di Matteo Pascoletti

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell’Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l’hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo.

Primo Levi, La chiave a stella

 

Cara Silvia,

leggo questo tuo post che per un due-tre giorni ha invaso pacificamente le bacheche Facebook dei miei contatti (sono all’antica: non tutti sono “amici”) in un tripudio di “oh, finalmente qualcuno che lo dice”, “brava”, “leggete tutti”, e mentre leggo sento salire ondate di disappunto e di fastidio. È un fastidio che in me, per esperienza diretta (sono all’antica: preferisco parlare di ciò che conosco), si fa largo o quando uno scritto tocca punti che non vorrei fossero toccati, per orgoglio o pudore, o perché l’articolo in questione mi pare ambiguo, e in questa ambiguità c’è qualcosa che trovo eticamente riprovevole; riprovevole magari per buona fede, ché come si dice spesso “la strada che porta all’inferno è lastricata dai migliori intenti”, ma pur sempre riprovevole alla mia coscienza.

Cara Silvia, il tuo articolo, ma io sono sicuro della tua assoluta buona fede, è profondamente falso, come minimo è impreciso. Quando si scrive per dare testimonianza, quando si sceglie di farlo e si passa il Rubicone tra pensiero e discorso pubblico, si dovrebbe parlare autenticamente di sé, e fare esempi diretti, trasparenti, o usare metafore in cui si capisce qual è il punto A e quale il punto B del traslato. Tu usi un “io” e un “noi” molto retorici, e dunque molto scorretti, perché il tuo lettore può estenderli tranquillamente a una generazione di lavoratori precari, e non soltanto a te o a persone che conosci direttamente; lo può estendere anche a chi, magari, ha una storia molto, molto diversa dalla tua o dagli esempi cui ti limiti ad alludere, a fronte della precisione delle accuse che lanci. E questo tuo errore io umanamente lo capisco, capisco certa acredine e certa bile, conosco questo tipo di veleno che si sprigiona quando nel quotidiano ci confrontiamo con quell’astratto che miete vittime, e quando l’astratto comincia a uccidere, scriveva Camus, bisogna confrontarsi con esso, e non è mai facile.

Ma il tuo articolo confonde e sovrappone concetti come privilegio, premio, lusso, con diritto, sacrificio, investimento, impegno. E mescola anche concetti come vocazione, dignità attraverso il lavoro, contributo al progresso materiale e spirituale di una società, aspirazione con velleità, capriccio. Infine mi pare mescoli tutt’assieme quello che è il libero arbitrio, ossia la libertà di scelta di una persona, con le possibilità reali di scelta, che invece dipendono anche dall’ambiente circostante.

C’è chi a vent’anni, per permettere ai figli di studiare ha rinunciato a qualcosa, si è metaforicamente tolto il pane dal tavolo per darlo al figlio, e nel farlo ha scommesso sul futuro, ha compiuto un atto di fede (o di laica fiducia), e chi invece ha preso la carta di credito dal portafoglio dicendo “uè, il Roberto mi vuol diventare medico come il suo papà”.  Il tuo articolo mi pare che denigri tanto il primo quanto il secondo, e che li metta sullo stesso piano. Strana idea di uguaglianza sociale!

Insomma, mi pare che il tuo articolo abbia assimilato, ma sono sicuro che non l’hai fatto apposta, e che sei un buona fede, quella forma mentis da personalità autoritaria che scarica tutto verso il basso. C’hai i soldi? E allora sei bravo. Non c’hai una lira, e pure se ce l’avessi saresti fesso, ché intanto siam passati all’euro? Sei uno sfigato, ti sta bene, tiè, va’ a lavurà, terùn (pure se sei di Bergamo). Come un Sallusti qualunque che dice (cito a memoria ché sono antico, ma voi usate You Tube) “se a 38 anni non ti sei fatto una casa sei un fallito”. Che uno pensa a Leopardi, che era un mantenuto e scriveva proprio le lettere al Papà-Conte per chiedergli i soldi, e dice “eh, che fighetta Giacomo, lui e il suo amico Ranieri, andate fare il pane, sciò, a lavurà terùn”.

Uno che ha una vocazione, o riconosce delle semplici capacità e attitudini, magari ai vent’anni che tu dici, si deve confrontare con l’assurdo, più che con i  suoi compagni delle superiori che hanno scelto il lavoro manuale. E si deve fare domande un po’ zen, un po’ pop, per nulla Popper, come “ma se sono pesce, perché nuotare dovrebbe essere una colpa?”.

Tipo:

Individuo – Buongiorno, io avrei scoperto, che vorrei fare l’insegnante, ché ci sono portato. Giuro.

Società – Aspetti che controllo sul manuale di procedure. Dunque… Ottimo! Allora, guardi, lei dopo la laurea deve fare la SSIS, che è una scuola in cui lei praticamente ha l’obbligo di frequenza e deve fare corsi su materie che già conosce e in cui magari ha preso 30 e lode o ha pure preparato tesi di laurea e di dottorato. Poi ci sono tutta una serie di regole, ad esempio, se lei non ha un dottorato, ma decide di concorrere, non può fare entrambe.

Individuo – Scusi, ma io sto guardando i programmi di alcuni esami, e ho notato che addirittura ci sono libri che ho già studiato. Posso avere un esonero, almeno per quei libri.

Società – No, non può.

Individuo – Senta, io avrei intenzione di partecipare al bando per il dottorato, ché almeno se vinco un assegno posso mantenermi, e poi riesco a fare entrambi, anche se con sacrifici…

Società – No, non può.

Individuo – Ma perché scusi? C’è chi fa Presidente di Regione e Deputato, io non posso fare due attività attinenti al mio lavoro?

Società – No, non può. È il regolamento.

Individuo – E scusi, ma se c’è obbligo di frequenza quando posso lavorare? Perché mi devo mantenere.

Società – Capisco. Be’ può lavorare di notte.

Individuo – E come faccio a studiare, se ci sono sessioni d’esame con nove-dodici esami, e devo frequentare di giorno o di pomeriggio, e lavorare di sera? Mica posso lavorare quando voglio io…

Società – Aspetti che controllo sul manuale di procedure… mmm… Cazzi suoi!

Individuo – Ma scusi, io vorrei fare questo lavoro, cioè l’insegnante, alla mia età sono consapevole di quello che so fare o no.

Società – Lei è viziato! Fighetta! Fannullone! Vada a scaricare le cassette della frutta a cinque euro l’ora!

Individuo – Senta, magari non c’entra nulla, ma… le hanno mai detto che lei assomiglia a Brunetta?

Ecco, arriva un punto, nelle discussioni sul precariato, in cui faccio più o meno questo discorso “guarda, io non solo non ho mai fatto stage gratuiti, ma ho pure mandato a quel paese svariati lavori sottopagatissimi, però in quanto morto de fame, arriva un punto in cui devo dire sì per mero spirito di sopravvivenza e non ti dico le ansie notturne che c’ho, e non ti dico quanto sono stupito ogni mese che riesco a pagare l’affitto, e non è che se ci riesco mi senta particolarmente bravo o realizzato o non-fighetta. Sì, non ho una malattia incurabile, però non vorrei aspettare di avere un tumore per potermi lamentare di qualcosa, sai? Se avessi vent’anni, non potrei vivere con il lavoro che ha fatto mio babbo e con cui mi ha mantenuto mentre studiavo (in parte), non potrei, come si suol dire, contarvi per mettere su famiglia; e c’è caso che mio babbo, se avesse vent’anni oggi, manco riuscirebbe a farsi assumere in quell’azienda. Che fare?”

Il tuo articolo non solo non dà alcuna risposta. Ma proprio non si pone la domanda. Il tuo articolo scarica la responsabilità sull’individuo. Ecco. Mi ricordi un lettore gramelliano che, a furia di farselo ripetere dal mondo tutti i giorni, alla fine trova la voce un po’ bonaria che lo convince: esistono davvero che ci siano posti da panettiere a 2000 euro, ma nessun giovane precario del lavoro intellettuale lo vuole fare perché, come dici tu, è un fighetto e non si vuole sporcare le mani.  Poi però arriva l’imbecille (io: QUI) che si fa una domanda in più e scopre che in realtà, quel posto da panettiere è un corso di formazione a pagamento, in cui è richiesta esperienza, e dei 2000 al mese manco l’ombra. Però, oh, mi ha risposto il vicedirettore della stampa, aspetta che lo racconti alla cena degli ex compagni di liceo!

Il tuo articolo, al limite, a quel “Che fare?” propone come soluzione implicita il suicidio collettivo, ma tu capisci che il suicidio collettivo non è roba da fighetti, per cui o non è una soluzione da te proposta, e ho letto male io tra le righe, o tu e i tuoi amici non siete davvero fighetti, e allora devi tipo delle scuse a tutti quelli che verranno inclusi dai tuoi lettori in quel “noi” così ambiguo e superficiale, o Silvia così antonomasia di te stessa.

Tu scrivi:

Perché noi possiamo permettercelo anche a trentacinque anni, ma loro non potevano permetterselo nemmeno dieci anni fa, e così hanno semplicemente scelto strade meno creative e, almeno apparentemente, meno rischiose. Adesso forse siamo tutti ugualmente felici o infelici, ma intanto il mercato del lavoro intellettuale lo abbiamo sputtanato noi, perché siamo noi che facciamo il mercato.

“Noi facciamo il mercato”. Noi chi? Tu e i tuoi amici, e sticazzi, alla fine, gli inglesi di quell’articolo del The Guardian? Non si capisce, ma mi pare una grossolana enormità, questa tua ultima frase, che pure è centrale nel tuo pensiero.

Per quel poco che da capra sfigata presuntuosa ho capito della vita, il problema sai qual è? Gli è che siamo su una nave che affonda, il capitano è il primo a essere scappato, e tra quelli rimasti sulla nave quelli più svegli e lucidi stanno a discutere, curriculum alla mano, su chi ha provocato il naufragio, proponendo ogni volta criteri obiettivi e certi per motivare la scelta del colpevole. E, se posso permettermi un consiglio, più si riesce a capire che la barca è grande, e ampia, e popolata, e a viverla come tale (ché l’astratto uccide, ricordiamocelo), meglio è. E comunque ciò non garantisce il salvataggio.

Ma forse sono io che ti ho frainteso, come si suol dire in questi casi.

P.s.

Il lavoro gratuito non è un hobby. È sfruttamento, e divide il rapporto di lavoro in sfruttatore e sfruttato. Poi magari lo sfruttato, per vivere meglio, si convince che chiamare “hobby” il bastone diminuisca il dolore.