di Emanuele Toscano [pubblicato su Sociologic@]

Le esperienze di attualizzazione di pratiche politiche e sperimentazione di nuovi linguaggi cominciano a registrare un’ampia casistica, anche qui in Italia dove certamente – a parte qualche caso illuminato – non possiamo certo dirci all’avanguardia. Le difficoltà a farsi spazio in un’arena comunicativa pietrificata dall’eterno presente berlusconiano da un lato e dalle composte e canoniche pratiche di mobilitazione della sinistra istituzionale dall’altro cominciano a essere superate, soprattutto grazie alla Rete e alle sue potenzialità. L’organizzazione della manifestazione del prossimo 9 Aprile sulla precarietà e sulla questione generazionale “Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta” è solo l’ultima di una lista di esperienze che, da qualche anno, stanno cercando di innovare e sperimentare nuove forme di fare politica e di veicolarne i messaggi. Far scendere in piazza i precari è complesso e faticoso per la natura stessa della figura contrattuale intermittente, con percorsi lavorativi discontinui e spesso atomizzati, assenza di diritti, bassa sindacalizzazione. Pensare di farlo con gli strumenti classici – proprio per questi motivi – è praticamente impossibile. Anche perché oggi, in Italia, il tema della precarietà è affrontato in maniera bipartisan in termini ambigui e tentennanti. Per questi e altri motivi una generazione precaria, sfruttata e denigrata, ha deciso di auto-rappresentarsi per restituire un’immagine di sé più autentica e complessa rispetto a quella costruita su stereotipi dai canali mainstream. E l’ha fatto utilizzando i nuovi strumenti di comunicazione forniti dal web e dalle nuove tecnologia dell’informazione, che permettono di agire direttamente sul messaggio veicolato e sull’audience da raggiungere. Si sono quindi prodotti video, contenuti multimediali, si è puntato sulla creatività e sulla sperimentazione di nuovi linguaggi politici, su forme non convenzionali di promozione del messaggio della manifestazione. La passeggiata di zombie precari per le strade della città, uno speaker corner precario la domenica mattina nell’affollato mercato romano di Porta Portese, l’azione di “disturbo” della presentazione del film di Boris sono esempi chiari di una generazione che ha deciso di raccontarsi e autorappresentarsi con ciò che la rispecchia di più: l’ingegno, la gioia, la creatività. Il web 2.0 (i social network come Facebook, Youtube, Twitter su cui poi queste azioni vengono rilanciate) abilita processi di disintermediazione tali da parlare, più che di audience, piuttosto di parlance, per sottolineare il ruolo attivo nella costruzione di senso che gli attori sociali hanno all’interno della rete. Manuel Castells, nel suo recente Comunicazione e Potere, sostiene come le recenti innovazioni nel web denominate web 2.0 e web 3.0, grazie a dispositivi e applicazioni che hanno favorito l’espandersi di spazi sociali sulla Rete Internet, siano alla base della trasformazione radicale dei meccanismi di comunicazione. La rete Internet ha permesso l’affermarsi di una mass self-communication: una comunicazione che ha le potenzialità di raggiungere una platea globale, e perciò di massa, ma al contempo auto-comunicazione in quanto auto-generata, i cui destinatari sono auto-individuati, con un’auto-selezione dei contenuti da veicolare. Attraverso questa forma di comunicazione, si costruiscono sistemi personali di comunicazione di massa che si basano su blog, siti web, flussi informativi audio e video, spazi sociali sul web, wiki, elaborando il contenuto sulla base del proprio orientamento individuale e al contempo inserendosi in una comunicazione many-to-many. Questi nuovi strumenti di mass self-communication forniscono agli attori dei movimenti sociali e culturali contemporanei delle forme organizzative e di comunicazione estremamente più efficaci e decisive, segnando un definitivo strappo con le forme organizzative classiche proprie dei partiti, dei sindacati, delle associazioni tradizionali. Con l’affermarsi nella vita sociale contemporanea di un modello di società in Rete, al principio di generalità proprio del processo produttivo che caratterizzava la società industriale e che generava un senso di sameness, di uguaglianza – base della solidarietà e della coscienza di classe dei movimenti sociali dell’epoca – si sostituisce un principio d’individualità che porta l’individuo al centro della “struttura sociale”, incidendo di conseguenza sulla natura dei conflitti e dei movimenti contemporanei. Si evidenzia così l’emergere di nuove soggettività, che non puntano più alla difesa ed all’affermazione di identità collettive attraverso categorie socialmente definite, ma si costituiscono come forme di resistenza ad un dominio “desoggettivante” – come quello della precarietà – attraverso l’esperienza individuale e la ricerca di nuove forme di azione politica. Nuove soggettività che sanno sorridere di se stesse, perché credono che il tempo del riscatto sia arrivato.