di MANUEL MASSIMO

L’ODISSEA del dottorato di ricerca in Italia sembra non avere fine: il terzo livello della formazione accademica – che dovrebbe fungere da volano per risollevare le sorti dell’università in affanno – dall’entrata in vigore della Legge Gelmini giace in una sorta di limbo legislativo. In attesa di un decreto attuativo “risolutivo” che tarda ad arrivare, nonostante le promesse del ministro e le molte sollecitazioni provenienti anche dagli organi di stampa (Repubblica.it lo sottolineava già l’11 febbraio scorso), gli atenei hanno sospeso i bandi per i nuovi dottorati e bloccato il rinnovo degli assegni di ricerca. Una netta presa di posizione per uscire da una situazione divenuta ormai insostenibile viene anche dal Cun: il Consiglio Universitario Nazionale, nella sua nuova composizione, ha rieletto come presidente il professor Andrea Lenzi – in carica dal 2007 – e approvato una mozione ad hoc per una pronta risoluzione del problema.

Decreti non più procrastinabili. “Al fine di evitare l’interruzione da parte degli atenei del conferimento degli assegni per lo svolgimento delle attività di ricerca e dell’istituzione dei corsi di dottorato di ricerca – si legge nel provvedimento numero 287 del 23 febbraio – il Cun chiede che nel più breve tempo possibile sia emanato da parte del Miur il decreto relativo al comma 7 dell’art. 19 onde consentire agli atenei di disciplinare con proprio regolamento l’avvio delle procedure relative al conferimento degli assegni di ricerca. Chiede inoltre che sia definito il tempo di approvazione del regolamento di attuazione relativo al comma 1 dell’art. 19, per l’istituzione dei corsi di dottorato”.

Rilievi e richieste. La mozione indirizzata al ministro Gelmini denuncia la situazione di stallo che si sta verificando in seguito all’entrata in vigore della legge che porta il suo nome, avvenuta forse in maniera troppo “disinvolta”: buona parte dell’impianto normativo, specie per quel che concerne le attività di ricerca degli atenei, poggia infatti sul parere vincolante dell’Anvur, l’Agenzia Nazionale di Valutazione ancora non operativa. Per questo, in attesa della messa a regime del nuovo ente pubblico vigilato dal Miur che non avverrà prima di aprile, la Gelmini ha chiesto proprio al Cun – con una lettera del 21 febbraio – di “formulare proposte e riflessioni al fine di valorizzare adeguatamente il terzo livello della formazione”.

Dottorandi (ancora) senza risposte. Rispetto alla promessa fatta in data 19 gennaio all’Adi (Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani) il ministro Gelmini risulta inadempiente: che fine ha fatto “l’apposito regolamento di imminente emanazione” annunciato ai primi di febbraio come “risposta ufficiale” per venire incontro alle richieste di chiarimento e alle rivendicazioni di diritto da parte dei dottorandi? Non ve n’è traccia: il provvedimento, secondo fonti vicine a Piazzale Kennedy, sarebbe ancora “in via di predisposizione da parte dei competenti uffici del Ministero”. Nel frattempo, però, i primi effetti della Legge Gelmini cominciano a farsi sentire, come denuncia l’Adi: “Ciò che ancora una volta colpisce è l’incapacità da parte del ministro di comprendere gli effetti della sua riforma sui giovani ricercatori”. Assegni di ricerca bloccati, mancanza di prospettive di ricerca: ormai chi può fugge all’estero, gli altri disoccupati-del-sapere aspettano a casa.

La programmazione necessaria. Alla luce dei problemi reali del comparto ricerca, le formule ministeriali “il trionfo del merito” e “la valorizzazione dei giovani” suonano ormai come vuoti slogan: messaggi autopromozionali che non trovano un riscontro oggettivo nella realtà dei fatti. Ma ciò che più impressiona – in tempi di tagli lineari al bilancio – è la sostanziale mancanza di una rotta da seguire, anche nella razionalizzazione delle risorse, come sottolinea il Cun a proposito del mancato avvio del processo per il Fondo di Finanziamento Ordinario 2011: “L’assenza di una programmazione di medio periodo per il sistema universitario espone quest’ultimo a sottrazioni casuali di risorse, coinvolgendo comparti che nulla hanno a che fare con l’Università, come già in passato nel caso di Alitalia, agricoltori sardi, autotrasportatori; e oggi con l’idea della quote latte. Quest’ultima ipotesi comprometterebbe le risorse per i dottorati di ricerca, il Piano Triennale del Sistema Universitario, i Fondi per le Università non statali…”. La lista potrebbe continuare per molte altre voci, il senso del ragionamento è già chiaro così.

Articolo pubblicato su Repubblica.it