di Lisa Barbon

Ho letto parecchi articoli più o meno esaustivi sui tagli alla Pubblica Amministrazione, ma ciò che mi ha colpita maggiormente sono stati i vari commenti che i lettori si sono sentiti liberi di fare e che  io ho interpretato più come un bisogno di “scrivere a tutti i costi” piuttosto che un bisogno di “scrivere qualcosa di sensato”.

Personalmente ho come la sensazione che l’informazione si sia fermata al “fatto” – quindi ai tagli – sorvolando sul “come” verrà effettivamente applicata la manovra.

I commenti che si sentono per strada sono sempre i soliti e si riferiscono sempre all’impiegato medio svilito, stanco e inefficiente, che tutti abbiamo più o meno incontrato e che con la nuova riforma verrà finalmente eliminato.

Ma chi l’ha detto?

Come ha fatto una simile idea a consolidarsi al punto da far accettare il caos che si sta manifestando? Sarebbe fantastico che finalmente venissero tagliati quei rami secchi che vanno solo ad appesantire il sistema (chi non lo vorrebbe?), ma per farlo ci vorrebbe un nuovo orientamento e una capacità di valutare e giudicare le persone secondo un metodo efficace e utile a favorire un buon servizio e non unicamente la conservazione di personaggi di dubbia utilità.

Ma se la stessa nomina dei livelli dirigenziali non è frutto di una scelta meritocratica bensì il risultato della valutazione degli appoggi più o meno influenti di cui godono, difficilmente il sistema si orienterà in modo da premiare e stimolare i migliori; ciò che svilisce, tra l’altro, è la continua conferma dello spiccato spirito di conservazione di certe cariche che diventa prioritario su tutto.

Gli obiettivi della spending review, sulla carta, saranno:

– eliminare sprechi e inefficienze;

– garantire il controllo dei conti pubblici;

– liberare risorse da utilizzare per interventi di sviluppo;

– restituire efficienza al settore pubblico allo scopo di concentrare l’azione su chi ne ha bisogno.

Finora però questi quattro punti li ho visti tradurre in un solo modo: tagli ai servizi.

È la burocrazia soffocante che alimenta lo stereotipo sulla P.A.

Per esempio mi piacerebbe arrivare un giorno all’INPS e sentirmi dare una risposta esaustiva senza dover investire, con scarsi risultati, una giornata di lavoro. E invece per inoltrare un certificato ora non è più sufficiente compilare e consegnare un modulo prestampato, ora si deve fare tutto per via telematica, richiedendo un Pin (“al sito dell’INPS?” chiedo io, “No, in Internet” mi viene risposto…!) che viene inviato a casa e che poi …non funziona! Il responsabile dell’ufficio informazioni di fronte alla mia perplessità mi dice che sì, sanno che il sistema ha dei problemi e per un Pin funzionante mi devo mettere in coda e che l’attesa sarà di un’oretta circa, poi me ne devo tornare a casa e inviare i moduli telematicamente: tre settimane di tempo buttate. Alla fine sono andata a un patronato.

Non bisogna dimenticare però che della pubblica amministrazione fanno parte non solo Comuni, Province e Regioni, ma anche sanità, scuole, turismo, forze dell’ordine ecc. Già da tempo in affanno economico e che si troveranno a fare i conti ora con un’ulteriore riduzione delle risorse che inevitabilmente andranno a scapito dei contribuenti, con tagli ai servizi e non agli sprechi.

Ancora una volta ho la sensazione che la comunicazione sia stata incentrata sull’unico obiettivo di persuadere un’opinione pubblica stanca alimentandola con luoghi comuni e cliché, spostando l’attenzione dal vero problema. Mai come stavolta sarei contenta di sbagliarmi.

Svegliarsi un giorno e trovare un coordinatore che valuti un progetto che arriva da un suo sottoposto piuttosto che dimenticarlo nel cassetto, o peggio farlo proprio, o che riesca a essere meno forte con i deboli e debole con i forti; che riesca a prendere una decisione anche impopolare ma che la prenda, che non pensi solo alla propria poltrona o alla propria pensione e che si prefigga come obiettivo quello di dare importanza al valore aggiunto che può apportare a un’azienda anche pubblica un cervello fresco e propositivo, sembra più utopico del sogno del cassetto di ogni miss Italia che si rispetti: eliminare la fame nel mondo.