[Pubblichiamo la testimonianza di una dipendente di un’azienda pubblica del Nord Est produttivo, che preferisce rimanere anonima in quanto la causa contro la sua azienda è ancora in corso. L’articolo illustra egregiamente il colossale fallimento del progetto di ristrutturazione meritocratica con cui l’ex ministro Brunetta ha vessato la pubblica amministrazione durante tutto il corso del suo mandato. Dal pezzo si traggono anche alcune considerazioni, che lasciamo volentieri ai nostri lettori, sul valore effettivo della tanto strombazzata meritocrazia.]

“Buon giorno, 

sono una neolaureata in pubbliche relazioni e invio il mio curriculum nella speranza che la mia voglia di lavorare e di mettere a vostra disposizione le mie potenzialità, possano quantomeno suscitare una sorta di curiosità da soddisfare attraverso un colloquio conoscitivo…”

Così recita una delle tante lettere di presentazione al mio curriculum che ho inviato nel corso dell’ultimo anno: circa un centinaio, nessuna risposta.

Volta per volta le versioni cambiavano, da serie e formali a distese e discorsive fino a ironiche e informali quasi come un volantino dell’Azione Cattolica. Nulla.

D’altra parte ho 36 anni e un lavoro fisso, però sono nubile e ai colloqui di lavoro “una nubile che lasci intendere di essere single ha più possibilità di una donna sposata”.

Lavoro in un ente pubblico economico in una ridente località del ricco nord-est e mi vergogno. Mi vergogno di come passo le giornate a non fare assolutamente nulla, quando ci sarebbe molto da attivare per migliorare servizi quasi inesistenti. Ho passato i primi anni in un continuo fibrillare di proposte, progetti e richieste di mansioni di responsabilità, ma alla fine hanno vinto loro. Mi hanno svilita a tal punto che ho smesso di crederci. A un certo punto mi sono chiesta come potessi sfruttare quelle otto ore al giorno senza impazzire, visto che ero (e sono) relegata in una piccola stanzetta che divido con una persona diversamente abile con forti problemi relazionali la quale, da un paio d’anni, ha sostituito una collega con problemi psichici. Gestisco uno sportello a cui spesso si rivolge un pubblico socialmente disagiato, che devo selezionare per autorizzarne l’entrata. Per il resto mi rimangono i muri bianchi da fissare… Internet? Ovviamente solo i più alti livelli aziendali possono accedervi: non posso mica distrarmi dallo spettacolo dei muri bianchi!

Ho deciso di iscrivermi all’Università, un’esperienza tanto bella quanto difficile e impegnativa, anche perché – checché se ne dica – lì ho visto veramente premiare i meritevoli.

Ora sono laureata in Relazioni Pubbliche, conosco due lingue e sto conseguendo la patente europea in informatica, tutto a mie spese dal punto di vista economico; a spese dell’azienda sotto il profilo produttivo.

In tutto questo l’azienda ha sempre cercato di mettermi i bastoni tra le ruote, perché il fatto che fossi percepita come “la voce fuori dal coro” rappresentava il classico boccone difficile da digerire, specialmente se si considera che studiavo sfacciatamente durante l’orario di lavoro. D’altronde qual era la differenza per loro se studiavo o guardavo i muri? Hanno optato per ripicche e prese di posizioni inconsistenti pur di non farmi arrivare al traguardo, quando sarebbe bastata una scelta semplice e legittima: farmi lavorare.

Di episodi assurdi e paradossali ne ho migliaia da raccontare, al momento li utilizzo per divertire gli amici che avendo dei lavori normali non riescono a credere che possa esistere una realtà come la mia. Ma non escludo, vista la nuova manovra governativa che congela qualsiasi cambiamento in atto, di trasformare in libro tutto ciò che mi hanno fatto passare. Ovviamente il libro lo scriverò durante l’orario di lavoro.

Quando è arrivato il Ministro Brunetta, io ero quasi felice. Speravo che avrebbe mandato a casa i famosi fannulloni e che col suo sbandierato sistema meritocratico con cui pensava di premiare chi si dimostrasse in possesso di potenzialità da far fruttare, sarebbe finalmente riuscito a mandare a casa la lobby responsabile dello stato di paludosa alienazione in cui versa la pubblica amministrazione, visto che da che mondo è mondo il pesce puzza sempre dalla testa. Ed è stato proprio in quel momento che mi si è aperto uno spiraglio quasi casuale: la Regione Veneto voleva me. Tempo prima avevo inviato una richiesta di mobilità, ma chi ci credeva? Appena laureata, con in mano un contratto di assunzione compatibile con i contratti di lavoro della Regione vengo chiamata dal Direttore delle Relazioni Internazionali e pari opportunità per un colloquio conoscitivo, in seguito al quale lui decide di avviare subito le pratiche per quello che in questo caso si chiama “comando”, cioè un passaggio diretto da dove sono alla sede della Regione. Il mio Direttore, con riluttanza, verbalmente lo autorizza. Io sono fuori di me dalla gioia: finalmente andavo a ricoprire un ruolo stimolante che avrebbe richiesto impegno e predisposizione alla crescita; avrei ovviamente lavorato di più e avrei guadagnato di meno, ma chi se ne importava di fronte alla soddisfazione personale!

Sembrava tutto pronto, in attesa da un giorno all’altro dell’ordine di servizio. Invece ricevetti una lettera in cui mi si spiegava che in seguito alla riforma della pubblica amministrazione bla bla bla, il patto di stabilità bla bla bla… Niente. Tutto si era bloccato e io sono ricaduta nello stesso stagno putrido in cui la sconfitta alimenta solo tanta autoconsolazione negli altri che non hanno mai provato ad andare oltre il proprio continuo lamentarsi e l’autocommiserazione. Avrei potuto essere produttiva e invece mi ritrovo ad essere pagata per aprire la porta attraverso un pulsante e per guardare ancora i muri bianchi. Ero stata assunta per gestire e avviare un Ufficio Informazioni che qui viene confuso con la portineria. Ho creduto alla parola di chi me l’aveva proposto quando ancora non sapevo che in questa azienda la parola non vale nulla, ma è solo ciò che resta scritto in una e-mail, che qui è il principale sistema di comunicazione.

La mia voglia di fare e crescere è stata percepita con fastidio e anche quando si sono presentate altre possibilità di spostamento la dirigenza non ha mai preso in considerazione il mio nome, anche se richiesto a gran voce dagli uffici di competenza, un po’ per ripicca, un po’ perché i raccomandati non finiscono mai.

Mi sono trovata quindi a scegliere cosa fare ancora nelle mie otto ore giornaliere di “lavoro”. Ho pensato alla specialistica o magari a qualche corso di lingua. Infine ho optato per fare causa alla mia azienda. L’impegno economico è pressoché uguale a un corso completo all’Università. La cosa paradossale è che io faccio causa perché non mi fanno lavorare e perché sono stata assunta in seguito a un concorso che richiedeva una professionalità, sulla quale non è mai stato fatto alcun investimento.

La giustizia italiana mi terrà la mente impegnata per circa 3-4 anni, a sentire il mio legale, ma va bene così. La causa terrà accesa la fiamma della speranza in un miglioramento e in tre, quattro anni può succedere di tutto, e almeno non potrò dire di non averci mai provato.