di Valentina Fulginiti

«La giustizia può richiedere un tempo straordinariamente lungo; ma continuare a lottare per affermarla è il modo migliore per onorare i sacrifici che i nostri compagni fecero a Genova». Con queste parole Susan George conclude la sua introduzione a L’eclisse della democrazia, il volume che Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci hanno dedicato ai fatti di Genova. La frase colpisce perché da tempo ci siamo disabituati ad associare la parola “sacrifici” all’orizzonte delle lotte politiche. È una parola di cui sembra essersi appropriata la destra, quella destra che troppo spesso spaccia per “lavoro” lo sfruttamento del lavoro altrui e che, in anni di egemonia retorica e comunicativa,  ha buon gioco a bollare come  appartenenti all’“Italia peggiore”  i precari che chiedono rispetto. Di questi tempi, i “sacrifici” li chiede la Banca Mondiale, i sacrifici di chi lavora; è giusto, dunque riappropriarsi delle parole, ritrovarne il giusto peso anche per uscire dalla retorica dominante.

L’eclisse della democrazia è solo l’ultimo caso di una lunga serie di documentari, inchieste, testimonianze, libri bianchi, romanzi – poco importa se scritti o disegnati – che hanno tentato di squarciare il velo del silenzio sui gravi episodi accaduti, esattamente dieci anni fa, a Genova in corrispondenza delle proteste anti-G8. Diciamo subito, però, che non si tratta del solito “libro su Genova”. Si tratta invece del primo tentativo di storicizzare quell’evento, rendendo conto della molteplicità dei suoi significati. Una caratteristica, che, secondo gli stessi autori, influenza la ricezione del volume e ne ha, in parte, pregiudicato la stessa accoglienza da parte del mondo editoriale. «Diciamo che o lo pubblicava Feltrinelli o non lo pubblicava nessuno. La stessa cosa è che o ne parlano i giornali del movimento o non ne parla nessuno. Non è un caso che i grandi quotidiani, il giorno che è uscito il nostro libro, hanno preferito dedicare una pagina intera ad un altro libro che su Genova 2001 non aggiunge assolutamente nulla e quindi….», ha dichiarato ad esempio Agnoletto a Davide Pelanda di MegaChip 2, in un’intervista leggibile qui.

Questo libro si legge, dunque, a più livelli. In primo luogo, Agnoletto e Guadagnucci offrono una ricostruzione accuratissima dei giorni genovesi e dell’iter giudiziario che ne è seguito. Sentenze alla mano, i due autori – entrambi diretti testimoni e partecipi di quegli eventi – forniscono un quadro minuzioso della disciplina processuale adottata, dei conflitti tra parti tanto assurdi da arrivare a considerare i processi come grotteschi “scambi di prigionieri”. I due autori permettono di compredere la natura del pesante velo di omertà che ha protetto i responsabili delle violenze, l’emarginazione che ha accompagnato le poche denunce interne alle forze dell’ordine, le numerose promozioni di dirigenti collusi, indagati e condannati (benché quasi sempre prescritti), in un mosaico di prove falsificate e testimonianze ritrattate, senza dimenticare le responsabilità politiche di chi stava in cabina di regia. Ne emerge un quadro desolante, il ritratto di una pericolosa dualità nel modo di considerarsi “servitori dello stato”, che si spinge a comprendere quasi una sorta di diritto all’impunità – e nel frattempo per mano della polizia si continua a morire, per le strade e nelle carceri di Calvairate, Ferrara, Perugia, Roma….

Allo stesso tempo, L’eclisse della democrazia è anche un tentativo di superare la mera ricostruzione documentaria, per rilanciare le domande politiche sollevate da quel movimento, e riportate all’attualità dalla crisi del modello neoliberista. Domande che non riguardano solo la grave ferita nella democrazia italiana aperta dalla morte di Carlo Giuliani, dai pestaggi della Diaz e dalle torture di Bolzaneto (fatti che comunque occupano la maggior parte del libro, conformemente agli equilibri effettivamente assunti dal dibattito pubblico), ma che soprattutto riguardano giustizie e ingiustizie globali, il conflitto tra modelli di sviluppo e la questione dell’accesso a beni e diritti essenziali. Da questo punto di vista, il merito principale del volume è proprio quello di non fermarsi alla rievocazione,  ma di riaprire le domande politiche allora rimaste sospese, intrecciando la ricerca di verità e giustizia al necesario rilancio politico. Proprio per questo, la parte più originale e innovativa del volume è forse quella conclusiva, in cui gli autori tracciano un bilancio delle lotte e delle elaborazioni politiche successive al 2001, riconnettendo l’esperienza italiano  al movimento globale (mediterraneo, asiatico, latino-americano) e recuperando legami e consonanze che sembravano dimenticate (anche fuori dal feticismo dei social network, blog e altri ambienti del web 2.0, troppo spesso ritenuti l’unico spazio possibile di discussione politica). Se da un lato gli autori sembrano pessimisti sulla reale possibilità, per il movimento italiano, di incidere sulle dinamiche di sfruttamento globale («Su questo punto è bene essere chiari e riconoscere che non è in Europa che in un futuro prossimo potranno sorgere movimenti in grado di modificare il corso della storia», scrivono a p. 249), dall’altro lato essi esortano a guardare alle molteplici esperienze che si intrecciano dentro e fuori d’Italia («La crisi ideologica e politica è certamente grave, ma fuori non c’è il deserto», scrivono infatti poche righe dopo). E se, come essi sembrano suggerire, negli anni 2000 il movimento italiano ha perso l’opportunità porre al centro della discussione politica quelle analisi, così lucide e accurate, che furono elaborate a Genova, le recenti esperienze di mobilitazione (a cominciare da quella per l’acqua pubblica) dimostrano che molto si può fare, ripartendo proprio da quei temi, allora messi sotto silenzio da criminalizzazione e oblio collettivo. Per tutti questi motivi, L’eclisse della democrazia è un libro importante: un libro che vi invitiamo non solo a leggere, ma soprattutto ad agire.

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