di Valentina Fulginiti

L’infelice battuta di Michel Martone sulla “sfiga” dei fuori corso universitari ha generato un profluvio di risposte, in questi due giorni.

Una caduta di stile? Sicuramente, ma forse in un modo più profondo di quanto non si sia detto finora. Il punto non è che “sfigati” è un’espressione infelice, poco rispettosa o anche offensiva; il punto è che un viceministro non può limitarsi alle battute, alle “sparate”, alle trovate simpatiche buone solo per cercare la visibilità ad ogni costo.  E di fronte a questo scivolone mediatico non si può fare a meno di pensare a quanto fosse ingenua l’euforia per questo cambio di governo, che non rappresenta certo un profondo cambiamento di cultura. Queste persone chiamate a governarci (?) non rappresentano poi una cultura tanto diversa dal televisismo imperante, dalla spettacolarizzazione che caratterizzava gli esecutivi precedenti. Certo, alla commedia di rutti e sgallettate si è sostituita la commediola milleurista, ma non pare che un’uscita del genere testimoni un vero cambiamento culturale, né che testimoni una rappresentanza, o anche solo un’apertura politica a classi diverse. Il lessico è solo una spia: abbiamo avuto “bamboccioni” (centro-sinistra), “fannulloni” (estrema destra), e “sfigati” (qualunquismo tecnico).

Difficile notare una qualche evoluzione positiva.

Seguendo il dibattito sulla rete, è tutto un rimbalzo di osservazioni personali. Si va dal “Ma che ha detto di male? Mica ci si può laureare a 40 anni” fino all’incalzante “Martone, sei solo un raccomandato”. E ci si perde a discutere se siano più gli studenti lavoratori o quelli “fannulloni”, se laurearsi a 28 anni (con o senza attenuanti) sia effettivamente da sfigati. Ma questa selva di commenti prova solo la fallacia dell’osservazione originaria: il suo latente individualismo.

Addebitare i ritardi storici della società italiana alla mancanza di volontà dei singoli è una manovra ipocrita. Di più: è fare – scientemente, consapevolmente – anti-politica, che a sua volta è una delle più perniciose ideologie di questi tempi. Un po’ come credere che la FIAT sia in crisi per le pause degli operai (ogni riferimento a persone, cose o amministratori delegati è puramente intenzionale). Ed è deprimente vedere che qualsiasi discorso politico sulle condizioni del precariato si riduce al battibecco del piccolo tribunale moralista internettiano, dove si discetta – sempre azzannandosi tra noi “sfigati”, ovviamente – su chi siano i veri “fannulloni”, i veri “fighetti”, i veri “figli di papà” e via dicendo. Frattanto, si propone di abolire il valore legale del titolo di studio – una proposta in sé non necessariamente negativa, ma che declinata all’italiana incute terrore – e tutto tace.

Io da un viceministro (ma anche da un politico eletto in parlamento, da un delegato sindacale, o da ciascuno di noi che cerca di agire politicamente nel proprio quotidiano), non voglio l’ennesimo invito a considerare qualcuno (per definizione, qualcun altro) come uno “sfigato”. Questo lo fanno già la televisione, la pubblicità o il barista che mentre mi prepara il cappuccino spara cazzate livorose contro quell’università che magari gli sarebbe tanto piaciuto frequentare. Ma il parlamento non è un bar, e dalla politica mi aspetto altro. Mi aspetto, per esempio, che smetta di produrre “sfigati”, o – più rispettosamente, precari, disadattati sociali, persone senza prospettive, non-salariati e nuovi schiavi. Perché, per dirla alla Martone, l’università italiana è una fabbrica di “sfigati”, che piaccia o meno. Ma questo non ha niente a che vedere con la tempistica dei singoli, bensì con tanti altri fattori, come l’assenza endemica di strutture, la mancanza profonda di orientamento (prima, durante e dopo l’università), il provincialismo dei troppi docenti che masticano un inglese degno di Fantozzi, le gimkane di piani di studio cambiati anche tre volte in pochi anni, l’ipocrisia di credere che a uno studente “meritevole” basti sentirsi promettere un’astratta “idoneità”, senza poi ricevere il becco di un quattrino.

Limitarsi a rispedire al mittente l’accusa del viceministro (“Sfigato sarà lei”) è un ragionare di pancia: va bene sull’onda dell’indignazione, che dura un minuto e poi si clicca la notizia successiva. Ma nel lungo periodo dobbiamo sforzarci di discutere politicamente, senza farci intrappolare dalle seduzioni della meritocrazia – un discorso inzuccherato che promette la salvezza a uno solo di noi (il più “bravo” o il più “disponibile”, o magari solo il più “servile”) in cambio della rovina di tutti gli altri. Quegli sfigati.