di Flavio Pintarelli

Domenica 2 ottobre mi è capitato di vedere una puntata del programma di approfondimento giornalistico “Presa diretta”, che va in onda su Rai3. Il titolo della trasmissione era “Generazione sfruttata”, il tema lo sfruttamento del lavoro precario nel nostro paese.

La trasmissione era ben fatta ed ha affrontato il tema in maniera abbastanza esaustiva, lasciando molto spazio alla voce degli intervistati e limitando gli interventi dei giornalisti. Pur concentrandosi sugli aspetti più esistenziale del precariato, i vari servizi sono riusciti a mettere in luce anche le alchimie legislative che permettono lo sfruttamento del lavoro di milioni di persone, un lavoro che una semantica quanto mai improvvida ha definito “atipico”, mettendo di fatto sullo stesso piano professioni assai diverse tra loro.

La struttura della trasmissione metteva infatti in evidenza come ad essere sottoposti alle logiche schiaccianti del precariato fossero tanto giovani laureati ed iper-qualificati, quanto lavoratori dal profilo formativo meno ricco. Ne emerge che, seppur tramite meccanismi differenti, architetti e commesse, camerieri e archeologhe sono sottoposti alle medesime logiche di sottrazione della sicurezza esistenziale attraverso la precarizzazione dei rapporti di lavoro. Il che significa, per le aziende, minori costi, minori rischi e, naturalmente, maggiori profitti.

Insomma, fino a qui tutto bene, come si ripeteva l’uomo che cade dal ventesimo piano ne “L’odio”. Ma in chiusura di trasmissione trova posto una sorta di happy ending che mi suscita alcuni dubbi. In un servizio da Barcellona, realizzato dal giornalista che solitamente conduce la trasmissione dallo studio, vengono raccontate le storie di alcuni ragazzi italiani che in Spagna sono riusciti a realizzarsi professionalmente. Il tono appare da subito piuttosto monocorde: “in Spagna il lavoro c’è”, “qui fanno i controlli”, “il precariato esiste ma non è la regola”, “in Italia questo lavoro non avrei mai potuto farlo” e così via. Tutte opinioni rispettabilissime e non è mia intenzione metterle in discussione. Ma se penso che da mesi la Spagna, un paese colpito con forza dalla crisi, è animata dalle lotte innovative e radicali di un movimento, quello del 15 maggio, che è nato dalla spinta di tanti giovani colpiti dalla disoccupazione, dalla difficoltà nel trovare un lavoro (al punto che si sta verificando un “ritorno di cervelli” dalla Spagna all’Italia, come testimonia quest’articolo de Linkiesta) e dalle preoccupazioni rispetto al proprio futuro, allora mi viene da pensare che c’è qualcosa che non quadra nella rappresentazione che il programma vuole dare della situazione italiana in confronto a quella spagnola.

Nello specifico, mi pare che quando si parla di certi argomenti si tenda, per una sorta di “sciovinismo del peggio” (l’espressione è dello scrittore francese Serge Quadruppani) tipicamente italiano, a dare per scontato che al di fuori del nostro Paese ogni cosa sia perfetta, funzionale, soddisfacente. Almeno in questo caso non è così, il precariato e la sottrazione di sicurezze economiche ed esistenziali sono una tendenza globale, gli stage non pagati sono una forma di sfruttamento presente tanto in Italia, quanto negli Stati Uniti, logiche baronali e di scuola si riscontrano anche nelle università inglesi o tedesche. Nascondere questa realtà dietro una facciata positiva e sorridente non giova allo sviluppo di una coscienza in grado di migliorare questo Paese, così come è schizofrenico stupirsi e scandalizzarsi per il travaso di competenze che viene rubricato sotto l’espressione “fuga dei cervelli” per poi fornire di continuo un’immagine dell’estero sempre e comunque positiva, acritica, priva di zone oscure.

Chi scrive ha dedicato la sua formazione allo studio dell’immagine ed ha imparato che la troppa luce acceca e non permette di vedere le cose nella giusta prospettiva, uno sforzo di responsabilità in più da parte di coloro che per mestiere si occupano di rappresentare il Paese per restituire la complessità delle dinamiche che lo attraversano e ne travalicano i confini sarebbe certamente di grande aiuto per cominciare a costruire un futuro meno cupo per la nostra comunità nazionale.

Aggiornamento

Ma Barcellona è ancora “mitica” come anni fa?