Questa settimana PrecarieMenti sottopone le 10 domande sul lavoro non retribuito a Piero Sollecito, dal 1986 redattore nel settore Scolastico di Laterza e RSU da molti anni.

PM: A seguito della nota pubblicata da Caterina de Manuele su Facebook, in cui veniva riportato lo scambio di email con il signor Giancarlo Politi (caporedattore della rivista Flashart), c’è stato un moto di indignazione popolare, rimbalzato anche nei giornali nazionali, oltre che sulla rete. Solo sul blog di Lettera Viola risultano più di ottomila post dell’articolo in cui si parla della vicenda. Secondo Lei, come si spiega una reazione di queste proporzioni?

PS: Perché ormai, spero, si sia aperto il vaso di Pandora per questioncine come il calpestio sistematico e inopinato del valore del lavoro interconnesso con il valore della persona umana, del “mito” squisitamente confindustriale del lavoratore imprenditore di se stesso (che mi ha sempre fatto pensare alla versione edulcorata della piazza dei braccianti agricoli all’alba, di ottocentesca memoria, o peggio di quella più attuale dei migranti della raccolta dei pomodori in Puglia); e della evaporazione di una quisquiglia come il valore della solidarietà fra i componenti di una comunità.

PM: Perché molte riviste e case editrici, anche prestigiose, usano lo stage, che è un semplice dispositivo di formazione “on the job” per un neolaureato, per svolgere il normale lavoro d’azienda?

PS: Perché non si ha la capacità di uno sguardo che riesca ad arrivare al di là del proprio naso (o delle proprie tasche): un’atmosfera generale da crollo della Repubblica di Weimar, come in un quadro di Grosz o in un dramma di Brecht.

PM: All’inizio della sua carriera esisteva lo stage? Come “si facevano le ossa” i giovani che volevano entrare nel mondo dell’editoria, dell’arte o della cultura?

PS: Penso che in editoria il 95% abbia cominciato con il copyediting e la gloriosa lettura di bozze alla mitica ricerca del refuso, rigorosamente con contrattino e ritenuta d’acconto per ogni singolo lavoro. Ma era anche l’era precambriana della composizione a piombo e del “classico” lavoretto da laureando o giù di lì. Coltivando le belle speranze che un giorno potesse diventare una professione, ambita, blasonata e tutto sommato gratificante. Io, almeno, l’ho trovato sempre interessante come lavoro.

PM: Nel panorama delle riviste e delle case editrici l’uso degli stage è molto diffuso? Sa quantificarlo? Gli stage, che Lei sappia, vengono regolarmente retribuiti?

PS: Non ho un’idea precisa di quanto lo stage sia diffuso in editoria, penso mediamente come in tutte le aziende del terziario. Non ho stime di come e quanto sia più o meno retribuito: da parte aziendale, penso, poco o nulla, forse qualche aiuto (borse di studio, contributo rimborso spese) dalle università di provenienza. Per parte mia, devo dire che nella mia azienda lo stage è stato utilizzato con parsimonia: gli stagisti, in tutto, sono stati sicuramente meno di una decina.

PM: Nel mondo dell’editoria il lavoro dipendente viene sempre più spesso sostituito da forme di lavoro atipico, parasubordinato e precario (stage, co.co.pro., finte partita IVA, collaborazioni occasionali etc etc). A cosa pensa sia dovuto questo fenomeno? C’è una ricaduta di qualità sui prodotti editoriali dovuta dell’uso di lavoratori che sono, diciamo, “sotto sforzo”?

PS: Premesso che quello editoriale nel nostro paese è storicamente un mercato asfittico (per la verità un po’ meno negli ultimi tempi), il fenomeno in questione è dovuto alla convenienza per le aziende editoriali di poter utilizzare tali contratti notevolmente più economici (meno spese fisse, gestionali, previdenziali, ecc. e totale flessibilità). Più che sulla qualità, generalmente buona, una ricaduta negativa sul prodotto è dovuta piuttosto dall’elevata volatilità di tali figure professionali, cui si pone un argine attraverso la promozione e la nascita di Agenzie editoriali, una sorta di indotto del settore. Ma anche una probabile catena di subappalto del lavoro.

PM: Riporto dal sito “Artribune”: «Frequentare uno stage non equivale a lavorare gratis, semmai ad investire su se stessi […] Ovvero è un rischio di impresa, che lo stagista è chiamato a condividere, c’è qualcosa di strano forse?» È d’accordo con questa affermazione? Se sì, non pensa che se il lavoratore si assume il rischio d’impresa, debba anche ricevere, se il lavoro va a buon fine, parte dei profitti dell’impresa?

PS: La questione si pone a un livello anche più generale: una sorta di devoluzione del rischio di impresa ricade un po’ su tutto il lavoro subordinato e parasubordinato, il più delle volte eludendo qualsiasi forma di condivisione di alcun profitto, evidenziando così intoppi di carattere ideologico e, in genere, culturale.

PM: In diversi annunci in cui vengono proposti stage, si può leggere che «Lo stage è più di un master superspecializzato» oppure «La nostra azienda è una vera università dove si possono acquisire molte competenze… ». Non Le sembra che qui si confondano due piani: la formazione e il lavoro? Per la formazione si paga, per il lavoro si viene pagati. Pensa che nel mondo del lavoro odierno, e in particolare nel mondo dell’editoria, sia lecito fornire salario sotto forma di formazione?

PS: Il contratto di formazione esiste già: lo stage potrebbe essere configurato contrattualmente come una forma particolare di tale rapporto di lavoro subordinato, o paradirigenziale, per il periodo previsto. Ci devono pensare, però, il legislatore e l’opinione pubblica che lo deve sollecitare, noi.

PM: Uno stagista, come qualsiasi altro lavoratore, produce valore per l’azienda. E ne produce tanto di più, quanto più alto è il suo livello di competenze. Visto che chi si approccia al mondo dell’editoria ha già avuto un lungo, intenso e costoso processo di formazione, non ritiene che il lavoro vada compensato con un giusto salario?

PS: Certo che sì. Ma la risposta è insita in quella alla domanda precedente.

PM: Si trova d’accordo con l’affermazione che ha fatto il noto imprenditore Marco Tronchetti Provera, citata anche dal Signor Politi, quando scrive che «Lavorare oggi a buoni livelli è un lusso»? E a cosa pensa sia dovuto il fatto che “lavorare bene” sia diventato un “lusso”, quindi un bene per pochi?

PS: Se è diventato un lusso, una ricchezza, io direi un “bene comune” raro, allora lo si deve redistribuire equamente: si fa un po’ per ciascuno, e ce la si può fare anche attraverso la promozione e la pratica di una sana decrescita, un utilizzo parco e razionale delle risorse, uno sviluppo solo sostenibile, che potrebbero sprigionare energie nuove e tempo libero da dedicare ai rapporti umani e culturali veri, all’amicizia e perché no alla politica e all’impegno sociale.

PM: Le sembra un bene o un male che il lavoro equamente retribuito e titolato di tutti i diritti, sia diventato una “merce rara” in Italia?

PS: Un’infamia anticostituzionale e antidemocratica, cui però si può porre rimedio, se si vuole, anche realizzando quella mezza idea esposta al punto prima.