[Apparso il 31 luglio 2011 su “The Global Sociology Blog”, traduzione di Valentina Fulginiti]

Questo è il primo di una serie di post che intendo scrivere mentre mi cimento con The precariat: The New Dangerous Class di Guy Standing.

Prima di tutto, il precariato non è un evento spontaneo (non esistono eventi spontanei, nella società), ma il risultato di una serie di politiche socio-economiche.

“Negli anni Settanta, un gruppo di economisti orientati ideologicamente si è impossessato delle orecchie e delle menti dei politici. L’asse portante del loro modello “neo-liberista” era che la crescita e lo sviluppo dovessero dipendere dalla competitività del mercato: pur di massimizzare competizione e competitività, e di permettere ai principi del mercato di permeare ogni aspetto della vita, qualsiasi azione doveva essere intrapresa.

Un particolare tema era la necessità, per le nazioni, di aumentare la flessibilità del mercato del lavoro, il che si è concretizzato in un’agenda tesa a trasferire rischio e insicurezza sociale sui lavoratori e sulle loro famiglie. Ne è risultato un precariato globale, composto da milioni di persone su tutto il globo, senza l’àncora di una certezza, che stanno diventando una nuova e pericolosa classe sociale. Sono inclini ad ascoltare voci fastidiose, e a dare a tali voci una piattaforma politica dall’influenza crescente. Il successo dell’agenda “neo-liberista”, abbracciata in misura variabile da governi di ogni colore, ha creato un mostro politico incombente. Bisogna agire prima che questo mostro prenda vita. (1)

Standing nota come il precariato si stia già facendo udire in Europa mediante eventi come l’EuroMayDay, ma, al di là di questi eventi carnevaleschi, il precariato non è un movimento sociale per via della sua mancanza di omogeneità. Standing paragona tali manifestazioni ai “ribelli primitivi” che compaiono a ogni trasformazione epocale, quando i fondamenti sociali del vecchio ordine sono smantellati, senza che nulla ancora li sostituisca.

La precarizzazione è il frutto della globalizzazione, dato che le tradizionali organizzazioni sindacali nel Nord Globale non hanno più il potere di imporre un qualsivoglia livello di contrattazione collettiva ai datori di lavoro, dopo anni di de-localizzazioni ed esternalizzazioni. A seguito di questa massiccia de-industrializzazione, la forza lavoro dei paesi occidentali vede il proprio status molto meno sicuro, non solo in consequenza della perdita di garanzie contrattuali, ma anche come risultato di politiche pubbiche tese a eliminare larghi segmenti della rete di protezioni sociali, il tutto incluso in quello che Jacob S. Hacker ha definito “The Great Risk Shift” (“Il grande trasferimento del rischio”).

Uno degli aspetti principali del neoliberismo è l’enfasi sulla flessibilità, un concetto a più livelli, così spiegato da Standing:

  • Flessibilità salariale: velocizzare gli assestamenti in risposta alla domanda, specialmente verso il basso.
  • Flessibilità di impiego: possibilità facile e a costo zero per le aziende di cambiare i propri livelli di assorbimento lavorativo, con la riduzione delle tutele e protezioni contrattuali.
  • Flessibilità lavorativa: possibilità di spostare i propri impiegati e cambiare la struttura lavorativa dell’azienda con resistenze e costi minimi.
  • Flessibilità nelle mansioni: possibilità di adattare facilmente le capacità dei lavoratori.

Le conseguenze?

“In sostanza, la flessibilità richiesta dai piu impudichi teorici dell’economia neo-classica implicava il sistematico aumento dell’insicurezza per i  lavoratori: quest’ultimo era presentato come un “prezzo necessario” per mantenere investimenti e posti di lavoro. Ogni battuta d’arresto economica era attribuita almeno in parte, a ragione o a torto, alla mancanza di flessibilità e al bisogno di ‘riforme strutturali’ del mercato del lavoro.

Man mano che la globalizzazione procedeva, mentre governi e corporation gareggiavano nel rendere i rapporti di lavoro più flessibili, si moltiplicava il numero di persone in rapporti di lavoro non tutelati. Ciò non era determinato dalla tecnologia. Il lavoro flessibile si estendeva, le diseguaglianze aumentavano, e la struttura di classe che puntellava la società industriale ha ceduto il posto a qualcosa di più complesso, ma certamente non meno classista”.(6)

Come appare, dunque, la nuova struttura di classi, secondo Standing? Il suo modello di scala sociale appare più o meno così:

  • Élite: una classe globale di cittadini assurdamente ricchi, la classe di capitalisti transnazionale, un’élite di potere globale, i padroni dell’universo o comunque altro li vogliate chiamare.
  • Salariati: quelli che hanno ancora un impiego stabile e a tempo pieno, pensione, ferie pagate, benefici previdenziali forniti dai datori di lavoro, spesso finanziati dallo stato.
  • “Proficians” o professionisti-tecnici, dotati di competenze che possono vendere come consulenti o lavoratori autonomi, e che potrebbero persino apprezzare il fatto di passare da un lavoro all’altro.
  • Lavoratori: come nella tradizionale classe operaia per cui il welfare è stato costruito, ma le cui fila sono stati decimate.
  • Disoccupati.
  • Emarginati sociali.

Queste sono classi; in particolare, il precariato può non essere una “classe-a sé stante” ma è nondimeno una classe, con caratteri propri della classe:

“Il precariato consiste di persone che hanno relazioni di fiducia minime con il capitale o lo stato, il che lo differenzia notevolmente dal lavoro salariato. In più non ha nessuna delle relazioni di “contratto sociale” tipiche del proletariato, per cui le tutele sulla sicurezza del lavoro erano fornite in cambio della subordinazione e lealtà coatta, il patto non scritto su cui si sostiene lo stato sociale. Privo di contrattazione o di sicurezza in cambio della subordinazione, il precariato è distinguibile come una classe. Ha inoltre uno status particolare, dato che non si connette precisamente né alle occupazioni ad alto prestigio professionale, né a quelle della classe media. Un possibile modo di definire è che il precariato abbia uno “statuto interrotto”. (8)

È qui cruciale il fatto che il precariato sia privo di ogni aspetto di sicurezza sociale:

  • Sicurezza del mercato del lavoro: adeguate possibilità di guadagno, e, idealmente, impegno governativo per la piena occupazione.
  • Sicurezza dell’impiego: protezione contro il licenziamento arbitrario, regolamentazione su assunzione e licenziamento.
  • Sicurezza della professione: possibilità e capacità di creare una propria “nicchia” professionale, barriere contro la diluizione delle competenze, opportunità di mobilità verso l’alto, in termini di prestigio e di guadagno.
  • Sicurezza sul lavoro: protezione contro incidenti e malattie professionali attraverso norme sulla sicurezza e sulla salute, limitazioni all’orario di lavoro e simili altre condizioni di lavoro, e compensazione in caso di incidenti.
  • Sicurezza nella riproduzione delle abilità: opportunità di acquisire nuove competenze mediante aggiornamento, apprendistato e altre opportunità formative.
  • Sicurezza del reddito: garanzia di un adeguato reddito stabile, protetto da strumenti come le leggi sul salario minimo garantito, indennità di salario, sicurezza sociale ampia e tassazione progressiva.
  • Sicurezza rappresentativa: diritto alla contrattazione collettiva o a una voce collettiva nel mercato del lavoro, sindacati indipendenti e diritto di sciopero.

Il precariato è privo di tutte e sette le forme di sicurezza, così come delle più sicure forme di reddito sociale, composto come segue:

  • autoproduzione (dalla fattoria familiare all’appezzamento familiare)
  • reddito monetario
  • supporto della famiglia e della comunità
  • indennità d’impresa
  • indennità statali
  • indennità private (risparmi)

Ciascuna forma di reddito sociale può essere divisa tra forme più o meno sicure, ma il precariato sarà sempre all’estremo meno sicuro dello spettro, in ciascuna categoria.

“Una caratteristica del precariato non tanto è il livello dei salari o del reddito guadagnato in ciascun dato momento, quanto l’assenza di supporto dell comunità nei momenti di bisogno, la mancanza di qualsiasi indennità fornita dallo stato o assicurata privatamente e la mancanza di indennità private per integrare i guadagni monetari.

(…)

Oltre all’insicurezza lavorativa e all’insicurezza del reddito, i precari mancano di una identità fondata sul lavoro. Quando sono occupati, sono in lavori privi di carriera, privi di tradizioni o di memoria sociale, non sentono di appartenere a una comunità di lavoratori che si fonda su pratiche stabili, codici etici o norme di comportamento, sulla reciprocità o sulla fratellenza.

Il precariato non sente di appartenere a una comunità lavorativa solidaristica. Ciò identifica un senso di alienazione e strumentalità rispetto alle loro mansioni. Azioni e attitudini derivate dalla precarietà tendono all’opportunismo. Nessuna “ombra del futuro” si proietta sulle loro azioni, dando la sensazione che ciò che si dice o si vive nel presente possa avere un effetto forte o vincolante sulle relazioni di lungo periodo. Il precariato sa che non vi è alcuna ombra del futuro, dato che non c’è alcun futuro in ciò che si sta facendo. Essere espulsi domani non costituirà certo una sopresa, e andar via potrebbe non essere negativo, se si palesa un altro lavoro, o una nuova improvvisa attività.” (13)

Il lavoro diviene così strumentale (al guadagnarsi da vivere), opportunistico (prendila come viene) e precario (cioè insicuro). Aggiungerei a questo che i governi potrebbero essi stessi i promotori di questo tipo di atteggiamento, ad esempio quando il sussidio di disoccupazione è condizionato al fatto di accettare la prima offerta di lavoro purchessia.

Se il precariato è una condizione o uno stato, la precarizzazione (Jay Livingston mi ucciderà per questo termine orrendo) è il processo attraverso cui si diventa parte del precariato. Secondo Standing, una caratteristica di questo processo è il ricorso a qualifiche insignificanti e gonfiate, ciò che lo studioso definisce “mobilità occupazionale fittizia” o l’“iper-qualificazione” che accompagna i lavori privi di prospettiva, e che nasconde la precarizzazione del lavoro stesso. La proliferazione delle qualifiche è un  ameno sostituto degli aumenti salariali, ma è anche lo specchio della crescente complessità organizzativa. Come nota Standing, “l’appiattimento delle strutture lavorative è nascosto dall’inflazione delle qualifiche” (18)

Il precariato, tuttavia, non è solo uno stato relativo a una situazione lavorativa. Per Standing, esso dà forma al modo in cui si pensa e si vede il mondo:

Il precariato è definito da una tendenza a pensare “a breve termine” [short-termism], che potrebbe evolversi in un’incapacità di massa a pensare a lungo termine, indotta dalla scarsa probabilità di progredire personalmente o di fare carriera.

Internet, l’abitudine a navigare, gli sms, Facebook, Twitter e gli altri social media sono tutti attivi nel reimpostare il nostro cervello (Carr 2010). Questa vita digitale sta danneggiando il processo di consolidamento della memoria a breve termine che è la base di quello che generazioni di esseri umani hanno sempre considerato come l’intelligenza, ossia la capacità di ragionare mediante processi complessi e di creare nuove idee e nuovi modi di immaginazione.

Il mondo digitalizzato non ha alcun rispetto per la contemplazione o la riflessione: rilascia stimoli e gratificazioni istantanei, forzando il cervello a dare attenzione a decisioni e reazioni a breve termine (18-19)

A ciò si associano gli stati di rabbia, anomia, ansia e alienazione che il precariato sperimenta insieme alla mancanza di stabilità e all’impossibilità di pianificare. Va da sé che si tratta di una ricetta per l’instabilità sociale, e per quello che ho definito come una nuova sociopatia. Tuttavia, quando ci pensiamo, è evidente chi tragga vantaggio da tutto questo. È però impossibile non vedere la precarizzazione come una forma di violenza strutturale.