di Cristian Perniciano*

Inizierò da qualcosa di recente, per non tediarvi con troppa storia, ma fidatevi di me, si potrebbe iniziare almeno dal 1992. Vi ricordate la legge che ha introdotto il “gradone”? Forse sì. Perché di questo si occupava la stampa, quando sull’abrogazione del gradone ha fatto la campagna elettorale la coalizione di centrosinistra, e i sindacati spiegavano quanto intollerabile fosse il gradone, mentre la legge 243 del 2004, oltre a stabilire il famoso “gradone” innalzava l’età per il diritto a pensione di vecchiaia dei destinatari del contributivo da 57 a 65 anni da un giorno all’altro. Qualcuno ve lo aveva mai raccontato?

Probabilmente no.

Si parlava solo dei lavoratori di 56 anni che avevano la legittima aspettativa alla pensione, e non potevano vedersela ritardare di 3 anni da un giorno all’altro.

Nessuno diceva che un lavoratore di 35 anni magari poteva avere la legittima aspettativa ad andare in pensione a 57 anni, e quindi non abbiamo letto titoli cubitali su questo spostamento di 8 anni da un giorno all’altro.

Chissenefrega dei destinatari del contributivo, cominceranno a interessarsi alla pensione tra una ventina di anni. Per ora lasciamo che credano che una pensione non l’avranno mai.

Per questo vorrei spiegarvi la riforma delle pensioni inserita nel Decreto “Salva Italia”, quindi “Salva Europa” quindi in fondo “Decreto Salva Mondo”.

No, non vi spiego le modifiche alla pensione di anzianità, non vi parlo dei disincentivi possibili per i destinatari del retributivo, non calcolerò di quanti anni si posticipa il pensionamento di una persona nata nel 1952, non tratterò dell’innalzamento dei 40 anni (che in realtà erano 41) a 42 anni con relativa riduzione del 2%° all’anno.

Chissenefrega dei destinatari del retributivo.

Una breve premessa. Come era.

Il sistema contributivo eroga pensioni sulla base di due parametri: quanto si è versato e l’età di pensionamento. Più si è versato e più la pensione sarà alta. Prima si accede alla pensione e più basso sarà l’importo.

Inizialmente nel 1995, era possibile andare in pensione, uomini a donne, dai 57 ai 65 anni, chiaramente con pensioni che crescevano al crescere dell’età d’uscita.

Per andare in pensione prima dei 65, tuttavia, era necessario che la pensione a calcolo, la pensione cioè derivante dalla sola contribuzione e senza alcuna prestazione sociale, fosse di importo superiore a 1,2 volte l’assegno sociale. Detto in soldoni, 500 euro nel 2011. Se il calcolo della pensione era inferiore, non era possibile andare in pensione se non all’età di 65 anni.

Dopo la riforma del 2004, la legge Maroni (243/04) come abbiamo detto in premessa, gli uomini potevano andare in pensione solo a 65 anni, a prescindere dall’importo, mentre le donne potevano andare in pensione a 60 anni, se con pensione di importo superiore alle famose 1,2 volte l’assegno sociale.

Oltre all’età era necessario avere almeno 5 anni di contributi, requisito piuttosto basso rispetto ai 20 anni necessari nel retributivo.

La logica era “Ti do una pensione inferiore, ma senza il rischio che tu possa versare e poi non ricevere nulla”.

I destinatari del contributivo potevano andare in pensione con età inferiore solo se raggiungevano la famosa “quota” o i 40 anni di contributi.

La riforma

L’articolo 24 del decreto 201/11 modifica sostanzialmente le regole di pensionamento nel contributivo.

Per i giovani, o comunque per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995 sarà possibile accedere al pensionamento con i seguenti requisiti (salvo ulteriori riforme):

  • 66 anni di età, che diverranno almeno 67 dal 2021, 20 anni di contributi, e un importo minimo di pensione a calcolo pari a 1,5 volte l’assegno sociale (ovvero 626 euro nel 2011).
  • 63 anni di età, 20 anni di contributi, e un importo di pensione a calcolo pari a 2,8 volte l’assegno sociale (ovvero 1168 euro nel 2011).
  • 70 anni di età, 5 anni di contributi, a prescindere dall’importo di pensione a calcolo.
  • 42 anni di contribuzione per gli uomini, 41 per le donne, a prescindere dall’età.

Questo significa che per i lavoratori che non raggiungono almeno i 20 anni (per non dire 42) di contribuzione, o che nonostante abbiano 20 anni di contribuzione non hanno una pensione a calcolo che raggiunge i 1168€ o quantomeno i 626€ al mese per 13 mesi, l’età pensionabile è stata spostata a 70 anni.

Potrebbe essere un caso molto diffuso tra i precari, tra i collaboratori a progetto, tra chi entrerà molto tardi nel mondo del lavoro.

Ve l’avevano detto? O vi hanno parlato di altro, quando si è parlato di riforma delle pensioni?

Ovviamente tutti i requisiti saranno biennalmente aumentati  in relazione all’aumento dell’aspettativa di vita.

E su questo vorrei fare un piccola considerazione.

Se l’aspettativa di vita mi aumenta, ad esempio, di tre mesi, io potrei aspettarmi che di questi tre mesi sia previsto che io ne passi uno in più studiando, uno in più lavorando ed uno in più in pensione.

Vi lascio chiedendovi se secondo voi è questo che faranno, o se invece questi tre mesi in più di vita dovremo passarli tutti esclusivamente lavorando.

*Cristian Perniciano, romano, è giuslavorista e consulente previdenziale, si occupa di previdenza alla sede nazionale del patronato Inca. Specializzato in materia di previdenza dei liberi professionisti e dei lavoratori dello spettacolo, è anche il cantante del gruppo ska IDP e mastro burattinaio della compagnia teatrale “Matteo capogna”. É famoso a Primavalle – il suo quartiere – per le lunghissime arringhe che ogni sabato urla nel mercato coperto di via Pasquale II.