[Andrea Libero Carbone di :duepuntiedizioni ha risposto al nostro questionario sugli stage non retribuiti presso le case editrici.]

1. A seguito della nota pubblicata da Caterina de Manuele su Facebook, in cui veniva riportato lo scambio di email con il signor Giancarlo Politi (caporedattore della rivista Flashart), c’è stato un moto di indignazione popolare, rimbalzato anche nei giornali nazionali, oltre che sulla rete. Solo sul blog di Lettera Viola risultano più di ottomila post dell’articolo in cui si parla della vicenda. Secondo Lei, come si spiega una reazione di queste proporzioni?

ALC I toni sprezzanti e sgarbati, quando non offensivi, con cui Politi si sarebbe rivolto a de Manuele sono stati certo una scintilla, ma l’entità della reazione dà la misura di una realtà strutturale e può sorprendere soltanto chi è male informato sul mondo del lavoro. Il bollettino economico di Bankitalia ha da poco valutato la disoccupazione nella fascia compresa tra i 15 e i 35 anni nel primo trimestre del 2012 al 18%. È un dato raccapricciante, soprattutto considerando che si tratta una media stabilita sugli iscritti alle liste di collocamento e che i numeri del paese reale sono ben altri. Molti accettano di lavorare gratis pur di lavorare. Al momento dell’accesso al cosiddetto “mercato del lavoro”, una quantità sempre più rilevante di giovani si trova nella condizione detestabile dell’overeducated. Si è costretti ad accettare lavori per i quali non è richiesto il bagaglio di conoscenze e di formazione accumulato in anni di studio, anche – bisogna sottolinearlo – a causa della proliferazione formidabile di proposte formative da parte di soggetti pubblici e privati che mirano a speculare sulle speranze di chi legittimamente è portato a ritenere di avere migliori chance accumulando più titoli. La qualità della formazione, però, lascia spesso a desiderare, o c’è comunque una superfetazione di offerta rispetto alla domanda reale. Lo stage fa parte integrante di questo sistema.

2. Perché secondo Lei molte riviste e case editrici, anche prestigiose, usano lo stage, che è un semplice dispositivo di formazione “on the job” per un neolaureato, per svolgere il normale lavoro d’azienda?

ALC Perché è uno strumento che permette di avere forza lavoro gratuita e ricattabile, con il minimo livello possibile di garanzia. Dalle mansioni di routine a quelle più creative.

3. All’inizio della Sua carriera esisteva lo stage? Come “si facevano le ossa” i giovani che volevano entrare nel mondo dell’editoria, dell’arte o della cultura?

ALC Io ho imparato sul campo il mestiere di editore in una casa editrice di Parigi quasi dieci anni fa, grazie a un tirocinio di tre mesi collegato alla scuola di dottorato del Dipartimento di filosofia dell’Université Paris-1 Panthéon-Sorbonne. Non avevo retribuzione né rimborsi, ma si trattava appunto del completamento di un percorso di formazione. Era una struttura piccola e indipendente, dove ho avuto modo di osservare, studiare e mettere in pratica tutti gli aspetti del lavoro editoriale, da scotch e cartone a editing, contratti, gestione commerciale ecc. All’università non avevo mai avuto modo di imparare cose del genere. Per tutto il periodo di tirocinio ho sentito di essere ampiamente ripagato in competenze acquisite, grazie alla pazienza, alla dedizione e all’apertura con cui sono stato accolto dalla redazione. Ma ho anche lavorato sodo per farmi notare, perché mi andavo rendendo conto che il mondo dell’editoria è molto chiuso, interamente basato sulle reti e sui rapporti di fiducia, dato che è costantemente esposto al logorio delle scadenze e al rischio di errori irreparabili. Appena mi sono sentito sicuro del fatto mio, più o meno alla fine del periodo di stage, ho posto la questione: se volete che continui a lavorare per voi, dobbiamo trovare un accordo. E così è stato.

4. Riporto dal sito “Artribune”: «Frequentare uno stage non equivale a lavorare gratis, semmai ad investire su se stessi […] Ovvero è un rischio di impresa, che lo stagista è chiamato a condividere». È d’accordo con questa affermazione? Se sì, non pensa che se il lavoratore si assume il rischio d’impresa, debba anche ricevere, se il lavoro va a buon fine, parte dei profitti dell’impresa?

ALC La retorica dello studente o in ogni caso dell’individuo in formazione come “imprenditore di sé stesso” personalmente mi disgusta. In ogni caso, in effetti, se si ragiona nei termini di una condivisione del rischio d’impresa, tecnicamente dovrebbe esserci anche una qualche forma di profit sharing.

5. Nel panorama delle riviste e delle case editrici l’uso degli stage non retribuiti è molto diffuso. Visti i vantaggi per il datore di lavoro, per quale motivo la Sua azienda ha deciso di non avere stagisti?

ALC In passato abbiamo accolto alcuni stagisti nel quadro di tirocini formativi, generalmente per non più di un mese e per lo più in convenzione con master universitari. Sul piano delle relazioni umane sono state esperienze molto intense e abbiamo avuto la fortuna di confrontarci con persone di grande talento. Sul piano strettamente professionale, però, il livello della formazione offerto dai corsi di provenienza in generale era del tutto insufficiente: mancavano anche solo i rudimenti delle applicazioni informatiche o un inquadramento generale delle funzioni editoriali e della struttura della filiera o ancora le tecniche di base di trattamento redazionale del testo. Soprattutto nel caso dei master universitari, l’impressione – confortata anche dalle nostre esperienze dirette di insegnamento – era che si trattasse di carrozzoni congegnati a uso e consumo dei piazzamenti accademici. L’impostazione disciplinare, teorica e astratta, era del tutto inadeguata per un corso di avviamento al lavoro, malgrado i goffi i tentativi di compensare queste lacune chiamando a insegnare qualche professionista o esperto, al quale però non si fornivano strumenti indispensabili (computer, software ecc.) Dopo un po’ abbiamo percepito il rischio di diventare parte integrante di questo ingranaggio e abbiamo scelto di fare un passo indietro. Della nostra esperienza con gli stagisti c’è un racconto in due puntate, un’inchiesta personale e parziale del mio collega Roberto Speziale, da lui stesso definita “inconcludente”, che ripercorre alcune cose che accadevano in casa editrice in varie forme non esattamente “convenzionali”, ossia, fuori dall’ottica della comunicazione aziendale vera e propria. Molto di quello che siamo come gruppo di persone e come “casa” editrice lo dobbiamo alla nostra abitudine a mantenere i piedi per terra e fare largo uso della buona pratica dell’autoironia, spesso stimolo per le riflessioni più serie.

6. Nel mondo dell’editoria il lavoro dipendente viene sempre più spesso sostituito da forme di lavoro atipico, parasubordinato e precario (stage, co.co.pro., finte partita IVA, collaborazioni occasionali ecc.). A cosa pensa sia dovuto questo fenomeno? C’è una ricaduta di qualità sui prodotti editoriali dovuta all’uso di lavoratori che sono, diciamo, “sotto sforzo”?

ALC Credo che il fenomeno non riguardi specificamente l’editoria, bensì in generale il lavoro cognitivo e il terziario avanzato. Forse, anzi, la particolarità del mondo editoriale è che in certo modo la cosa ha avuto pieno sviluppo in tempi relativamente recenti, ed è legata anche all’introduzione delle pratiche di outsourcing in una filiera che fino a poco tempo fa era ancora strutturalmente basata su organici di dipendenti interni. Le origini sono da cercare nella tendenza alla best-sellerizzazione del mercato, nella crescita dei pochi gruppi editoriali sempre più ricchi di marchi svuotati di identità, che praticano politiche aggressive di marketing basate sui numeri delle novità di cassetta e sul peso delle tirature. Sono origini che, come molti hanno indicato, risalgono almeno alla Milano di Bianciardi, antenato di tutti i redattori “sotto sforzo”.

7. In diversi annunci in cui vengono proposti stage, si può leggere che «Lo stage è più di un master superspecializzato» oppure «La nostra azienda è una vera università dove si possono acquisire molte competenze… ». A noi sembra che qui si confondano due piani: la formazione e il lavoro. Per la formazione si paga, per il lavoro si viene pagati. Pensa che nel mondo del lavoro odierno, e in particolare nel mondo dell’editoria, sia lecito fornire salario sotto forma di formazione?

ALC Delle due l’una: o lo stage è inserito in un percorso formativo dove ha funzione di tirocinio, è limitato nel tempo ed è sottoposto a un sistema di controllo e verifica delle competenze acquisite da parte del tirocinante, quindi impegna il soggetto ospite a svolgere effettivamente la sua funzione formativa, il che si traduce in fin dei conti in un bilanciamento tra le prestazioni, una sorta di baratto (sempre presupponendo che il percorso formativo in questione miri a soddisfare una domanda reale del “mercato del lavoro” e non sia a sua volta uno strumento di speculazione); oppure di fatto lo stage non retribuito costituisce una forma di schiavitù cognitiva, a tutti gli effetti.

8. Uno stagista, come qualsiasi altro lavoratore, produce valore per l’azienda. E ne produce tanto di più, quanto più alto è il suo livello di competenze. Visto che chi si avvicina al mondo dell’editoria ha già avuto un lungo, intenso e costoso processo di formazione, non ritiene che il lavoro vada compensato con un giusto salario?

ALC Credo che lo stage sia (o sia diventato) comunque una forma di rapporto troppo ambigua, indefinita e troppo poco tutelata. Se si tratta di un completamento della formazione disgiunto da un tirocinio in convenzione con un soggetto di formazione superiore, universitario o parauniversitario, cioè di un’istituzione che esercita anche una forma di garanzia, di controllo, e di verifica, allora il rapporto dovrebbe essere inquadrato non come stage ma per esempio nella forma di un contratto di formazione, e in questo senso dovrebbe essere orientato a un’assunzione in piena regola. Ma questa non è necessariamente l’opzione migliore, la più desiderabile. Se le competenze in questione però sono acquisite e ben definite, stiamo parlando di un lavoratore indipendente, di un freelance che negozierà la sua retribuzione con il cliente, non di uno stagista.

9. Si trova d’accordo con l’affermazione che ha fatto il noto imprenditore Marco Tronchetti Provera, citata anche dal Signor Politi, quando scrive che «Lavorare oggi a buoni livelli è un lusso»? E a cosa pensa sia dovuto il fatto che “lavorare bene” sia diventato un “lusso”, quindi un bene per pochi? Il lavoro equamente retribuito e titolato di tutti i diritti è veramente diventato una “merce rara” in Italia?

ALC Mi risulta in effetti che Tronchetti Provera sia uno dei manager meglio pagati in Italia e nel mondo. Se questo ristrettissimo gruppo di privilegiati esiste, e se le loro retribuzioni sono sproporzionate, è evidentemente a spese del larghissimo gruppo di tutti gli altri lavoratori mal retribuiti e non garantiti, in un contesto in cui il criterio dell’adeguatezza della retribuzione alla quantità e alla qualità del lavoro – stabilito dalla Costituzione, è appena il caso di ricordarlo – è gravemente eroso. Spacciare i diritti per un lusso è un abuso del lessico e delle idee che non può essere tollerato.