Intervista a Caterina de Manuele – A cura di Carlo Antonicelli

D: Caterina de Manuele, 28 anni, una laurea al Politecnico di Milano in design degli interni con 109/110, come mai hai deciso di rispondere all’annuncio di FlashArt per uno stage?

R: Io non ho risposto per candidarmi, ho letto la newsletter ed ho pensato che fosse tutto sbagliato: il tono, la lunghezza dello stage, i requisiti richiesti, il rimborso spese “minimo, quasi inesistente”, la condicio sine qua non di potersi mantenere per parecchi mesi a Milano.

Siamo tutti d’accordo che un lavoratore alle prime armi va formato, ma qui si ricercavano persone già formate, non certo analfabeti trogloditi. Certo, un’azienda investe su un neo assunto ma quanto e per quanto fino a che questi sia autonomo e produttivo al massimo delle sue potenzialità?

Magari uno stagista non rende subito al 100 per cento, ma il suo lavoro genera profitto. Se non si hanno i mezzi per pagare uno stagista non ci dovrebbe essere nemmeno la necessità di allargare l’organico, a meno che, caso molto diffuso, non ci sia una posizione o un carico di lavoro che viene puntualmente smaltito dallo stagista di turno. Prassi diffusa e non eticamente corretta, secondo me. Siamo tutti disposti ad “andare a bottega” e imparare un mestiere, a sottoporci a leciti periodi di prova. Ma qui si parla di dignità del lavoratore, di rispetto. E questo rispetto costa a un datore di lavoro quanto un panino e il biglietto del tram, quel tanto che basta per non dover mettere risorse proprie per andare a lavorare. È chiedere troppo? Perché i miei genitori o chi per essi dovrebbero pagare per consentirmi di lavorare? Così ho scritto un email all’autore dell’annuncio per esprimere la mia disapprovazione.

D: Cosa rispondi a chi ti accusa di aver provocato il signor Politi in maniera ingiustificata, visto che “dappertutto è così”?

R: Rispondo che il fatto che dappertutto sia così non vuole necessariamente dire che sia giusto, o che non possiamo aspirare a condizioni migliori e chiederle ad alta voce.

D: Facciamo un passo indietro, raccontaci la tua storia. Sei anche tu un “cervello in fuga”?

R: Se il “cervello in fuga” è una persona che va a cercare un lavoro retribuito che permetta un’esistenza dignitosa al di fuori dell’Italia, allora si.

D: Perché sei andata via dall’Italia? Ti piacerebbe poter tornare a lavorare qui?

R: Perché desideravo poter fare il mio lavoro e ho visto in un’offerta di stage una speranza di avere finalmente un contratto. Tornerei se potessi lavorare a delle condizioni equivalenti. Ma da quanto mi dicono i miei amici non sembra ci siano molte speranze ora come ora.

D: Nella tua esperienza all’estero hai fatto stage? Se sì, sono stati simili a quelli che propongono in Italia (ovvero zero o minima retribuzione, nessun progetto formativo, orario di lavoro pari ai colleghi sotto contratto etc. etc.)?

R: Ho fatto uno stage retribuito, in Germania, a 700 euro al mese circa, che è stato un’esperienza altamente formativa e si è concluso con un’offerta di lavoro, un vero contratto. Nessuno ha pensato di prolungarmi il contratto di stage ad libitum. Lo stage è un’esperienza che ha un inizio e una fine, e, se tutto va bene, finisce con un’assunzione, altrimenti finisce il rapporto lavorativo. Lo stage è uno strumento che consente ai dipendenti di formarsi e al datore di lavoro di selezionare i propri dipendenti su base empirica, non serve a smaltire moli di lavoro a costo zero.

D: Riporto dal sito “Artribune”, “frequentare uno stage non equivale a lavorare gratis, semmai ad investire su se stessi” […]Ovvero è un rischio di impresa, che lo stagista è chiamato a condividere, c’è qualcosa di strano forse?” Giriamo a te quest’ultima domanda: c’è qualcosa di strano se lo stagista viene chiamato a condividere “il rischio d’impresa”?

R: Direi di sì, è strano parecchio.

Uno stagista deve condividere i rischi d’impresa ma non partecipare ai profitti?

Investire su se stessi è magnifico, una grande opportunità. Per questo studiamo. Per questo accettiamo primi stipendi bassi, periodi di prova, contratti di formazione e stage. Ma non vedo come investire su se stessi possa coincidere col lavorare gratis per qualcuno, ma perché? Pensare di potersi pagare le bollette con un primo stipendio è una cosa così peccaminosa e fuori dal mondo?

D: Rimanderesti quell’email a Politi?

R: Sì, sono stata sommersa da messaggi di stima, solidarietà e congratulazioni, a riprova del fatto che non sono la sola ad aver sofferto la difficoltà del cercare di inserirmi nel mondo del lavoro. Tante persone (a proposito, grazie!) hanno lodato il mio coraggio, ma io ho solo esercitato i miei diritti di cittadina, ho detto che penso che questo stato di cose non sia giusto, chiunque lo sa fare. Ai miei genitori nessuno ha mai offerto di lavorare gratis, perché a noi accade tutti i giorni?