di Carlo Antonicelli

We all want to change the world

But when you talk about destruction

Don’t you know that you can count me out

Revolution 1, Beatles.

La cornice ideologica “violenza sì/violenza no” diventa tossica quando non si capisce chi, come, quando e con quale fine pratica la violenza stessa. Ma soprattutto va compreso, come premessa, chi ne è vittima. È importante sottolineare questo fatto, perché se ruotiamo il nostro punto di vista da chi ha agito la violenza verso coloro che l’hanno subita, la storia (anche quella con la S maiuscola) assume tutto un altro colore.  Anch’io, essendo un precario, subisco diverse forme di violenza, soggettive e oggettive; lo riconosco e cerco di lottare contro di esse. Ma lo faccio con i mezzi che io stesso,  consapevolmente e liberamente, decido di mettere in pratica. Quando invece le pratiche sono di massa, vanno comunemente accordate, con il dialogo (faticoso) l’ascolto e con tutte le contraddizioni che le decisioni democratiche comportano.

CHI

1) Era violenza di massa quella del 15 Ottobre? No, non lo era, c’erano solo dei gruppi organizzati che, devastando luoghi “simbolici”, hanno pro-vocato (nel senso che hanno proprio chiamato) l’intervento della polizia sin dall’inizio del corteo. A questi si sono aggiunti altri manifestanti investiti dalle cariche una volta che la polizia ha raggiunto S. Giovanni.

PERCHE’

2) C’era un qualche intento politico in queste violenze? No, anzi come scrive Marco Rovelli “In che cosa oggi siamo più vicini alla demolizione del sistema? In nulla […]  Ben miope è la mistica degli scontri di piazza. Che non si inseriscono in alcuna strategia politica, che non producono alcun effetto positivo, che contribuiscono a distruggere un movimento e non a costruirlo.

COME

3) La violenza del 15-O ha avuto differenti manifestazioni:

a. contro i “simboli”: stato, agenzie lavoro interinale, banche, macchine costose

b. contro la polizia

c. contro i manifestanti e tutto il corteo

La violenza contro i manifestanti si è dispiegata all’interno di singoli episodi lungo il tragitto (in una scala di intensità che va dal malmenare e minacciare chi li fotografava sino al ferimento grave di un uomo che ha perso tre dita a causa di una bomba carta), ma soprattutto (ed è questa la cosa più disgustosa ed eticamente inaccettabile) usando i manifestanti come scudi umani, provocando la polizia perché caricasse il corteo pacifico in più punti. I violenti, infatti, non hanno mai abbandonato il corteo, piuttosto entravano ed uscivano seguendo una strategia precisa: provocare cariche della polizia contro il corteo.  Le devastazioni, i cassonetti incendiati in mezzo alla strada servivano, una volta bloccato il corteo, a fornire “punti di riferimento” per i poliziotti per effettuare le cariche. Riprendo le parole di Rovelli: “La violenza di quei caschi neri si è esercitata anzitutto nei confronti di un movimento nel suo insieme. Un movimento che poteva iniziare da oggi, prendendosi le piazze”. I nostri corpi sono stati messi a repentaglio direttamente e indirettamente da costoro, che lo hanno fatto intenzionalmente e con l’obiettivo di veder scorrere il sangue (il nostro s’intende). Questa è stata la forma di violenza più brutale che si è manifestata il 15-O. Non la violenza di un contropotere, non la rabbia contro un sistema ingiusto, una ribellione generale al disfacimento di un paese, non la risposta giusta e giustificabile contro l’abuso della polizia. No, la violenza più intensa, crudele e codarda è stata usata contro di noi, deliberatamente (e poi anche contro gli uomini delle forse dell’ordine).  Ci hanno rubato la piazza, l’aria da respirare, la possibilità di muoverci, di pensare, la libertà del non aver paura per la propria incolumità. Volevate marciare contro i palazzi del potere, in aperta critica contro il corteo pacifico, perché “che era l’unica cosa incisiva in una giornata del genere” come leggo in uno dei siti “antagonisti”? Chi ve l’ha impedito? Immagino solo la vostra codardia. Molto più semplice prendere in ostaggio noi “allocchi-pacifisti”.

VIOLENZA e PAURA

Il filosofo tedesco Peter Sloterdijk dice che “tutti gli imperi sono fondati sul potere della paura”. La violenza chiama la paura, perché evoca la morte. Esorcizzare questa paura, interamente umana, inestirpabile alla nostra esistenza, è stato ed è, la missione fondamentale delle religioni e di tutti regimi. Mi riferisco qui al ben noto problema della sicurezza. La necessità di assicurare la prosecuzione della vita, la tutela del corpo e della sua incolumità ci si pone immediatamente davanti quando abbiamo paura. Generare questo sentimento permette un facile controllo dei corpi e delle anime. Infatti, se abbiamo bisogno di qualcuno che ci protegga dalla paura, quindi dalla violenza e dalla morte, che ci possono sopraffare in qualsiasi momento (in fondo siamo umani e morire è tremendamente facile) avremo anche bisogno di un padrone, che ci protegga. La paura rende schiavi. Schiavi di un Altro. Chi, tra i manifestanti pacifici è stato costretto a confrontarsi con la violenza e l’eventuale possibilità di morire, ha semplicemente preso un’altra strada. Perché any life is better then no life. L’ordine di scelte, l’orizzonte immaginativo e il territorio di discussione a cui potevamo pensare di ambire da ieri sarebbe stata diversa senza quelle violenze. Invece di domandarci “violenza o non violenza?” “infiltrati o compagni che sbagliano?”. Ci saremmo potuti chiedere, tutti insieme, all’interno di un processo costituente, orizzontale, aperto anche a chi non era in piazza ma sosteneva chi lo era, vogliamo: capitalismo o democrazia, il profitto o diritti, è davvero questo il migliore dei mondi possibili? Come si agisce praticamente un processo di mutamento dal basso, concertando le differenze, i metodi e i contenuti di un movimento così variegato? La violenza, invece, ha autoritariamente imposto un unico argomento per chi era in piazza: difendersi da essa.  I violenti e la polizia sono le due facce della stessa medaglia. Gli uni hanno bisogno degli altri per poter giustificare la propria esistenza (con la precisa differenza che i secondi non hanno molta autonomia nelle proprie scelte di vita e di lavoro). I violenti, chi chiama e invoca la violenza cieca e gratuita come quella che si espressa ieri, costituisce logicamente e psicologicamente un pezzo dello Stato, giacché necessitano di esso per vivere, per legittimarsi, per formulare la tesi politica più idiota e reazionaria: A.C.A.B. Essi si guardano allo specchio e non sanno chi sono, necessitano di un nemico per poter dire “Ego sum”. Attraverso la negazione dell’Altro – lo Stato –  essi credono di poter sostanziare la propria identità.

POSTILLA.  Due o tre cose che so di loro.

Alla voce fascista nel dizionario leggo: “estens. che si comporta in modo autoritario, reazionario e antidemocratico, o impone le proprie convinzioni con violenza brutale”. I violenti del 15-O, però, prima che fascisti, sono visibilmente dei nevrotici. Necessitano, ontologicamente, di ricevere da un’autenticazione d’esistenza dall’Altro. E per questo lo molestano, lo pro-vocano. I violenti chiedono al padrone – o come lo chiamava Lacan, al Grande Altro (sotto le vesti della polizia, dei media, dei politicanti etc etc): “noi esistiamo?” E il padrone ovviamente risponde di sì. Perché il padrone non aspettava altro che essere invocato per poter riportare pace e ordine. Invece, avremmo potuto, proprio da ieri, cominciare ad essere liberi dal Grande Altro, dal potere e da tutte le sue oppressioni. Sia chiaro: io non voglio “prendere le distanze” dai violenti, ma mi rivolgo antagonisticamente a questi, a  coloro che hanno pensato di usare il mio corpo come cassa di risonanza dei loro propositi “politici”.  Il 15-O è stata un’occasione sprecata non per fatalità, per colpa di chi ha impedito alla gran massa di manifestanti di cominciare un precorso, autonomo, libero e democratico. Credo anch’io come molti che i violenti non fossero infiltrati o fascisti, sebbene abbia visto con i miei occhi ragazzi con i bomber neri corredati dal cerchio tricolore all’occhiello; sebbene il marchio ACAB e il vergognoso richiamo a Giuliani (Carlo Vive) rimandi allo sfaccettato mondo che va dagli ultras alle frange antagonista cosiddette “antifà” (anche l’intervista del 18 ottobre a un militante del centro sociale Acrobax uscita sul Manifesto conferma questa ipotesi). Penso che questi untori volessero strappare la piazza a coloro (la stragrande maggioranza) che avevano deciso di mettere in pratica forme di politica lontane dall’assalto ai “Palazzi del Potere”. Infatti dalle scritte che i violenti hanno lasciato sui muri (“pianta grane, non tende” “questa sì che è indignazione” etc) dai blog a loro vicini (che dicono “credevano di finire con un comizio e via…”) credo si possa ipotizzare che qualcuno abbia voluto mettere in atto una “vendetta” contro la scelta di fare il corteo e dirigerlo verso S. Giovanni, invece che in centro. C’è bisogno di affermare una premessa fondamentale perché si possa conseguentemente costruire una qualsiasi forma di piattaforma politica comune. Ma se non siamo d’accordo sul fatto che il corteo – le persone, i corpi – vanno tutelati nella loro incolumità, tutto il resto viene a cadere. Non posso nemmeno permettermi di formulare ipotesi “politico-sociologiche” sul malessere della gioventù italica – su cui tra l’altro si discetta amabilmente senza avere contezza dei fatti. Che li avete intervistati per caso? Avete distribuito dei questionari che vi siete fatti restituire a fine manifestazione? – senza prima essere sicuro che siamo dalla stessa parte. Se non posso avere un confronto con l’altro, che non mi riconosce e che non si fa riconoscere, quale forma di legame politico e sociale potremo mai costruire insieme? E ripeto, non faccio distinzione tra buoni e cattivi. Piuttosto mi scaglio contro coloro che volevano mettere il corteo tra l’incudine (ovvero la loro stessa presenza violente nel corteo con corredo di fuoco e fiamme) e il martello (la polizia). Ci avete usato come scudi umani, avete agito la violenza contro chi manifestava insieme a voi. E per questo vi disprezzo. Non come Pasolini disprezzava i piccoli borghesi di Valle Giulia che cercavano l’eroico gesto romantico. No, vi disprezzo perché ci avete offeso, derubato del nostro tempo e del nostro spazio, come fa da sempre il Potere.

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