[Simone Cavalieri è un archeologo della Provincia di Trento. Ci invia questo quadro desolante della sua categoria professionale, dovuto alla mancata applicazione delle regole esistenti e alla svalutazione della figura professionale dell’archeologo. L’archeologia è un settore lavorativo che potrebbe garantire l’impiego di molti esperti in una materia di lunga tradizione nel nostro Paese, ma che viene quotidianamente svilito da pratiche di assunzione scandalose.]

di un gruppo di archeologi precari trentini

Fra le numerose categorie di lavoratori giovani e meno giovani caratterizzate e imbrigliate in forme di lavoro precario, dalla ricerca (sebbene nella ricerca scientifica per le immediate ricadute produttive vi possa essere in taluni fortuiti casi un’ancora di salvezza), al sapere e alla conoscenza, allo spettacolo e alle arti visive e letterarie (musicisti, attori, tecnici vari, fumettisti, animatori, scrittori, saggisti, ecc.), vorremmo parlare di una categoria appartenente al settore dei Beni Culturali, quella degli archeologi.

Il mondo dei lavoratori in archeologia è caratterizzato da numerose forme contrattuali derivanti soprattutto dai diversi percorsi che una persona può intraprendere. Ma volendoli riassumere in breve, si può parlare di due forme lavorative. La prima che porta moltissime persone a diventare tecnici di scavo archeologico, i cosiddetti operatori archeologici; la seconda conduce tanti altri ad intraprendere un percorso che li porta a collaborare soprattutto con Musei, ma anche con Università e Soprintendenze. In quest’ultimo caso i posti sono da anni sempre più esigui e oltretutto molti musei e realtà istituzionali si sono ridotte ad impiegare gran parte di questi collaboratori semplicemente come guide e addetti alla didattica (non essendo molto sviluppata in Italia la figura del ricercatore). Nel primo caso invece trovano impiego tutti coloro che sperano di poter raggiungere una certa continuità lavorativa. In Italia, infatti, la maggior parte degli archeologi lavora come operatore archeologico, per il semplice fatto che gli scavi archeologici sono numerosissimi e assicurano maggior lavoro. Perlopiù si tratta di scavi all’interno di cantieri edili già avviati in cui è richiesto un intervento immediato e possibilmente rapido per scavare e documentare siti archeologici che altrimenti verrebbero distrutti dalla prosecuzione delle attività edili o urbanistiche: in questo caso si parla di “scavo di emergenza”. Molto più raramente il lavoro si svolge in cantieri impostati e pensati espressamente ai fini di una ricerca archeologica, nell’ambito del cosiddetto “scavo di ricerca”.

Nella maggior parte delle regioni italiane la committenza che paga le ditte archeologiche o i singoli professionisti sono le stesse ditte edili. In Trentino, in Alto Adige e in Sicilia sono invece le istituzioni (provincia o regione) che si prendono carico dei costi di tali lavori.

Se nel ruolo di collaboratore museale o di altre istituzioni un archeologo è costretto a lavorare di solito solo con contratti Co.co.co, Co.co.Pro, a partita Iva o con collaborazioni occasionali (vedendo sempre come un miraggio la possibilità di essere inquadrato con forme di contratto più stabili), nel ruolo di operatore archeologico oltre a tutte queste modalità si aggiungono contratti a tempo determinato e, più raramente, a tempo indeterminato. I contratti di riferimento più impiegati per l’assunzione di manodopera archeologica sono il CCNL del commercio, il CCNL degli studi tecnici e professionali e il CCNL per i dipendenti delle imprese edili e affini.

Riassumendo, il quadro che si può ricavare da questa breve descrizione è desolante. La precarietà è un fatto connaturato in questa categoria di lavoratori. Tutto ciò non assicura una sufficiente continuità lavorativa e una soddisfazione professionale, fondamentali per il progredire della ricerca in questo settore. Moltissimi bravi studiosi si perdono nel corso degli anni e integrano o addirittura cambiano mestiere per potersi solo sostentare. Viceversa non è un caso che all’interno delle istituzioni si veda un sempre maggior numero di persone che non avendo bisogno di essere autonome poiché agiate di famiglia possono concentrarsi sul percorso senza i problemi degli altri coetanei. Questo è uno degli aspetti dell’immobilità sociale che caratterizza l’Italia degli ultimi anni… e poi si parla di meritocrazia. Ma se non è assicurato a chi non ha risorse in partenza di poter fare un certo percorso pur mostrando qualità meritevoli, è inutile parlare di merito. Il merito e l’equità sociale sono facce della stessa medaglia.

Ma torniamo all’operatore archeologico che, in questo specifico settore, è la mansione  più diffusa in questo paese. Il precariato, che in tale categoria lavorativa si manifesta in un far west in cui ognuno applica il contratto e le tariffe che preferisce, è dovuto paradossalmente, più che ad un’assoluta assenza di regolamentazione, alla mancata attuazione di regole e di accordi nazionali già esistenti. Gli operatori, infatti, vengono assunti con contratti a progetto, a partita Iva (figurando come autonomi pur essendo impiegati come dipendenti  e unendo quindi gli aspetti peggiori del lavoro autonomo e dipendente), pagando una quota associativa che ti rende socio di una cooperativa di scavi (una specie di tassa che ti permette di ottenere temporaneamente un lavoro di solito mal retribuito) o più raramente si ottiene un’assunzione a tempo determinato con contratti che nulla hanno a che vedere con l’archeologia di cantiere, come i CCNL del commercio e degli studi tecnici e professionali.

Il fatto è che, anche se pochi ne sono a conoscenza, in Italia un contratto che assicurerebbe condizioni più che dignitose alle persone impiegate in questo settore c’è già: il CCNL per i dipendenti delle imprese edili e affini, che infatti include testualmente la figura dell’”archeologo”, inquadrandola anche in vari livelli retributivi (che tengono conto dell’esperienza e dei titoli acquisiti).

L’inserimento degli operatori archeologici in tale contratto è frutto di una dura conquista portata avanti alla fine degli anni ’90 dal sindacato e da un consistente gruppo di archeologi nel corso della quale si è scelto di inserire l’operatore archeologico all’interno del CCNL per l’edilizia e affini in quanto esso svolge la maggior parte della sua attività  in cantiere e quindi necessita delle norme in materia di sicurezza e delle tutele, quali ad esempio la cassa integrazione per il maltempo e per la stagione invernale o la trasferta, indispensabili per chi lavora in tale contesto.

Il Trentino, sebbene abbia una situazione “meno precaria” in quanto nella maggior parte dei casi gli operatori vengono assunti a tempo determinato, si è reso protagonista di una situazione alquanto spiacevole. Per quanto riguarda nello specifico la Provincia Autonoma di Trento la questione contrattuale è stata sollevata nel corso del 2008 alla luce della situazione delineatasi sul territorio. Ivi operavano diverse ditte private specializzate nell’attività di scavo archeologico, sia trentine sia provenienti da fuori provincia, alle quali venivano affidati i lavori in tale ambito da una committenza prevalentemente pubblica e solo in minima parte privata. Tra di esse due ditte trentine applicavano ai propri dipendenti il CCNL per l’edilizia e affini, le altre (tutte da fuori provincia tranne una) differenti forme contrattuali, senza dubbio più svantaggiose per il lavoratore e meno onerose per il datore di lavoro. La discrepanza nel trattamento ha fatto sorgere in un gruppo di lavoratori non assunti con il CCNL per l’edilizia e affini, ma con il CCNL degli studi tecnici e professionali, la necessità di fare chiarezza circa la correttezza del proprio inquadramento. A questi operatori, infatti, sembrava strano che il contratto applicato dalla ditta fosse in realtà più consono ad un lavoro in ufficio o in laboratorio che non su un cantiere edile. Gli stessi si trovavano ad avere una retribuzione molto modesta e scarse garanzie sul piano lavorativo (viste le ovvie carenze contrattuali per un lavoro in campo aperto, esposto al movimento dei mezzi meccanici e agli agenti atmosferici). Questi, che lavoravano da anni per la più grande ditta di scavi archeologici della provincia, solo per aver contattato il sindacato per avere delucidazioni sul tipo di contratto che dovrebbero applicare le imprese del settore, hanno da subito pagato con il mancato rinnovo dei loro contratti di lavoro. Nel contempo le ditte che applicavano il CCNL per l’edilizia e affini si sono trovate in difficoltà: i costi maggiori portavano ad avere minore concorrenzialità in sede di assegnazione dei lavori, o, a parità di prezzo, il margine di guadagno risultava comunque minore e di conseguenza anche la possibilità di investimento. Questo è palese anche osservando il numero e l’entità degli importi dei cantieri direttamente assegnati alle varie aziende dalla Soprintendenza (e non si parla di gare d’appalto), ove se la ditta più grande del Trentino risultava di gran lunga la più avvantaggiata, viceversa quelle che applicavano il CCNL per l’edilizia e affini le più svantaggiate. Ciò ha portato alla chiusura di una di queste ultime ditte e alla riduzione del personale dell’altra (attualmente lavorano i soli proprietari). Gli operatori archeologici provenienti da entrambe le situazioni contrattuali si sono perciò spontaneamente incontrati e confrontati, decidendo di muoversi insieme al fine di fare chiarezza sulla situazione. La reazione della dirigenza della ditta sotto accusa, a dir poco spropositata, ha, successivamente, avuto come conseguenza la partenza di alcune vertenze da parte degli ex-lavoratori. Vertenze che hanno avuto il vantaggio di porre in luce un problema cruciale per tutta l’archeologia italiana. In provincia è cominciato un processo politico che ha portato alla presa di coscienza di un problema, la cui soluzione è già da anni in realtà a portata di mano, ossia: l’applicazione del contratto edile alla categoria degli operatori archeologici.

Nel frattempo gli operatori allontanati e quelli provenienti dalle altre realtà indirettamente colpite, sono stati costretti a cercare altri lavori: chi ha lavorato in uno stabilimento alimentare, chi con lavori sociali a pulire e riordinare sentieri, chi si è buttato sull’insegnamento, anch’esso in forma precaria, chi fa da cameriere, cantiniere, postino…

Insomma un bagaglio di esperienza considerevole è stata buttata mentre sono stati sostituiti da più giovani e inesperti lavoratori. Un turn-over tipico purtroppo al giorno d’oggi di molti settori lavorativi, incentivato e legalizzato fino a raggiungere il culmine con lo sviluppo delle agenzie interinali, veri mercati di lavoro subordinato a basso costo e bassa qualità.

Un aspetto molto spiacevole che questo sistema comporta è la deleteria competizione tra precari, una guerra fra poveri purtroppo molto diffusa, soprattutto nel nostro ambito dove, nonostante l’esperienza e i titoli di studio, ci si trova a sgomitare per ottenere un posto di lavoro, anche se precario e mal pagato.

Non basta dunque impegnarsi per fare bene il proprio lavoro, perché c’è sempre qualcuno pronto a mettere dei pali tra le ruote dei propri colleghi. Servirebbe di più, invece, organizzarsi per cambiare insieme lo stato delle cose. Molti di noi hanno lavorato da anni come archeologi, ma hanno perso la possibilità di lavorare in questo settore solo per aver cercato di far valere i propri diritti. In sostanza non solo si è ricattabili, ma è risaputo che se qualcuno alza la testa, sono pronti altri precari che, pur di lavorare, accettano condizioni con scarse garanzie e magari anche i ricatti di qualche datore avvezzo allo sfruttamento, più che alla creazione di un fruttuoso gruppo di lavoro.