Proponiamo ai lettori di PrecarieMenti una lunga e densa intervista con Roberto Ciccarelli autore, insieme a Giuseppe Allegri del libro “La furia dei cervelli“. Le domande sono a cura di Flavio Pintarelli. A jumpinshark un ringraziamento per le integrazioni e i consigli.

Eccoci siamo venuti per poco/perché per poco si va, come satelliti sulla città/catalizziamo l’energia partendo dalla realtà.

Colle der Fomento, Vita

Insieme a Giuseppe Allegri hai scritto un libro che si intitola “La furia dei cervelli”, ma leggo in una didascalia del blog che avete creato per discutere e rilanciare questa pubblicazione e i suoi temi che il libro è solo la “manifestazione cartacea” di un più ampio “network politico e sociale popolato da una combattiva comunità di freelance, lavoratori indipendenti e di cittadini non riconciliati con la vita al tempo della crisi e dell’austerità”. Ti chiedo perciò come e in che luoghi si concretizza l’attività di questo network?

La furia non la considero solo un libro, o un blog, ma una connessione tra la scrittura e le pratiche culturali e politiche. L’abbiamo scritta in un raptus: 27 giorni, convogliando il lavoro di anni, la serie dei concetti, la fatica delle pratiche, in una scrittura chiara, feroce, ragionante. Non è importante chi scrive, ma la moltitudine di «noi» che l’hanno pensata e vissuta insieme agli scriventi. Il libro e il blog sono una membrana, l’intensificazione di una vita che altrimenti resterebbe dispersa. Con il tempo mi sembra che la cosa più importante del libro sia la dedica: “alle lavoratrici e ai lavoratori dello spettacolo che hanno occupato il teatro Valle il 14 giugno 2011: com’è triste la prudenza!”. La “furia” è un operatore semantico che deriva da questa azione diretta senza la quale non sarebbe scaturita quell’energia che ci ha spinto – con violenza – a scrivere qualcosa che mai avremmo potuto, e forse voluto, scrivere. Ma vorrei fare uno scarto rispetto a questo ragionamento. Non è l’occupazione reale del teatro, né una vertenza professionale specifica, ad avere spinto la furia ad emergere, a spingere l’indignazione e la rabbia a trasformarsi in creazione. È stato qualcosa di più segreto e, se vuoi, di più intimo. Il primo giorno dell’occupazione sono entrato in teatro alle 11 con gli occupanti, dall’ingresso degli artisti, poi insieme sul palco. Assemblea. C’erano 500 o 600 persone: Giorgia, Silvia, Orsetta e Ilenia dissero: “Benvenuti al teatro Valle. Benvenuti nella lotta che è da sempre nostra. Occupiamoci di ciò che è nostro”. Ciò che è importante sta in questi pronomi, “nostro”, “noi”, usati in maniera performativa e non rappresentativa, da persone che non si conoscevano prima. Nell’uso emerge una potenza impersonale e pre-individuale, e profondamente collettiva, quella che Deleuze definisce “phylum”, preliminare dell’individuazione e della produzione di un affetto. “Nostro”, come pronome, è un operatore intensivo che ha velocizzato i corpi e le menti, producendo una sintesi tra eterogenei assoluti – e gli intermittenti, precari, cognitivi sono il disparato più disparato che c’è: individualisti, risentiti, corporativi, figli di puttana. Questa connessione ha permesso di intensificare un concetto (“teatro valle bene comune”), solidificare una pratica (occupazione), affermare un diritto (il reddito e il welfare per gli intermittenti dello spettacolo). Una forza è apparsa. In altri momenti, ci sarebbero voluti secoli per uscire dall’invisibilità, dalla rimozione del fatto che chi fa cultura è un lavoratore. Dicendo “nostro” c’è voluto un nanosecondo. La furia dei cervelli è una scrittura inutile senza questa connessione permanente con gli affetti e le pratiche: l’amore e l’odio, la tristezza e la gioia, la malinconia e la felicità. L’attività del network, ancor prima che nella costruzione di una coalizione tra categorie, soggetti, parti sociali sta dunque nella connessione permanente tra la mano e il seno, l’ape e l’orchidea, il cervello e la pratica dell’intelligenza, l’azione e l’attore.

Quello che fate nel libro è un percorso che si potrebbe definire “genealogico” sulla figura del lavoratore della conoscenza e sui dispositivi discorsivi attraverso cui questa viene prodotta. È a partire da questo percorso che voi proponete di rovesciare il cliché della “fuga dei cervelli” nella formula che dà il titolo al vostro lavoro, ovvero nella “furia dei cervelli” una sorta di “urgenza politica” dell’intelligenza. Potresti spiegarmi meglio questo concetto?

Se c’è un’urgenza politica, è l’emersione della vita come forma politica intelligente. La “fuga dei cervelli” la riduce all’impatto che le “scoperte” dei ricercatori universitari precari emigrati (preferibilmente informatici, biologi, ingegneri, medici o inventori) avrebbero sul Pil nazionale. La “fuga dei cervelli” è un’espressione ormai idiomatica tradotta dalla sociologia anglosassone per cui l’attività conoscitiva sia misurabile con un prezzo, una specie di fisiocrazia condita con la peggiore neuro-fisiologia: il cervello è una cosa senziente, un valore, che sta in un’economia in equilibrio: c’è una quota di “brain-drain” e una di “brain-gain”. Il valore di un’economia della conoscenza starebbe nell’equilibrio di questo rapporto, che vede l’Italia ultima nelle classifiche Ocse. Come sempre i dogmi neo-liberisti riducono l’economia ad un discorso meccanico e, allo stesso tempo, misterico. L’urgenza politica sta nel rovesciare questa retorica, e il dispositivo politico che essa comporta, e tornare sulla terra, lì dove emerge una vita come forma di intelligenza, capace di attività, e di strappare diritti, creare istituzioni, moltiplicare gli affetti, ora, adesso. Per farlo è però importante ricostruire la nascita, e l’uso, degli idiomi dominanti. Nella “fuga dei cervelli” c’è innanzitutto un effetto narrativo basato sull’auto-compatimento di un paese verso se stesso e i suoi figli «meritevoli», e solo quelli, costretti ad andare all’estero per lavorare. Risuona, in questo patetico ripiegamento, il mito dell’”italiano brava gente”: ieri erano i minatori o i contadini (mio padre mi racconta che metà della mia famiglia è emigrata negli Usa tra il 1900 e il 1940), mentre oggi sono i ricercatori. Poi c’è l’aspetto economico: la “fuga” valorizza l’emigrazione come «risorsa umana», ma solo degli italiani, non della singolarità qualunque, universale, cosmopolitica. È a questa idea dell’individuo che si rifanno i «democratici» che considerano le migrazioni una «risorsa» per il paese. In terzo luogo, emerge la linea razzista quando si afferma il diritto degli italiani a trovare all’estero i diritti negati in patria, mentre nega la stessa cosa ai migranti che arrivano nel nostro paese. L’università e la ricerca dunque c’entrano, ma fino ad un certo punto. La «fuga dei cervelli», è inoltre una finzione retorica che cancella la vita di chi non può permettersi di essere un “cervello” in Italia. È la peggiore delle dannazioni: negare il presente, oltre che il futuro di milioni di cittadini totalmente esclusi dal patto sociale. Subiamo un genocidio, e continuiamo a parlare di «fuga dei cervelli»! È un rovesciamento iperbolico, la logica conseguenza dell’opportunismo cinico e cortigiano sul quale è costruita la nostra società, la statistica ufficiale e l’informazione. Tutti pescano in questo campo per descrivere la vita in Italia: sindacati, Confindustria, quotidiani e Tv. E infine c’è il discorso sulla ricerca scientifica. La “fuga dei cervelli” riduce le potenzialità della vita (tra cui c’è anche la conoscenza) al miliardo di euro che essa sottrarrebbe in brevetti alla produttività nazionale. Questa idea è semplicemente ridicola. Nella ricerca scientifica tutti sanno che è impossibile misurare il valore di una ricerca sul singolo. Si lavora sempre in équipe e l’appartenenza di un “cervello” ad una nazionalità non conta nulla. Emerge in questa dicitura il nazionalismo economico indotto dalla crisi: non interessa il “cervello” in sé, l’individuo, ma dove e per chi esso produce. Lavora negli Usa, o in Brasile, allora sottrae il Pil all’Italia! Così facendo anche chi “fugge”, e fa bene a farlo, il mondo è grande e va conosciuto e amato, non viene considerato come una persona, o un lavoratore della conoscenza, che evade dall’inferno italiano perché non ha alcun diritto e viene trattato come una larva.

Rimanendo ancora sul rovesciamento della narrazione tossica da “fuga dei cervelli” a “furia dei cervelli”, ci spieghi come si passa da un vettore all’altro e qual è la mobilità tra l’uno e l’altro. Non credi che si rischi di scadere nella polemica sterile e di operare un rovesciamento meccanico?

Il rischio di “meccanicismo” non c’è, perché quello dalla fuga alla furia non è un semplice rovesciamento. L’assonanza permette il passaggio, concettuale, dalla soluzione fittizia proposta dalla “fuga dei cervelli” alla creazione di un problema: come esprimere le potenzialità di una passione, la furia appunto, è l’indice della produzione di una nuova vita e di una nuova conoscenza? È il consiglio del vecchio Bergson: è preferibile porre le domande giuste, non offrire risposte generiche. La “fuga” è un vettore disincarnato, neutrale, mentre la “furia” è una passione femminile che si definisce nell’atto, non in un’essenza. La performatività dell’atto consiste nella fuga sul posto, nella trasformazione che il soggetto della furia produce su se stesso, prima ancora che proiettarsi all’estero, in una diaspora. L’idea che il soggetto sia subalterno alla sua fuga, ne sia agito e vittima, è una costante nella retorica della “fuga dei cervelli”. Nella furia, invece, è il soggetto che si disloca rispetto a se stesso, fugge, scarta e rinasce in un’altra forma. Questa trasformazione non può essere prodotta solo dal sistema formativo. La scuola, l’università, il master sono pur sempre apparati di disciplinamento, e di civilizzazione del soggetto rispetto ad un’ipotesi di inserimento sociale o professionale, che mai lo indurranno a cambiare, o vivere diversamente. Non occorre rifarsi alle ipotesi di descolarizzazione della società di Ivan Illich, o a quelle più generalmente anti-autoritarie, per scoprire che non è questa la funzione che dovrebbero avere queste istituzione nell’individuazione del soggetto, la sua socializzazione e, infine, la sua formazione. La furia è questo processo immanente, impersonale e collettivo, basato sull’individuazione, sulla differenza e la generazione di nuovi diritti, sul virtuosismo del conflitto politico. Il passaggio dalla fuga alla furia avviene su questo terreno estremamente importante per una società che dovrebbe essere fondata sulla conoscenza, sul terziario avanzato e sui servizi, sul capitalismo immateriale e cognitivo. Quella italiana non lo è mai stata, anche se – come tutte le altre – è stata costruita in funzione di questa trasformazione. Nella scuola o nell’università si è registrata, dal 1989 al 2010 – cioè il ventennio delle contro-riforme che è ormai giunto al suo fallimento conclusivo – una catastrofe organizzativa, epistemologica, sociale, oltre che dei diritti del lavoro e dello studio, a cui bisogna purtroppo aggiungere il retaggio corporativo di tutte le istituzioni del sapere, oltre che del mercato.

Che rapporto c’è tra il cognitariato in diaspora dal nostro paese verso l’estero e quello, complementare, che deriva dalla scarsa capacità del nostro sistema educativo di attrarre intelligenze al di fuori di contesti “promozionali”?

Se la vogliamo prendere sul serio, la “fuga dei cervelli” è l’effetto dell’implosione della cosiddetta “bolla formativa”, cioè del capitalismo informazionale basato sulla formazione continua, la riduzione dell’istruzione a contabilità dell’intelletto generale, che si è trasformata dal 2003 in una recessione. Ma questo non è un processo solo italiano. La recessione cognitiva è un fenomeno globale, le cui basi si trovano a partire dal 1971, quando sul Times fu pubblicato uno studio che annunciava le basi della crisi attuale: il sistema della formazione produce un numero di laureati, specializzandi, esperti non impiegabile dal mercato che invece, per la natura intensiva della produzione immateriale, ha bisogno di altissime specializzazioni e di una rete delocalizzata di filiere che operano in autonomia e moltiplicano il precariato, distruggendo il valore intrinseco del lavoro della conoscenza, che è sempre più un lavoro a cottimo da braccianti intellettuali e nient’altro. Questo significa: meno iscritti all’università (dal 2003 in Italia si iscrivono 43 mila persone in meno), alto tasso di abbandono della scuola (il 70% arriva al diploma), aumento del lavoro in nero e dequalificato, soprattutto nei servizi alle imprese, dismissione dell’istruzione pubblica costruita sul modello humboldtiano. Avviene in Inghilterra dal 2010. l’aumento astronomico delle tasse volute dal governo Cameron ha causato il crollo delle iscrizioni, in un solo anno, dell’8%. La recessione cognitiva cancella il legame tra formazione e occupabilità, oltre che quello tra utilità sociale dell’istruzione e cittadinanza. Di tutto questo sono consapevoli i movimenti studenteschi e quelli del lavoro della conoscenza, almeno dagli anni Novanta ad oggi, in tutto il mondo.

[continua]