Pubblicato in The Global Sociology Blog

Traduzione di Flavio Pintarelli. Revisione di Claudia Boscolo

Questa è un’altra puntata di una serie di post (qui e qui) che ho intenzione di scrivere mentre mi faccio strada attraverso il libro di Guy Standing, The Precariat: The new dangerous class. In questa sezione, l’argomento principale sarà un’analisi delle cause della crescita del precariato, di cui Standing individua diverse ragioni.

Mercificazione globale

“Un aspetto centrale della globalizzazione può essere riassunto in un’angosciante dinamica, ‘la mercificazione’. Questa dinamica implica che ogni cosa venga trattata come una merce, che può essere comprata e venduta, soggetta alle leggi del mercato, con prezzi stabiliti dalla domanda e dall’offerta, priva di un’effettiva capacità di ‘intervento’ (una capacità di resistenza). La mercificazione si è estesa a ogni aspetto dell’esistenza – la famiglia, il sistema educativo, l’impresa, le istituzioni del lavoro, la politica di protezione sociale, la disoccupazione, la disabilità, le comunità occupazionali e la politica.

Nella ricerca dell’efficacia del mercato, le barriere alla mercificazione sono state smantellate. Un principio neo-liberista stabiliva che fosse necessario istituire regolamenti per evitare che gli interessi collettivi agissero come barriere nei confronti della libera concorrenza. L’era della globalizzazione non è stata l’era della de-regolementazione, bensì l’era della ri-regolamentazione, nella quale sono stati introdotti più regolamenti che in ogni altro comparabile periodo storico.”

Tutto questo ricorda, per certi versi, l’idea habermasiana della colonizzazione dello spazio della vita da parte del sistema.

Secondo Standing, le imprese e le società stesse sono state mercificate attraverso l’accelerazione e la moltiplicazione di fusioni ed acquisizioni. Ciò comporta la fine della concezione di Roland Coase secondo cui le imprese riducono i costi e i rischi del fare affari, mentre aumentano la fiducia e le relazioni a lungo termine. Nella frenesia degli investimenti, non vi è alcuno stimolo a costruire relazioni di lungo periodo basate sulla fiducia e sulla conoscenza profonda. Tutto ciò, naturalmente, rende molto meno sicura la vita degli impiegati, in quanto fusioni ed acquisizioni improvvise sono in grado di sconvolgere completamente organizzazioni e carriere individuali attraverso l’offshoring (all’interno delle imprese) e l’outsourcing (verso altre imprese). La relazione tra datore di lavoro e lavoratore è perciò soltanto una relazione di fiducia limitata e a breve termine in una prospettiva in cui la carriera e l’acquisizione di competenze diventano progetti individualizzati:

“Lo sconvolgimento s’inserisce nel modo in cui le competenze vengono sviluppate. L’incentivo a investire nelle competenze è determinato dal costo che comporta acquisirle, dal “costo opportunità” di ciò, e dal potenziale reddito aggiuntivo. Se aumenta il rischio di non avere l’opportunità di mettere in pratica le proprie competenze, diminuirà l’investimento in esse, così come l’impegno psicologico verso la società. In breve, quanto più le imprese diventano fluide, tanto più i lavoratori saranno scoraggiati dal costruire una carriera all’interno di esse. Ciò li avvicina al precariato.

(…)

Nel ventunesimo secolo, per un crescente numero di lavoratori sarebbe follia guardare a un’impresa come a un posto in cui costruire una carriera e ottenere la sicurezza economica. Non ci sarebbe nulla di sbagliato in tutto ciò se esistessero politiche sociali calibrate affinché coloro che lavorano per le società potessero disporre di una sicurezza di base. Al momento, tutto ciò è lontano dai fatti.”

Flessibilità: mercificazione del lavoro

Chiunque abbia prestato attenzione a quanto hanno detto i fautori della globalizzazione neo-liberisti negli ultimi trent’anni sa che la flessibilità del lavoro è stato il loro mantra. L’idea è che il lavoro, specialmente nel Nord globale, fosse troppo rigido, regolato e protetto per essere realmente efficace. Una volta rimosse queste ingombranti regolamentazioni, il potere delle imprese di competere sul palcoscenico globale sarebbe stato privo di impedimenti. La flessibilità delle relazioni di lavoro è una condizione necessaria, nei paesi occidentali, per poter competere con i paesi emergenti. Va da sé che una maggiore flessibilità è stata già raggiunta, ma la flessibilizzazione è un work-in-progress, un progetto senza fine, mentre ci sono sempre sacche di lavoro che non sono state completamente assoggettate al regime neo-liberista (negli Stati Uniti, ad esempio, è arrivata l’ora dei lavoratori pubblici). Ovviamente questa è stata una delle principali ragioni della crescita del precariato. Per Standing la flessibilità è la mercificazione del lavoro, o meglio, la ri-mercificazione del lavoro – che significa il progressivo smantellamento delle protezioni del lavoro che sono state conquistate con le lotte degli ultimi 150 anni circa.

La flessibilità delle relazioni di lavoro appare dotata di aspetti multipli. Essa comporta la flessibilità numerica attraverso quelle che vengono chiamate le forme di lavoro non tradizionale, che al momento stanno diventando la norma come il lavoro temporaneo, la sottooccupazione, l’offshoring e l’outsourcing, l’aspettativa non retribuita, “contratti a zero-ore”, e l’espansione dei tirocini (discussa qui). Nella ben nota divisione tra mercato del lavoro primario e secondario, non vi è dubbio che il mercato del lavoro secondario stia, crescendo portando con sé con la perdita di opportunità di formazione, indennità e pensioni. Walmart è il futuro del lavoro, ma si tratta di una tendenza globale.

“Nel 1960, un tipico lavoratore che faceva il suo ingresso nel mercato del lavoro di un paese industrializzato si sarebbe aspettato di aver avuto 4 datori di lavoro al momento di andare in pensione. In queste circostanze aveva senso per il lavoratore identificarsi con l’impresa nella quale era impiegato. Al giorno d’oggi, un lavoratore sarebbe folle a comportarsi in questo modo. Ora, un lavoratore tipico – più verosimilmente una donna – si può aspettare di avere 9 datori di lavoro già all’età di trent’anni. In questo dato si misura l’estensione del cambiamento rappresentato dalla flessibilità numerica.” (36).

Un’altra forma di flessibilità del lavoro è la flessibilità delle funzioni, che consiste in un cambiamento nella divisione del lavoro e uno spostamento dei lavoratori attraverso posizioni differenti. La flessibilità delle funzioni genera insicurezza lavorativa (mentre la flessibilità numerica genera insicurezza occupazionale) tramite l’individualizzazione contrattuale (o contrattualizzazione, opposta alla contrattazione collettiva) e la generale casualizzazione del lavoro. Ciò implica anche quello che Standing definisce terziarizzazione:

“La terziarizzazione raggruppa una combinazione di forme di flessibilità, in cui le divisioni del lavoro sono fluide, i posti di lavoro sono mescolati tra spazi domestici e spazi pubblici, le ore di lavoro fluttuano e la gente può conciliare diversi status lavorativi e avere diversi contratti allo stesso tempo.

(…)

La flessibilità comporta un maggior lavoro per il lavoratore, ambienti lavorativi, spazi domestici e spazi pubblici evanescenti; e il passaggio da una forma di controllo diretto a diverse forme di controllo indiretto, in cui vengono dispiegati meccanismi tecnologici sempre più sofisticati.” (38)

Un’altra fonte di crescita del precariato è la flessibilità salariale. Il precariato si fonda in modo particolare sul reddito salariale in tutta la tipologia del reddito sociale, così come ogni variazione nel reddito – da fisso a flessibile oppure attraverso diversi piani retributivi, per esempio salario variabile o basato sul merito. Ad esempio,

“Quando in Cina i lavoratori si sono mobilitati per salari più alti e migliori condizioni di lavoro, le multinazionali hanno generosamente concesso ingenti aumenti di salario, ma hanno tolto i benefici aziendali. I lavoratori della Foxconn rinchiusi a Shenzhen avevano ricevuto sussidi per il cibo, per i vestiti e per gli alloggi nei dormitori. Nel giugno del 2010, il giorno in cui annunciò un secondo consistente aumento dei salari, il dirigente della Foxconn dichiarò: “oggi restituiremo queste funzioni al governo”. L’azienda stava modificando i salari, dando l’impressione che i lavoratori stessero guadagnando di più (un incremento del 96%), ma cambiando la forma di remunerazione e il carattere del rapporto di lavoro. Il modello globale stava arrivando in Cina.” (43)

E questo, naturalmente, significa maggiore insicurezza in un momento in cui la globalizzazione scuote i legami comunitari che costituiscono anche una parte della retribuzione sociale.

Anche la disoccupazione viene ri-costruita attraverso un filtro neo-liberista ed individualizzata come caratteristica personale:

“Nella struttura neo-liberista la disoccupazione diventa un problema di responsabilità individuale, rendendola quasi “volontaria”. Le persone cominciano ad essere considerate come più o meno ‘impiegabili’ e la risposta consiste nel renderle più impiegabili migliorando le loro ‘abilità’ o modificando le loro ‘abitudini’ e ‘attitudini’. Ciò rende facile passare al gradino successivo, in cui si accusano e si demonizzano i disoccupati come persone pigre e scrocconi.” (45)

E il successivo passo logico è la necessità di ridurre i sussidi di disoccupazione, la qual cosa porta a un circolo vizioso: l’impiego a tempo determinato o parziale è cresciuto soprattutto per i lavoratori a con il minimo salariale, quindi i sussidi di disoccupazione hanno rappresentato una percentuale più alta di reddito sostitutivo. La conclusione dovrebbe essere che il lavoro non paga abbastanza, ma no, gli opinionisti sui media hanno battuto sul tasto che i sussidi erano troppo alti e dovevano essere tagliati ancora di più, e che i disoccupati dovevano essere costretti ad accettare lavori sottopagati. Ma Standing la mette così: “il meccanismo che genera il lavoro nel mondo dei ricchi si sta indebolendo” e ciò porta a retrodatare la recessione del 2008. Semmai, la recessione ha accelerato questa tendenza creando maggiori zone di precariato:

“Anche i disoccupati sperimentano una forma di terziarizzazione. Hanno molteplici ‘posti di lavoro’ – uffici di collocamento, uffici di sussidio, agenzie interinali – e devono investire molto tempo a ‘lavorare per il lavoro’ – compilando moduli, facendo la coda, spostandosi per recarsi agli uffici di collocamento, per cercare lavoro, per i corsi di formazione, eccetera. La disoccupazione può essere un lavoro a tempo pieno, e comporta flessibilità, visto che le persone devono rimanere a disposizione in ogni momento. Quello che i politici chiamano pigrizia può non essere altro che un’attesa a un capo del telefono, mangiandosi le unghie dal nevoso nella speranza di una chiamata.” (48)

La trappola della precarietà

Vivere in condizioni di precarietà significa avere un sacco di spese che ti bloccano, o ciò che Standing chiama “alti costi di transazione” (tempo speso per presentare domande di sussidio, perdita di lavoro temporaneo e ricerca di nuovi impieghi, tempo e costo dell’apprendimento nel nuovo lavoro, l’adattamento di tutte le altre attività – come la cura dei figli – in funzione del nuovo lavoro), che possono benissimo assorbire gran parte del reddito. È questa la trappola della precarietà. E ciò non tiene conto del fatto che vivere nel precariato significa fare esperienza individuale della società del rischio in tutta la sua forza.

Il sussidio statale

L’economia globale è un’economia pesantemente sovvenzionata (a proposito di libero mercato) e di nuovo, ciò avviene senza tenere conto dei salvataggi dovuti alla recessione. Queste sovvenzioni possono prendere la forma di sospensioni delle tasse, varie forme di condono o deduzione fiscale. Ad esempio, progetti come l’Earned Income Tax Credit sono stati sovvenzionati integrando salari bassi (mantenendo le persone in grado di consumare, anche e soprattutto quelle in fondo alla scala sociale).

“Le sovvenzioni per il lavoro, incluso l’earned income tax-credit e i sussidi marginali all’occupazione, sono in realtà anche sovvenzioni al capitale, che mettono le aziende in condizione di aumentare i profitti e pagare stipendi più bassi. Essi non hanno alcuna giustificazione in termini di equità sociale ed economica. La giustificazione per la maggior parte dei sussidi e delle deduzioni fiscali è che, mentre i poveri e i meno istruiti nel loro paese affrontano la durissima concorrenza da parte del lavoro a basso costo dei paesi in via di sviluppo, i governi hanno la necessità di sovvenzionare i salari bassi per ricevere entrate adeguate. Ma se da un lato queste sovvenzioni vengono intese per compensare la disuguaglianza dei salari, esse d’altro canto incoraggiano la crescita o il mantenimento di lavori precari sottopagati. Ritoccando i salari portandoli a livelli da sussistenza, la deduzione fiscale toglie pressione ai datori di lavoro e fornisce loro un incentivo per continuare a pagare salari bassi.” (55)

Insieme al credito facile e al reddito famigliare aggiuntivo derivante dal lavoro delle donne, si possono incasellare i sussidi sotto la categoria “modi in cui possiamo permettere alla gente di consumare e avere alte pretese con salari in declino”, cosa che è crollata nel 2008. Questa è anche uno dei molti modi in cui lo Stato è MOLTO coinvolto nel sostegno dell’economia.

In queste condizioni, naturalmente, il precariato ha una risorsa finale: l’economia sommersa, non importa quanto pericolosa o sfruttabile.

Oppure le rivolte.