Archivio degli articoli con tag: riflessioni

di Gennaro Carotenuto
Fonte: Giornalismo Partecipativo

Ha ragione Mariastella Gelmini a celebrare l’approvazione della sua riforma dell’Università come “la fine del Sessantotto”. Con questa espressione però la ministro non intende quello che ogni buon conservatore associa al cosiddetto Sessantotto: antiautoritarismo, antimilitarismo, liberazione sessuale, rottura della morale borghese, equilibrio nel conflitto tra capitale e lavoro. Leggi il seguito di questo post »

di Giancarlo Liviano D’Arcangelo

[postato il 15 dicembre 2010 sul blog Notte Illuminata]

Mi sorprende sempre constatare lo sgomento che in molte persone è provocato dalle manifestazioni politiche in cui l’ondata d’insofferenza sfocia in episodi di violenza. E’ come se vivessero in un mondo fatato in cui la violenza non esiste, tranne nel caso in cui non appaia nelle strade dei loro centri cittadini mentre sono occupati nello shopping natalizio. Questa violenza è l’unica che li riguarda. L’unica. E naturalmente, nelle loro pigre menti, esiste un canovaccio già pronto, che poi non è altro quello a cui ci hanno abituato i media. Comunisti, giovani dei centri sociali, teppisti, che presi da raptus di follia distruggono tutto, e le forze dell’ordine intervengono per difendere se stessi e la città, e i santi uomini delle istituzioni, pacifici e saggi, perché la pace pubblica di beni, mezzi e uomini sia presto ristabilita.  E’, francamente, una visione neppure degna di essere presa in considerazione, figlia della più totale ignoranza del più minuscolo granello di realtà. La violenza di ieri pomeriggio non è neppure lontanamente paragonabile a quella perpetuata ogni giorno da una classe dirigente priva ormai di ogni scrupolo etico-morale. Invito i grandi eroi dell’indignazione, saggi difensori della pace e della giustizia, a dismettere la propria insopportabile entropia per catapultarsi nelle periferie delle città per verificare quanti milioni di persone il cui futuro dipende direttamente dalle decisioni della classe dirigente vedono peggiorare le proprie condizioni di vita ogni giorno. Di un sistema di legislazione evidentemente orientato alla difesa degli interessi dei più forti, la cui influenza concreta nella vita ci riguarda tutti, ogni giorno. Basta pensare per qualche secondo alle proprie conoscenze. Chiunque di noi ha prove di uomini che non ricevono lo stipendio da mesi, di proposte di lavoro indecenti, di percorsi di ricchezza illeciti, di impunità totale per qualsiasi tipo di prevaricazione, di una totale assenza di tutela per i propri diritti. Li invito a visitare le fabbriche del sud-est asiatico da dove provengono i giocattoli per i propri bambini e i propri pantaloni di marca, gli scenari di guerra perpetuati per mantenere il presidio sulle riserve energetiche che garantiscono il funzionamento dei loro macchinari di produzione, le zone disastrate dell’Africa centrale da cui provengono i minerali per i microchip dei loro cellulari di ultima generazione, in cui eserciti privati, pagati da multinazionali private, utilizzano risorse del sottosuolo sparando a vista a chi osa pensare che quelle risorse dovrebbero garantire la sussistenza di tutti. Tutte queste forme di violenza dall’alto verso il basso, sono rimosse senza problemi. L’unica che li riguarda è quella che mette in discussione le istituzioni a cui hanno demandato la loro sopravvivenza, la loro proprietà, il loro diritto a essere irresponsabili. E’ uno spettacolo patetico girare per i social network e leggere i centinaia di messaggi di indignazione e di solidarietà per le vetrine dei negozi e gli sportelli delle banche, proprietà privata di gruppi di potere scriteriati che finanziano la violenza globale in ogni angolo del mondo, considerati beni comuni molto più della giustizia sociale che garantisce, solo quella, la non violenza. E’ triste ripensare ai tempi del G8 a Genova, quando l’intera nazione borghese, l’intera classe politica, l’intera classe imprenditoriale, condannarono senza appello la lotta giovanile conto gli eccessi del libero mercato, gli stessi eccessi che solo uno o due anni dopo hanno ridotto l’intera economia italiana a un muscolo incancrenito. Fa orrore notare che nessun titolo, nessun politico, nessun profeta della protesta pacifica abbia notato un nesso logico causa-effetto tra lo spettacolino vergognoso che andava in scena in parlamento, e l’esplosione dell’esasperazione pubblica.  Fa orrore pensare com’è facile dimenticare che sempre, nella storia, i molti che condannano e che pensano inerti solo alla protezione del proprio micro-interesse, hanno sempre approfittato delle conquiste dei pochi che alzano la voce. Bisogna accettare l’idea che nessun essere umano è destinato a subire per sempre. Buona entropia a tutti.

di Luca Signorini *

[pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno il 3 dicembre 2010]

Qualcuno di noi ha interrotto la prova e ha detto che non era possibile lavorare alle belle sonorità pucciniane mentre fuori si cerca la solidarietà dei lavoratori del teatro da parte di un gruppo folto di studenti manifestanti. Quindi: tutti fuori, a parlare con gli studenti. L’orchestra si è alzata, e si è diretta verso l’uscita centrale, l’incontro doveva svolgersi lì. Ed è lì che l’ho vista, è lì che è successo: a pochi metri da me, nell’ingresso adiacente la biglietteria, mentre cercavo di capire cosa alcuni componenti la direzione del teatro dicevano a quei ragazzi – adolescenti o poco più – per calmare la situazione, per evitare il peggio, rischiando (pensavo) essi stessi qualcosa di fisico, data la concitazione, l’ambiente stretto, l’ammasso di gente, l’ho vista la carica della polizia, e mi ha fatto male. Confesso che pur non essendo stata la prima volta (ho 52 anni) che mi sono trovato in situazioni simili, stavolta ho provato qualcosa che prima non avevo mai provato. Un sentimento di pena, di angoscia, per quei ragazzi che sono stati spinti con la forza – quel tipo di forza che cancella ogni discorso, ogni ragionamento, ogni umanità – fuori dal teatro. Io ho lavorato per 25 anni con ragazzi della loro età, studenti di conservatorio, vivi, vispi, capaci o incapaci ma sempre belli, sempre luminosi, anche se inquieti, anche se sconnessi a volte nei ragionamenti, anche se incoerenti, anche se furbi. Sempre ragazzi. E vedevo i miei studenti negli occhi di chi manifestava. La cosa tremenda dell’insegnamento è che mentre tu invecchi, i tuoi studenti non invecchiano mai, hanno sempre la stessa età. Non ho pianto con le lacrime per quello che ho visto. Ho pianto dentro di me. E ho provato, mentre osservavo inebetito la carica della polizia (non so se chi legge l’ha mai vista da vicino una carica: è uno spettacolo che mette in moto ragionamenti mai fatti prima, vero?) anche un’altra sensazione: quella di vivere in un paese spaccato. L’Italia sgangherata sulla quale sputiamo un giorno sì e l’altro pure, e che comunque alla fine amiamo, non era più lei. Dove eravamo? L’orchestra del San Carlo è reduce da una trionfale tournée in Cile. Ora capisco cosa voleva dire il mio amico Marco, quando mi si è avvicinato nel mezzo di quel casino di urla e violenza e mi ha detto: “Vedi Luca? A proposito di Cile, di Santiago, di Neruda che scappa? Eccolo qua il Cile, ecco Santiago”.

*musicista del teatro San Carlo di Napoli