di Andrea Mariuzzo

Prendete questi due giovani medici. Uno è un chirurgo, specializzato a Québec e a Sydney, dove ha anche svolto incarichi direttivi presso la Microsearch Foundation, e ha pubblicato un buon numero di contributi ad elevato impact factor. L’altra è una genetista, ha lavorato per due anni al Beth Israel Deaconess Medical Center di Harvard, producendo ricerca di alto livello e universalmente apprezzata e gestisce i fondi di un progetto di ricerca della Fondazione Hugef. Lui a 36 anni è diventato professore associato. Anche lei da 3-4 anni ha lo stesso ruolo all’università, e di anni ne ha 37.

Per quanto la differenza dei campi di specializzazione renda i due percorsi difficilmente comparabili, sembra quasi di vedere due carriere non solo brillanti, ma anche in qualche modo parallele. Invece il primo, Marco Lanzetta è stato “scavalcato” più di una volta nei concorsi per diventare professore ordinario, suscitando l’intervento ripetuto della magistratura nell’annullare procedure di valutazione chiaramente inadeguate, ma soprattutto suscitando l’interesse di Gian Antonio Stella, che in un articolo del Corriere ci ha presentato il suo caso come quello della vittima di un’ingiustizia, bloccato in una posizione accademica e ospedaliera di scarso rilievo per nessun altro motivo se non quello di non conoscere le persone giuste. Questa posizione accademica, invece, diventa eccessivamente solida e remunerativa, e quindi “rubata”, nel caso della genetista, che come tutti avrete capito è Silvia Deaglio (il suo cvsempre secondo il Corriere), figlia del ministro Elsa Fornero, persona a cui pochi si interessavano prima che si insediasse al sempre scomodo dicastero del Lavoro, ma evidentemente da anni così potente da costringere Harvard a cedere alle sue raccomandazioni.

Ecco cosa succede quando il pettegolezzo concorsuale diventa quasi un genere letterario, un discorso retorico buono per tutte le stagioni con qualche aggiustamento di comodo, in modo da non essere mai falsificabile: chi perde i concorsi è sempre meritevole, chi li vince sempre raccomandato (adesso che i posti a disposizione sono diminuiti è in voga la variante dei “figli di”), anche se spesso, in concorsi diversi, si è trattato della stessa persona, improvvisamente passata dallo status di genio incompreso a quello di colluso col potere. E allo stesso modo, quando un concorso viene annullato dal TAR perché magari mancava un timbro o si è perso l’originale di un documento di cui si ha la fotocopia, arriva un giudice a far giustizia, naturalmente spalleggiato dai periti del Tribunale, che hanno riconosciuto la magagna. Solo che i periti, dovendo essere persone competenti, sono generalmente professori ordinari dello stesso SSD del concorso, quindi avrebbero anche potuto essere, in quel concorso commissari; peggio, sicuramente saranno stati commissari in qualche altra procedura, svolta con gli stessi criteri, dove naturalmente chi ha vinto non lo meritava, e anche qui, miracolosamente, le stesse persone hanno sempre ragione (e non agiscono mai sulla base di secondi fini) quando sono chiamati dal Tribunale a esprimersi su qualcun altro, sempre torto quando sono in commissione.

Una pratica discorsiva così radicata, naturalmente, ha radici antiche, e spesso nobili e tutt’altro che poco intelligenti: forse qualcuno si ricorda un celebre passo di Benedetto Croce, che potendoselo permettere guardava con disdegno le bassezze della carriera accademica e stigmatizzava il “noto […] decalogo dell’aspirante a cattedre, il cui primo precetto è: sposare la figliuola di un vecchio professore”; qualcuno però avrà dimenticato che Croce qui faceva riferimento al sistema universitario che si era andato consolidando in Germania, ovvero nel paese che tra Ottocento e Novecento aveva offerto il modello più efficiente e più imitato di istruzione superiore e di organizzazione della ricerca.

Così come le attuali lamentele concorsuali, e così come ci si deve aspettare nel migliore dei casi da questa retorica impressionistica, nel suo discorso Croce coglieva i sintomi di un sistema, non le cause. Sì, i giovani studiosi spesso avevano grande familiarità col loro docente di riferimento, e arrivavano piuttosto spesso a imparentarsi con lui: ma questo avveniva più che altro per una serie di ragioni legate alla “sociabilità” accademica, che portavano gli ordinari a svolgere il seminario privatissimum a casa propria, mentre la moglie e la figlia preparavano il pranzo per gli ospiti. E allo stesso modo il grande potere degli ordinari tedeschi (limitato comunque dalla necessità per un giovane di ottenere ampio consenso sul suo nome nel proprio ambito disciplinare, in diverse università, per arrivare al posto di ruolo, e dal fatto che dalla qualità del suo insegnamento dipendesse l’ammontare di uno stipendio che non era affatto certo nei gradini più bassi di carriera) aveva una sua ragion d’essere, per garantire l’ampia libertà d’insegnamento e di studio in un paese in cui l’amministrazione governativa godeva di un potere particolarmente ampio, e correva troppo spesso il rischio di rendersi troppo zelante nei controlli e nelle esclusioni di personale “sgradito”.

Allo stesso modo, i casi di concorsi universitari “arrangiati” per raccomandazione in Italia sono una realtà che tutti conosciamo bene, su questo c’è poco da dire, ma quale può essere la causa? Derubricare tutto individuando nella disonestà un nostro “carattere nazionale” è un po’ poco, per chi come noi precari della ricerca pretende di essere pagato per svolgere un lavoro scientifico, forse è il caso, di nuovo, di provare ad andare più a fondo, seppure in estrema sintesi.

Stando a quanto si può leggere nel gruppo (non folto ma in generale di buona qualità media) di lavori scientifici sullo sviluppo storico e sul funzionamento sociale della nostra università, uno dei problemi si trova nel fatto che gli atenei hanno rappresentato un “campo di tensione” tra stato centrale e realtà locali fin dai primi anni postunitari. L’ampliamento a tutto il regno della legge Casati imponeva infatti un sistema universitario unico, sotto controllo ministeriale, per tutto il paese, e secondo una tale logica doveva essere selezionato il personale per i ruoli d’insegnamento. D’altro canto, però, le università attive nella Penisola precedevano per presenza e radicamento il nuovo stato, erano da secoli soggette a legislazioni e regolamenti profondamente diversi, avevano un ruolo sociale nelle realtà locali di riferimento, e riuscirono (per vie tortuose e attraverso la bocciatura di altri modelli istituzionali alternativi) a fare in modo che le procedure di assegnazione dei posti restassero sempre profondamente legate alle necessità della singola sede e alla singola facoltà. Niente possibilità di chiamata diretta, dunque, perché i concorsi avvenivano con commissione ministeriale, ma nemmeno grandi prove nazionali per l’ingresso ai ruoli, e, soprattutto, la commissione era spesso frutto essa stessa di un compromesso tra “sistema” nazionale e sede locale.

Semplificando al massimo il discorso, negli anni precedenti la massificazione degli studi universitari e il necessario aumento degli organici questa situazione non produceva chissà quali distorsioni, dal momento che un po’ ovunque nel mondo occidentale le ammissioni ai ruoli erano il frutto della scelta di un piccolo numero di specialisti, che si conoscevano più o meno tutti personalmente, quindi un sistema di reclutamento valeva l’altro, e si risolveva in una cooptazione per lo più accettata. Però, a differenza di altri modelli (che pure hanno i loro problemi, non crediamo sempre che all’estero sia il paradiso) quello italiano non si è adattato ai profondi mutamenti nel ruolo sociale dell’università avvenuti negli ultimi 40-50 anni. In sostanza, i (poco) diversi sistemi di reclutamento che si sono succeduti nelle varie riforme e riformine dell’ultima trentina d’anni hanno mantenuto intatto un equilibrio che i docenti universitari hanno gelosamente custodito chiudendosi a riccio verso qualunque tentativo di modifica: dal punto di vista funzionale, il sistema dei concorsi garantisce il massimo di discrezionalità ai docenti, con il minimo di responsabilità delle scelte. Da un lato con un concorso a un posto si potrà scegliere chiunque, elaborando i criteri giusti; dall’altro, se i propri dipendenti lavorano male il dipartimento non ha alcuna responsabilità nella propria scarsa qualità, visto che non ha direttamente assunto nessuno. La ragione per cui si riesce a mantenere un equilibrio così favorevole verso i docenti è la stessa per cui in Italia gli ordini professionali, nati per controllare la qualità dei loro aderenti e quindi per rendere la loro vita lavorativa più difficile, diventano inevitabilmente strumenti di protezione degli iscritti rispetto a chi non lo è e di promozione familiare al loro interno: lo stato italiano, pur costruito nel corso del tempo su un modello accentratore e “interventista” in tutti i campi, è sostanzialmente debole, e non riesce a imporre alle corporazioni e ai gruppi di potere la propria autorità. Peggio, per sopravvivere elemosina il loro consenso divenendo il luogo di espressione della loro volontà e di tutela dei loro interessi.

In conclusione, dal punto di vista strettamente interno agli ordinamenti universitari una soluzione alla ormai completa delegittimazione del nostro sistema concorsuale si deve agire imponendo un nuovo ordinamento per il reclutamento, o minimizzando la discrezionalità dei selezionatori (in una parola, col modello dei “concorsoni” per coorti annuali alla francese), o massimizzando la responsabilità dei dipartimenti, a cui sarebbe lasciata più o meno mano libera per le assunzioni ma che poi dovranno rendere conto della loro efficienza al momento di chiedere i soldi per sopravvivere, e chiudere se non saranno sufficientemente affidabili per l’investimento (in breve, con il modello inglese). Entrambi i sistemi, come dicevo, hanno comunque dei difetti (molto macchinoso e spesso troppo rigido nei criteri di scelta il primo; estremamente rischioso, soprattutto in un paese dove buona parte del mercato del lavoro intellettuale o amministrativo è iperprotetto e quindi inaccessibile come ripiego a chi fallisce la carriera accademica il secondo), però l’emersione di questi difetti non dovrà essere ragione sufficiente per una restaurazione dell’antico, come quelle a cui periodicamente guarda chi non è soddisfatto dell’università di oggi, senza pensare che se oggi le cose vanno male è proprio perché la nostra università è ancora quella di ieri.

In ogni caso, però, qualunque scelta si faccia tra le due, essa potrà essere messa in opera da un governo deciso ad andare fino in fondo alla questione, senza fermarsi a questioni che lasciano il tempo che trovano come la governance e altre sciocchezze da legge Gelmini. Esso infatti dovrà cambiare infatti tutti gli elementi necessari, dalle forme di finanziamento alle tutele per gli impiegati di ruolo (gli errori, prima che sia troppo tardi si correggono, quindi gli assunti che non rendono quanto devono si licenziano, non si aspetta che vadano in pensione). Soprattutto, però, dovrà avere una visione d’insieme dei problemi, perché i limiti del reclutamento universitario si ripetono ovunque, e risolverli solo negli atenei sarebbe inutile senza un più generale mutamento di indirizzo in tutti gli ambiti professionali. Alla fine, come dicono le parole stesse, la soluzione a problemi strutturali avviene con soluzioni di natura strutturale, effettuate da un governo che dovrà essere abbastanza legittimato sul piano dell’opinione pubblica e forte da poter distruggere una corporazione senza lasciarsi impietosire dai suoi lamenti mentre le sta schiacciando il cervello sotto il tallone. Lo avremo mai?