PrecarieMenti intervista Luisa Capelli, docente di Economia e gestione delle imprese editoriali presso il corso di Laurea Magistrale in Scienze dellInformazione, della Comunicazione e dellEditoria dell’Università di Tor Vergata – Roma.

 PM: A seguito della nota pubblicata da Caterina de Manuele su Facebook, in cui veniva riportato lo scambio di email con il signor Giancarlo Politi (caporedattore della rivista Flashart), c’è stato un moto di indignazione popolare, rimbalzato anche nei giornali nazionali, oltre che sulla rete. Solo sul blog di Lettera Viola risultano più di ottomila post dell’articolo in cui si parla della vicenda. Secondo Lei, come si spiega una reazione di queste proporzioni?

LC: Penso si stia finalmente diffondendo la consapevolezza di un uso irregolare (a volte illegale) degli stage e dei tirocini. Vorrei però provare a ripercorrere le condizioni che hanno condotto a tale situazione. Il nostro Paese ha adottato assai malamente gli strumenti per la formazione (e la formazione continua) che in altri luoghi hanno costituito un importante supporto ai percorsi scolastici e universitari. Invece, sia nella funzione di connettori con il mondo del lavoro, sia in quella di facilitatori nella conversione da un lavoro all’altro, abbiamo assistito allo sperpero di risorse economiche e umane in iniziative spesso ridotte a terreni di clientele e comunque poco efficaci rispetto agli obiettivi (per dirne una: i corsi per ottenere la European Computer Driving Licence sono anacronistici rispetto agli usi che facciamo del PC oggi).
Così ci siamo trovati ad avere percorsi scolastici assai lontani dal mondo del lavoro, percorsi di formazione professionale inefficaci e aziende (incapaci o indisponibili a investire in formazione, sviluppo e ricerca) che hanno visto stage e tirocini come opportunità per avere forza lavoro qualificata senza vincoli di retribuzione. Una serie di errori e inefficienze, più o meno volontari, che hanno condotto all’attuale, inaccettabile situazione. Tra l’altro, sarebbe bene anche distinguere tra gli stage, realizzati dopo il termine dei percorsi di studio, e i tirocini, svolti all’interno dei curricola universitari (e “pagati” in CFU): entrambi si configurano come prestazioni di lavoro non retribuite (nemmeno con rimborsi spese), ma se nel primo caso tali condizioni mi paiono inaccettabili, nel secondo sarei più tollerante e semmai esigerei un numero minimo di ore formative in azienda (cosa che non avviene quasi mai). Entrambe queste due modalità, poi, dovrebbero essere autorizzate solo per periodi e un numero di ore limitati, in grado di evitare l’insorgere di legittime aspettative in chi si trovi a lavorare gratuitamente (o quasi) per un’azienda per periodi più lunghi.

PM: Perché molte riviste e case editrici, anche prestigiose, usano lo stage,  che è un semplice dispositivo di formazione “on the job” per un neolaureato, per svolgere il normale lavoro d’azienda?

LC: Perché, come ho detto prima, le aziende profittano di una situazione in cui l’assenza di regolamentazione e di controlli favorisce l’accettazione, da parte dei giovani neolaureati, di condizioni che altrimenti sarebbero rifiutate e biasimate. Penso che occorrano iniziative collettive che, rendendo pubbliche tali situazioni (con nomi e cognomi delle aziende), aiutino a sottrarsi al ricatto e contrasti in ogni modo gli abusi (chiamandoli con il loro nome). È importante, e lo condivido, il decalogo emerso dall’assemblea “il nostro tempo è adesso”, ma segnalo anche l’iniziativa europea Towards quality internships & apprenticeships, una rete che ha come obiettivo la costruzione di un archivio informativo e di valutazione degli stage “di qualità”. Insieme possono costituire una piattaforma di rivendicazioni di lungo periodo e iniziative immediate.

PM: All’inizio della sua carriera esisteva lo stage? Come “si facevano le ossa” i giovani che volevano entrare nel mondo dell’editoria, dell’arte o della cultura?

LC: Io ho iniziato a lavorare in altri campi e ho avuto, durante gli studi e dopo la laurea, esperienze poco significative per generalizzare. Però devo dire che gli inizi, anche negli anni ’80 e ’90, non godevano di particolari tutele e spesso si collaborava gratuitamente o ricevendo piccoli compensi in nero e penso che la mia generazione sia passata per questa esperienze in modo abbastanza diffuso.

PM: Nel panorama delle riviste e delle case editrici l’uso degli stage è molto diffuso? Sa quantificarlo? Gli stage, che Lei sappia, vengono regolarmente retribuiti?

LC: Sì, l’uso è diffuso ma non saprei quantificarlo. Va considerato il fatto che la legge prevede come condizione che l’azienda ospitante abbia almeno un dipendente a tempo indeterminato (precedentemente ne venivano richiesti da tre a sei) e ora non sono molte le case editrici in grado di rispettare tali requisiti, soprattutto nel centro-sud dove sono concentrate imprese di dimensioni più ridotte. Tutte le imprese editrici di libri e/o periodici che hanno una convenzione con l’Università di Tor Vergata e che hanno realizzato tirocini con nostri studenti non hanno retribuito né dato un rimborso per il periodo di stage. In alcuni casi, per gli stage, c’è stato un piccolo rimborso, ma non sono in grado di quantificarlo.

PM: Nel mondo dell’editoria il lavoro dipendente viene sempre più spesso sostituito da forme di lavoro atipico, parasubordinato e precario (stage, co.co.pro., finte partita IVA, collaborazioni occasionali, ecc.) A cosa pensa sia dovuto questo fenomeno? C’è una ricaduta di qualità sui prodotti editoriali dovuta all’uso di lavoratori che sono, diciamo, “sotto sforzo”?

LC: Il fenomeno è generale e non riguarda solo l’editoria: il problema della remunerazione dei lavoratori della conoscenza è enorme e non si pone solo in Italia, anche se da noi è acuito dai problemi cui accennavo prima. Il grande equivoco su cui si sono incistate le diseguaglianze occupazionali che riguardano un po’ tutto il lavoro intellettuale (dalla ricerca all’interno dell’Università sino alla correzione di bozze) è dovuto in gran parte alle forme più o meno palesi di ricatto poste in atto nei confronti di persone disposte a “cedere” sul piano dei diritti in cambio della possibilità di svolgere il lavoro desiderato (per cui si è studiato anni, ecc.). È un ricatto sempre esistito, ma durava periodi relativamente brevi al termine dei quali si poteva legittimamente sperare nell’ascesa al gradino superiore: ora il meccanismo alla base di tale ricatto sta saltando, poiché nessuno, nell’Università come nelle imprese, è in grado di garantire o promettere alcunché, tanto che il “dopo”, spesso, non è la cooptazione, ma l’espulsione dai processi produttivi. Questa contraddizione è stata posta efficacemente, a mio parere, dal documento 1 di Generazione TQ.

PM: Riporto dal sito di Artribune: «Frequentare uno stage non equivale a lavorare gratis, semmai ad investire su se stessi […] Ovvero è un rischio di impresa, che lo stagista è chiamato a condividere, c’è qualcosa di strano forse?» È d’accordo con questa affermazione? Se sì, non pensa che se il lavoratore si assume il rischio d’impresa, debba anche ricevere, se il lavoro va a buon fine, parte dei profitti dell’impresa?

LC: Penso di aver già risposto, almeno in parte. Francamente non mi pare sia il caso di parlare di rischi d’impresa, più o meno condivisi, dall’una come dall’altra parte: stiamo parlando di retribuzioni talmente basse…

PM: In diversi annunci in cui vengono proposti stage, si può leggere che «Lo stage è più di un master superspecializzato» oppure «La nostra azienda è una vera università dove si possono acquisire molte competenze… ». Non Le sembra che qui si confondano due piani: la formazione e il lavoro? Per la formazione si paga, per il lavoro si viene pagati. Pensa che nel mondo del lavoro odierno, e in particolare nel mondo dell’editoria, sia lecito fornire salario sotto forma di formazione?

LC: Questa confusione è figlia dei problemi che ponevo all’inizio. Il lavoro va retribuito e la formazione è un’altra faccenda.

PM: Uno stagista, come qualsiasi altro lavoratore, produce valore per l’azienda. E ne produce tanto di più, quanto più alto è il suo livello di competenze. Visto che chi si approccia al mondo dell’editoria ha già avuto un lungo, intenso e costoso processo di formazione, non ritiene che il lavoro vada compensato con un giusto salario?

LC: Ho già detto, però voglio aggiungere una considerazione sulla quale inviterei a riflettere. Stage e tirocini non vanno messi sullo stesso piano con il lavoro precario, anche se a farlo per prime sono le aziende che utilizzano i primi per camuffare il secondo. Tra i molti studenti che accedono ai tirocini, per esempio, ci sono di frequente persone che non hanno mai avuto alcuna esperienza di lavoro e che quindi hanno bisogno di essere seguite e accompagnate nel percorso all’interno dell’azienda, non essendo in grado di svolgere autonomamente le mansioni richieste. In questi casi, regole e controlli perché la formazione avvenga davvero mi paiono più importanti di un rimborso spese.

PM: Si trova d’accordo con l’affermazione che ha fatto il noto imprenditore Marco Tronchetti Provera, citata anche dal Signor Politi, quando scrive che «Lavorare oggi a buoni livelli è un lusso»? E a cosa pensa sia dovuto il fatto che “lavorare bene” sia diventato un “lusso”, quindi un bene per pochi?

LC: Sono in disaccordo totale e lascerei a Tronchetti Provera e Politi le battute sul supposto lusso del lavorare bene, penso abbiano entrambi poco da insegnare a chiunque.

PM: Le sembra un bene o un male che il lavoro equamente retribuito e titolato di tutti i diritti, sia diventato una “merce rara” in Italia?

LC: Mi sembra un grande male, e lo dice una persona che in passato ha liberamente scelto di lasciare un impiego garantito, ben retribuito e per molti versi anche stimolante  avviando un’iniziativa imprenditoriale indipendente e precaria per definizione.