di Gianni Giovannelli

(pubblicato su UniNomade)

 

La manovra aggiuntiva varata dal governo italiano in pieno agosto impone alcune riflessioni non solo nella parte immediatamente connessa al rastrellamento di risorse monetarie, ma anche in quella che incide sui rapporti lavorativi (non solo in quelli tradizionali, stabili e subordinati) e modifica la struttura stessa di controllo sociale del ciclo produttivo finanziarizzato.

Il terzo titolo del decreto (articoli da 8 a 12) non è stato preceduto da alcun dibattito e neppure da alcun commento preventivo; eppure stampa e televisione hanno dedicato ampio spazio al breve incontro fra membri dell’esecutivo Berlusconi e parti sociali. Appare difficile credere che in quella riunione non si sia trattata la materia; più probabile invece che i presenti abbiano dato il loro tacito assenso all’operazione di ulteriore precarizzazione che caratterizza le nuove norme, assicurando di limitare il dissenso al mancato utilizzo della patrimoniale e alla sforbiciata delle somme destinate ai servizi sociali. Seguendo il medesimo copione già collaudato in precedenza (quando fu approvato il collegato lavoro nel novembre 2010 e quando venne introdotto un balzello nelle cause di lavoro nel mese di giugno scorso) l’intero apparato di comando politico (maggioranza e opposizione) ha creato un dibattito sostanzialmente simulato per distogliere l’attenzione sul reale obiettivo che si proponeva, onde evitare sgradite reazioni preventive; con la ragionevole previsione di presentare i giochi già fatti, in piena estate, sapendo con certezza di contare su una silenziosa approvazione da parte delle burocrazie sindacali (vedremo più avanti quale sia il loro tornaconto anche personale in termini di denaro e di potere). Il dissenso della Fiom era messo in conto, come ostacolo superabile.
Non si potrebbe comprendere la silenziosa rapidità con la quale le nuove disposizioni sono state rese operative se non si esaminasse il lavoro parlamentare che le ha precedute. Il ministro Sacconi è un prevaricatore ma non uno sprovveduto; si è formato nelle trincee sindacali degli anni settanta ed ha appreso l’arte di rendere inoffensivi gli avversari – cedendo frammenti di denaro e di potere – durante il regno di Bettino Craxi. Mai e poi mai avrebbe dato corso ad un così radicale intervento legislativo per decreto se non avesse potuto contare sull’appoggio di una fetta consistente (e rilevante) di opposizione. Il progetto di legge sul quale la ratio degli articoli 8-12 (le pretese misure a sostegno dell’occupazione) si fonda non è del governo ma del partito democratico; porta la firma non solo del senatore Ichino (la cui posizione è ben nota) ma anche di parlamentari più prudenti e meno schierati, non usi a rendere pubblico il progetto di dominio e di controllo sui ceti subalterni, condiviso da destra e sinistra.
Contestualmente all’approvazione del vergognoso collegato lavoro venne votata quasi all’unanimità una mozione d’indirizzo che richiamava espressamente il testo elaborato dal professor Ichino, senza che una tale presa di posizione della sinistra fosse stata oggetto almeno di una aperta preventiva discussione. Il ceto politico aveva deciso di imporre la propria sopravvivenza e di far pagare come al solito il costo della crisi alle nuove moltitudini; era il preludio di quanto poi posto in essere con la manovra di agosto. Infatti il presidente della repubblica Napoletano ha ricevuto il testo il 13 agosto, firmandolo senza esitazione, subito; e con la stessa solerzia, in pari data, la Gazzetta Ufficiale procedeva alla pubblicazione così che (in base all’articolo 20) poteva entrare in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione.
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L’articolo 8 del decreto 138/2011 introduce per la prima volta nell’ordinamento italiano la possibilità di una deroga generalizzata ed illimitata ai diritti minimi stabiliti per legge. Non è necessario stipulare un accordo di estensione nazionale, ma in ogni porzione di territorio, anche piccolissima, e perfino in ogni singola azienda, diventa lecito ciò che fino ad ieri non era consentito, travolgendo od eliminando garanzie acquisite in passato. Non è richiesta neppure l’adesione degli interessati, posto che a firmare sono abilitate le associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Qui sta il trucco. A livello locale ed aziendale non conta chi ha più seguito sul posto, ma solo chi dispone di una struttura nazionale (sostanzialmente solo CGIL, CISL e UIL ovvero anche solo parte di esse). Le rappresentanze aziendali possono essere solo quelle che costituiscono articolazione dei sindacati nazionali, o, almeno, se unitarie e sottoposte a voto, debbono pur sempre poter contare sull’approvazione delle centrali. Non bisogna dimenticare che le intese di Pomigliano si erano risolte nella esclusione di FIOM dalle istituzioni rappresentative dei lavoratori all’interno di Fiat, in ragione della mancata firma. In buona sostanza viene restituito alle burocrazie nazionali interconfederali il pieno controllo politico ed organizzativo, sottraendo ogni effettivo potere ad eventuali sacche di riottosi.
E’ una logica che si pone in totale contrasto con le norme comunitarie (l’Unione Europea impone la parità di trattamento fra organizzazioni sindacali) e con la Costituzione Italiana (l’articolo 39 non ha mai trovato attuazione). Ma è una logica che viene ugualmente imposta con forza e prepotenza, che ormai prevale nella regolamentazione giuridica dei rapporti di classe nel nostro paese.
Il comma 2 dell’articolo 8 indica quali sono ora le materie derogabili in singoli ambiti territoriali o in singole aziende: il controllo audiovisivo sull’attività lavorativa (il Grande Fratello vigila!), le mansioni (dunque cade il divieto della dequalificazione sul campo), il precariato (contratti a termine, a progetto, appalto di manodopera diventano liberalizzabili senza più argini, con buona pace dell’invito a contenere l’instabilità!), la cosiddetta solidarietà (ovvero cade la responsabilità del committente nei confronti dei lavoratori dell’indotto, conquistata nel 1960 e fino ad oggi mai venuta meno), l’orario di lavoro (anche le 40 ore possono essere sacrificate), l’ingaggio (si liberalizza nuovamente l’abuso dei falsi liberi professionisti in aperto contrasto con le norme della stessa riforma Biagi), la possibilità di contenzioso (per accordo si può impedire che un contratto precario illegittimo si trasformi in un rapporto subordinato normale) e perfino il licenziamento diventa opzione discrezionale e non necessariamente motivata. Chi sostiene che nulla cambia nel licenziamento dice il falso: la lettera d) del secondo comma dell’articolo 8 vieta le deroghe (in pratica impone la riassunzione) solo per il licenziamento discriminatorio (che è quasi impossibile da provare) e per quello connesso al matrimonio (ma non anche alla gravidanza; pur se contraria alla costituzione la norma consente anche di cacciare le lavoratrici incinta con il consenso delle rappresentanze aziendali).
Non possiamo e non dobbiamo dimenticare il contesto sociale, politico ed economico nel quale le nuove nome vengono calate; non è un momento di forza e di attacco quello che caratterizza oggi le organizzazioni del movimento operaio tradizionale, ma di mera difesa. L’arroccamento della Fiom (lo avevamo, ahimè, previsto perché era facile prevederlo) non ha preservato gli uomini delle sue roccaforti; non era pensabile che la via giudiziaria potesse condurli in salvo e tanto meno che lo staff di Susanna Camuso avesse davvero intenzione di soccorrerli (vogliono farli fuori e neppure celano più questa intenzione).
In vasti territori le strutture capitalistiche non esiteranno ad avvalersi della pressione violenta e militare esercitata dalla criminalità organizzata, ormai ben presente nel settore delle braccia (sia nel terziario che nel settore dei beni immateriali); nella stessa Milano l’apparato di raccolta, stoccaggio e distribuzione delle merci viene gestito da consorzi, cooperative, società di fatto rese anonime mediante oculata scelta di prestanomi. Dietro questi consorzi si celano i clan finanziari di mafia, ndrangheta, camorra. Le catene di supermercati e le società a-nazionali del trasporto già oggi hanno rapporti di committenza con le organizzazioni criminali; possiamo seriamente ritenere che i rappresentanti sindacali aziendali di questi settori possano negare il consenso richiesto da uomini armati e decisi? Ed in tempo di crisi le nuove assunzioni potranno avvenire (in modo reso legale) secondo le regole imposte dall’apparato di comando; come avveniva nel socialismo reale (e come già avviene nelle aziende italiane) i funzionari sindacali maggiormente disponibili potranno godere di vantaggi personali (lavorando meno e incassando qualche premio). L’autorizzazione, per fare un esempio, ad assumere a termine cinquanta addetti (con la certezza, data dal contratto aziendale, di vietare la conversione a tempo indeterminato anche in caso di vertenza giudiziaria) ha un valore di mercato non inferiore a sette-ottocentomila euro; ma quanti sono i rappresentanti aziendali (con salario di 1500 euro mensili) che rifiuterebbero il 10% dell’importo per dare il consenso? O ancora, di fronte ad una progressione di carriera o ad un aumento di stipendio o alla semplice conservazione del posto, quanti metterebbero a repentaglio il futuro proprio e della famiglia per negare la firma all’accordo? Abbiamo già visto quello che è successo con i referendum della Fiat, in una situazione certamente meno difficile di quella che attende la moltitudine frammentata nel territorio.
Avevamo già esaminato, in altra occasione, il caso di Pomigliano e Mirafiori, sottolineandone il carattere in qualche modo simbolico e di rappresentazione. Nessuno crede seriamente a Marchionne quando promette fantasiose nuove produzioni ed evoca mirabolanti investimenti; ma la questione relativa ai diritti sollevata dalla Fiom è stata subito percepita dai lavoratori come una trincea. Nel decreto legge (il terzo comma dell’articolo  la vittoria giudiziaria di Landini viene vanificata, richiamando anche le intese con Camuso del 28 giugno. E’ una clausola ad uso e consumo di Marchionne: gli accordi siglati da Cisl e Uil (ma non da Fiom) assumono valenza di legge dello stato e si applicano a tutti, anche a chi si era dichiarato contrario. La decisione del Tribunale di Torino (prima ancora del deposito della motivazione) viene cancellata dal governo; le annunciate vertenze individuali promosse dal sindacato metalmeccanico travolte ancor prima di essere scritte. L’estensione erga omnes di un accordo collettivo era stata esclusa dalla Corte Costituzionale mezzo secolo fa; il decreto che estendeva a tutti i dipendenti il contratto nazionale dei metalmeccanici (firmato unitariamente) non resistette all’esame della Consulta. Ora il Governo (in soccorso di Marchionne) impone come legge l’intesa separata ed aziendale. Il neoliberismo si beffa delle sue stesse regole fondamentali; e con il neoliberismo dispotico muore la vecchia ideologia liberale insieme alla consorella socialdemocratica.
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E’ un attacco senza precedenti alla minoranza dei lavoratori che contavano sulla stabilità occupazionale e su una quota di diritti; ma è anche il taglio alla speranza coltivata da molti precari di poter ottenere benefici per via giudiziaria. Con una sorta di livella il governo si prepara a parificare, con la complicità di una rete sindacale di comodo, la vecchia classe operaia e il ben più ampio mondo delle moltitudini; l’esatto contrario di quanto auspicava il buon Landini quando, in primavera, riteneva praticabile l’estensione della stabilità all’intera produzione materiale e immateriale. Le proposte di sciopero precario si rivelano dunque, e assai prima del previsto, un atto di realismo ben più praticabile e credibile di una davvero improbabile restaurazione generalizzata delle conquiste realizzate dall’operaio massa nella grande fabbrica europea. Lo sostenevamo già prima di questa manovra ferragostana. I lavoratori della ricerca, della scienza, della comunicazione, dell’invenzione, della moda, i costruttori di beni immateriali si trovavano già oltre il confine della stessa aspirazione alla stabilità occupazionale; e con loro gli uomini e le donne dell’assistenza sociale, della movimentazione merci, dei servizi. Ma anche nello stesso settore della produzione tradizionale italiana (edilizia e prodotti di costruzione, piccola chimica e farmaceutica decentrata, metalmeccanica artigianale o di ridotta dimensione, cantieristica e progettazione specialistica) spesso non si superano i 15 dipendenti, così che la stabilità è solo apparente, la flessibilità selvaggia una realtà. Nell’indotto poi la classe operaia tradizionale viene spesso sentita come un apparato ostile di controllo. La larga maggioranza era già precaria; ora la livella riunisce i settori subalterni. Il decreto legislativo definisce i ruoli, è una chiamata a raccolta di un ceto repressivo di controllo, per imporre, con la violenza della menzogna propagandistica e con la forza del ricatto esistenziale, la partecipazione alla costruzione del profitto in quella fabbrica sociale che è il territorio (metropolitano principalmente, ma non solo metropolitano). La cancellazione dei vecchi diritti non può essere fronteggiata solo con la mera difesa di quanto esisteva, visto che comunque il movimento esigeva di andare oltre (e non di genericamente resistere); si tratta di costruirne altri, nuovi, adeguati ai tempi, alle generazioni, alla composizione attuale di classe. Il maggioritario ed egemonico punto di vista precario impone di mettere all’ordine del giorno, senza indugi e senza tentennamenti, la fondazione dello sciopero precario con un programma (dal reddito alla costituzione del comune) davvero unificante e alternativo a quello del governo e dei nuovi gendarmi sociali.
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L’articolo 8 è il cuore del decreto. L’articolo 9 colpisce la manodopera affetta da invalidità (le grandi aziende potranno articolare le assunzioni obbligatorie a loro piacimento, creando reparti confine in luoghi adatti); gli articoli 10 e 11 toccano i metodi per accedere, secondo collaudati percorsi di sottobosco e/o di sottogoverno, ai fondi pubblici destinati alla formazione, ma non hanno grande portata concreta. L’articolo 12 è di un certo interesse, introducendo uno specifico nuovo reato (da 5 a 8 anni la pena), quello di sfruttamento del lavoro (sic!); a leggerlo nessun capitalista potrebbe sfuggire alla pena, posto che tutte le imprese reclutano manodopera approfittando dello stato di bisogno (e senza stato di bisogno chi mai andrebbe a lavorare!). In realtà si vuole evitare la concorrenza anomala di strutture estranee alla vasta rete di controllo, assicurando tutte le committenze alle grandi centrali di somministrazione del lavoro (non sono piccola cosa, sono veri supermercati delle braccia); mentre la quota controllata direttamente dalla criminalità (che era e rimane un reato associativo più grave e a sé stante) non risente minimamente di questa previsione (peraltro non facile da sostenere in un dibattimento, posto che deve essere poi provata violenza minaccia intimidazione). Soprattutto i committenti, dietro la grancassa di una finta norma di tutela, si sono liberati, con il comma precedente e con questo decreto, della conseguenza che a loro dava maggiore noia, ovvero il rispondere dei debiti nei confronti dei lavoratori! Nel territorio le singole rappresentanze sindacali potranno mettere in vendita la loro firma liberando (dietro compenso in fondo modesto o dietro partecipazione agli utili) le grandi imprese del capitale finanziario. Il tasso di sindacalizzazione non è mai stato così basso come oggi in Italia, i lavoratori iscritti alle tre organizzazioni sono una evidente minoranza. Eppure con il decreto di ferragosto le centrali delle confederazioni acquistano un potere che fino ad oggi non avevano mai avuto, con la possibilità di spartirlo in ogni angolo ed assicurandosi una schiera di funzionari-complici sulla pelle di una generazione intera. Il massacro delle illusioni, con questo decreto, si trasforma in oro per le milizie dei caporali.
Una considerazione di chiusura: l’articolo 1 comma 24 del decreto, pure firmato senza il minimo tentennamento da Napoletano, aggredisce una storica bandiera della democrazia e del movimento, il primo maggio. Dall’anno prossimo il simbolo dello sciopero, delle lotte, dell’emancipazione cadrà in un giorno diverso, a scelta del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Potrà essere venerdì, lunedì o domenica (con otto ore supplementari di sfruttamento), secondo l’umore del potere; la livella del dispotismo occidentale e del capitale finanziario ha parificato anche in questo le moltitudini.
Il punto di vista precario esige che fin d’ora si colga l’occasione; il primo maggio sia giornata di sciopero precario per tutti, scadenza di aperta ribellione, uniti davvero, contro.