta a orientarsi meglio in una realtà socio-economica che le categorie marxiste non spiegano più in maniera efficace.
«Precariat», precoce anglismo o troncamento precario?, compariva già nel titolo del poemetto di Ferdinando Tricarico, precariat 24 acca, pubblicato l’anno scorso da Oèdipus (pp. 160, euro 9) nella collana di poesia contemporanea a cura di Mariano Bàino, con postfazione di Paolo Gentiluomo. Poemetto più che raccolta di poesie, perché tutto di seguito va letto per giungere al risultato che mima l’ansia da fiato mozzo di chi non vede l’ora di arrivare alla fine di un percorso nel quale non si-è, ma si-sta-in-transito, perennemente. Nella classica distinzione, discendente da Erich Fromm e recentemente proposta come strumento di riflessione sul precariato dal sito scrittoriprecari, tra avere ed essere, avere un lavoro significherà possederlo fisicamente, farne lo strumento di un’identità e la fonte di un guadagno, ma essere in un lavoro significherà espressione del sé e possibilità di un progetto; epperò Tricarico apre il suo libro con una citazione di Marcuse, dove si legge che «il compito che il lavoro pone all’esistenza umana non può essere mai assolto in un singolo processo lavorativo», ma «solo in un perdurante essere al lavoro ed essere nel lavoro». All’insegna dell’essere, appunto, salvo riconoscere, subito dopo, sempre col Marcuse dei Fondamenti filosofici del Concetto di Lavoro nella Scienza economica, che «il lavoro in quanto tale si presenta come peso poiché sottomette il fare umano ad una legge estranea che a questo viene imposta, alla legge della cosa che bisogna fare e che rimane una cosa, qualcosa che è altro dalla vita (…) Nel lavoro l’uomo viene continuamente allontanato dal suo essere se stesso, è indirizzato a qualcosa d’altro e continuamente presso qualcosa d’altro e per altri».
Il poemetto racconta la giornata di un precario dal primo drin drin della «sveglia di veglia» alle 7 del mattino fino al din don dan («oh cavolo din don dan / e non drin drin») delle 6 del mattino successivo. A questo punto si ricomincia, uguale e ciclico, perché le ore del giorno sono 24 ma quelle della vita molte di più. Parlare di precariato è ormai quasi una moda, al punto che è legittimo il sospetto che ci sia chi, privilegiato, «scelga» il precariato, soprattutto quello intellettuale, per farne uno strumento di affermazione personale anziché di lotta politica. Non è questo, però, lo specifico del poemetto, che si muove in un’orbita non sociologica, bensì espressionista, nel senso originario del termine, di dare espressione, voce, a chi quest’espressione non l’ha ancora formalizzata. Forma e linguaggio, dunque, come peculiarità di un’operazione propriamente poetica, anzi prepoetica, se con quel pre- s’intende tanto un «prima», prima dell’organizzazione testuale, quanto «un al di qua» della dimensione sociale. Non di comunicare infatti si tratta, ma, appunto, di esprimere: ossessioni che ritornano, balbettii che si associano e sovrappongono, flussi di parole che non trovano logica se non quella dello scorrere del tempo, immobile perché sempre uguale a se stesso, eppur bio- e cronologicamente in avanzata inesorabile.
Nessuno spontaneismo, allora, ma una sofisticata ricerca dell’oralità e dell’emozione: ripetizione insistente di suoni a fini polisemici («amore / verso versi / nello sversatoio / del tergiversare») fino ai confini di un demenziale subìto anziché agito («scemen de faire / scemenze del fare / affaire di scemi /savoir faire / ma lassa staire»). Qui, nell’antitesi tra saper fare e lasciar perdere, mise-en-abyme di una condizione esistenziale, quella precaria, che diventa condizione testuale di tipo anamorfico, la poesia arriva a giocare col suo stesso statuto, tra romantiche pretese di universalità (l’uno come tutti) e contemporaneissime ricerche di soggettività (l’idolo della differenza): ridotte a uno, l’assoluto del precariato, le ventiquattr’ore della giornata non raccontano più la vicenda di un singolo, ma il sinolo di una comunità. A ciò il poeta, precario anch’egli tra cielo e terra, non può che ribellarsi.

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