di Giulia Fazzi

Spesso mi sono chiesta cosa succederebbe. Soprattutto in quelle mattine di file interminabili e attese di oltre un’ora prima di vedere chiamato il proprio numero. Come farebbero senza di noi? Che siamo quelli che lavorano più velocemente, che fanno meno ferie perché non sono pagate, che non godono del premio produttività, che a Natale restano a bocca asciutta senza tredicesima?

se succedesse questo, se domani non andassimo a lavorare, semplicemente si fermerebbe tutta la baracca.

Lavoro in un Centro per l’impiego, quello che una volta era l’ufficio di collocamento. Una volta di competenza ministeriale, con la riforma di tredici anni fa la gestione è passata alle provincie. Sono una precaria della Pubblica Amministrazione da sette anni e mezzo. Inizialmente sono entrata con un contratto di collaborazione coordinata e continuativa con un’azienda privata di consulenza e servizi che nel 2003 aveva vinto un appalto per la gestione del servizio accoglienza e informazione. Facevo sportello al pubblico, iscrivevo i disoccupati. Le stesse mansioni delle mie colleghe assunte a tempo indeterminato. Lo stipendio non arrivava a 1000 euro, ma almeno avevo una forma di contratto che mi garantiva un minimo di malattia e di ferie riconosciute e pagate. Scaduto l’appalto, sono passata ad avere un contratto di collaborazione direttamente con la provincia, prima di un anno e mezzo, poi di due anni, poi di altri due anni. Sempre con l’ansia che finissero i finanziamenti del Fondo Sociale Europeo tramite i quali venivano fatti i contratti a me e a colleghe e colleghi nelle stesse condizioni. Sempre con l’ansia sì, ci sono i soldi, no non ci sono i soldi. In una amministrazione storicamente “rossa” che ha usato il precariato con molta disinvoltura. Le mie mansioni sono rimaste sempre le stesse. Ogni giorno mi siedo alla scrivania dello sportello e iscrivo le persone disoccupate, licenziate per riduzione di personale o chiusura azienda, precari delle agenzie interinali o della PA come me, ragazzini neodiplomati, invalidi civili, insegnanti precari che il primo giorno feriale di ogni luglio arrivano in massa a iscriversi per fare domanda di disoccupazione. La realtà dei centri impiego è così. Dove lavoro io è così: ci sono i colleghi di ruolo, molti dei quali hanno trent’anni di servizio alle spalle. Ci sono i tempi determinati, i co.co.co., gli “esterni”, cioè colleghi che si occupano della gestione dei servizi di orientamento e quelli che sono soci dipendenti della cooperativa di servizi che gestisce lo sportello informalavoro e la mediazione culturale. Mille contratti diversi, mille situazioni diverse, la maggior parte delle quali precarie, per fare comunque lo stesso lavoro: offrire un servizio alle persone che cercano lavoro. Precari che aiutano precari. Ci sono poi i casi estremi di persone che in pochi anni hanno visto cambiare la propria forma contrattuale e il proprio committente mille volte: prima collaboratori di un’azienda esterna, poi della provincia, poi di un ente di formazione, di un’agenzia interinale per tornare di nuovo a un contratto diretto con l’amministrazione pubblica. Per fare sempre le stesse identiche mansioni.

Da tre mesi sono passata a un contratto a tempo determinato, grazie a un concorso. È migliorata la mia posizione contrattuale, ovviamente. Adesso ho le ferie retribuite, ho la mutua se mi ammalo, maturo il tfr, prenderò la tredicesima e la produttività. Tutte cose che non avevo quando ero co.co.co. Quando ero co.co.co. prendevo 750-800 euro nel mese in cui facevo le ferie estive, contro un massimo di 1250 euro. Stare a casa qualche giorno voleva dire prendere almeno 100 euro in meno il mese dopo, e quando si è indipendenti, c’è un affitto da pagare, una visita da fare e scadenze da rispettare, 100 euro fanno la loro bella differenza. Anche essere precaria e lavorare il doppio di certi comodi colleghi della vecchia guardia, fa la differenza. Vuol dire ingoiare certi rospi, certe incazzature che sono solo tue, non ti portano da nessuna parte. L’entrata dei precari nella PA ha significato anche questo: gente volenterosa per piacere e per forza, gente “fresca”, capace di rapportarsi al pubblico in modo completamente diverso. Vedo questo tutti i giorni da sette anni e mezzo. Se domani non andassimo a lavorare, il centro impiego si fermerebbe. Non sarebbe più garantita l’efficienza degli sportelli iscrizioni, dell’ufficio disabili, sparirebbero i servizi di orientamento e preselezione. È quello che potrebbe succedere se non ci venissero rinnovati i contratti, se a un certo punto ci dicessero: “non c’è più posto per voi, grazie tante e arrivederci”. E potrebbe succedere. Cinque, sette, dieci anni di lavoro precario, malpagato, di costruzione faticosa di una competenza professionale, di fornitura di un servizio qualificato a persone in difficoltà buttato nel vento, infilato in un cassetto, dimenticato.

 

 

Giulia Fazzi è nata in provincia di Modena nel 1972. Oltre a fare l’impiegata pubblica a tempo determinato, è anche scrittrice. Ha pubblicato il romanzo Ferita di guerra nel 2005 con Gaffi Editore e diversi racconti in antologie e in rete.