Sempre a proposito di diritti per gli stagisti, segnaliamo un recente post di Giovanna Cosenza, che oltre a segnalare tirocini utili per chi studia o si è formato nell’area della comunicazione, da tempo dedica una crescente attenzione anche al tema degli stage-truffa. Giovanna Cosenza stavolta dà spazio alla denuncia di una studentessa, Gloria, incappata in una proposta ambigua quanto a mansioni (ma assai impegnativa, quanto a oneri ed obblighi). Riportiamo un breve stralcio della testimonianza:

Arrivata in sede, sono rimasta colpita dal clima: un continuo via vai di ragazzi, 27-28 anni al massimo, un ambiente di lavoro alternativo, colorato, insolito. Durante il colloquio mi sono stati puntualizzati vari aspetti: nessun rimborso spese, ma orario flessibile (inclusa la sera e il weekend, se serve) e opportunità di fare un’esperienza formativa importante dato che l’agenzia organizza il Festival WZ, famoso in tutta Italia. Hanno inoltre precisato che avevano bisogno di molto impegno e motivazione da parte mia, perché l’agenzia non si può permettere che qualcuno abbandoni strada facendo, e che non ci sarebbe stata in seguito nessuna possibilità di lavoro, ma avrei potuto mettere in cv l’importante esperienza collaborando all’organizzazione del Festval WZ. Sono uscita perplessa: avevano avanzato pretese, ma non avevano specificato le mie mansioni anche a seguito della mia richiesta di precisazioni.

Niente di insolito, per chi sia abituato a bazzicare nel mondo degli stage: quante volte abbiamo letto annunci che proponevano “nessuna retribuzione”, in cambio di “ampia visibilità” (per quanto riguarda giornalismo e editoria) o “significativa esperienza”? La studentessa, però, non si fa irretire e denuncia una realtà diversa: la realtà di una grande agenzia che, sfruttando il prestigio del proprio nome, può contare su un continuo ricambio di giovani, da sfruttare esclusivamente per compiti di bassa manovalanza.

Di particolare interesse, sia nella testimonianza della ragazza che nella riflessione della docente, è la denuncia della ‘corresponsabilità’ di molti studenti o neo-laureati, che accettando condizioni indecenti contribuiscono a mantenere in auge un sistema di sfruttamento a ciclo continuo. Scrive infatti l’autorevole semiologa:

Attenzione però: non sto dicendo che in questi casi lo/a stagista sia una povera vittima. Sto dicendo che condivide e contribuisce a perpetuare la stessa cultura dell’apparenza e dell’opportunismo in nome della quale l’azienda si permette di sfruttarlo/a.

Come il numero dei commenti sembra indicare, è una questione spinosa: se è impossibile giudicare chi, preso dalla disperazione o semplicemente per mancanza di alternative, punta sulla spendibilità di un’esperienza presso un grosso “nome”, è innegabile che questo atteggiamento passivo e sconsolato contribuisca a perpetuare una catena di sfruttamento: un folle gioco nel quale, semplicemente, è impossibile vincere. E’ dunque importante ricordare che esperienze simili non portano alcun guadagno personale, e che per cambiare questo stato di cose occorre uscire dalle trappole dell’individualismo e pensare in collettivo.

Che fare, nel frattempo? Rifiutare e denunciare, come ha coraggiosamente fatto Gloria, è già un inizio.