di Vittorio Rieser

[Fonte: Progetto Lavoro. Per una sinistra del XXI secolo. Qui la prima parte, qui la seconda.]

Qual è la strategia di mr. M?

A questo punto dobbiamo domandarci quale sia la strategia che sta dietro a queste decisioni molto drastiche di Marchionne. La risposta non è così scontata ed evidente.

Sul piano politico, il senso di questa strategia è chiaro. Marchionne, in primo luogo, ha costruito un “asse”, un “patto di acciaio” con altri due soggetti: il governo, nella persona (in particolare) di Sacconi, e i sindacati “collaborazionisti”, nella persona (in particolare) di Bonanni. Certo, l’attuale governo è fragile; ma chi ha detto che quest’“asse” non funzioni anche con un governo futuro – che sia a maggioranza berlusconiana oppure a guida PD?

Un po’ più complicato è il quadro dei “rapporti confindustriali”. Ma non va sopravvalutato il rifiuto, espresso dalla maggioranza degli imprenditori, di far saltare il contratto nazionale. Certo, sono poche le imprese che possono costruirsi un “contratto su misura” come la FIAT; e sono poche quelle che possono permettersi di tagliar fuori la FIOM, o altri sindacati di categoria della CGIL, essendo essi spesso largamente maggioritari o addirittura gli unici presenti. Ma la linea espressa nella “clausola di responsabilità” dell’accordo Mirafiori può far gola a molti, sulla scia di “benissimo la CGIL, ma facciamo un accordo blindato”. In questo senso Marchionne può esercitare una sia pur parziale funzione egemonica.

Inoltre l’accordo Mirafiori può servire a Marchionne nella complessa gestione degli stabilimenti della sua multinazionale. Non si potrà più citare “l’esempio italiano” per rivendicare miglioramenti nella propria condizione.

Ma sul piano produttivo gli effetti possibili dell’accordo lasciano molti dubbi. Quali miglioramenti competitivi può produrre una “stretta autoritaria” su tempi di lavoro e pause o sull’effettuazione degli straordinari? Al livello attuale, di bassa utilizzazione degli impianti italiani, nessuno. Se la produzione riprende, l’incremento di efficienza derivante da queste norme è limitatissimo, e può essere vanificato da forme di “conflittualità selvaggia”.

Bisognerebbe riflettere sul perché Marchionne abbia fatto questa “svolta”, non nella fase iniziale in cui in qualche modo aveva tirato fuori la FIAT dalla crisi, e la FIAT ricuperava quote di mercato, ma ora, quando la FIAT perde quote di mercato rispetto ai suoi principali concorrenti. Certo, questa situazione è – paradossalmente – un suo punto di forza verso i lavoratori: il referendum basato sul ricatto “o accetti le mie condizioni o chiudo lo stabilimento” è più “cogente” di un referendum fatt oin una fabbrica che sta producendo a pieno ritmo. Ma l’ipotesi che questa sia un’operazione “politica”, fatta in qualche modo per mascherare le difficoltà produttive e di mercato (cioè che contenga un elemento di bluff), resta plausibile: anche perché, a Mirafiori come negli altri stabilimenti, tra gli investimenti effettivamente decisi e le mirabolanti cifre del “piano” continua ad esserci un abisso. Si ha spesso l’impressione che Marchionne, da bravo “manager multinazionale”, “giochi su più tavoli”, su ciascuno promettendo investimenti “a certe condizioni”, ma che alla fine “i conti non torneranno”, soprattutto se confrontati con ciò che la FIAT attualmente produce e vende sul mercato.

 

Due postille

A queste schematiche considerazioni vanno aggiunte due postille, che non sono marginali.

La prima. Ho ragionato applicando lo schema – giustamente criticato nelle applicazioni che ne dà l’economia politica dominante – di ceteris paribus, cioè prendendo la produzione e il mercato dell’auto così come sono attualmente, e non affrontando le possibili ipotesi di riconversione, come quelle adombrate da Guido Viale nei suoi articoli (che non sono puri discorsi sulla “necessità di produzioni alternative” ma cercano di offrire ipotesi concrete di riconversione partendo dalle tecnologie e dalle competenze professionali presenti nell’industria dell’auto).

La seconda. Non ho affrontato direttamente il problema dell’urgente necessità di un’azione sindacale internazionale, oggi posta drammaticamente in luce nel rapporto tra stabilimenti italiani della FIAT e stabilimenti polacchi e serbi. I sindacati firmatari dell’accordo di Pomigliano si illudono di risolverlo “giocando al ribasso” in Italia: ma è paradossale che la stessa FIOM non sembri sviluppare un impegno organizzativo in questa direzione (quanto alla CES – alla Confederazione Europea dei Sindacati –, che non ha saputo sviluppare all’origine un’azione contro il sistema di dumping sociale interno all’Europa” propugnato dall’Unione Europea – lasciamo perdere).

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Dopo il referendum – diktat a Mirafiori

Come ormai tutti sapranno, il referendum a Mirafiori si è concluso con il 54% di “sì” e il 46% di “no”: un risultato che ha clamorosamente smentito le speranze di “plebiscito” espresse dai suoi promotori e dai sostenitori dell’accordo. Vedendo in termini disaggregati i risultati, possiamo notare:

• hanno prevalso i “no” ai montaggi (l’officina più numerosa) e in lastroferratura;

• hanno prevalso i “sì” in verniciatura, nel seggio del turno di notte e in quello degli impiegati.

In proposito, vanno fatte alcune osservazioni:

• gli impiegati che sono stati chiamati al voto (e che hanno determinato la vittoria del “sì”)

non sono la massa degli impiegati Fiat, concentrati negli uffici centrali amministrativi, commerciali e tecnici, ma gli “impiegati di officina”, cioè in larga misura capi intermedi, e inoltre impiegati amministrativi e tecnici che lavorano in stretto contatto (e dipendenza) con loro; • il turno di notte è composto da operai che fanno la “notte fissa” per necessità economiche che gliela impongono al fine di ottenere quel tanto di salario in più che il turno di notte determina; inoltre, nel seggio del turno di notte, era presente quel piccolo numero di lavoratori con qualifica impiegatizia che fa il turno di notte; quindi, la stessa affermazione che il “sì” avrebbe prevalso, sia pure per soli 9 voti, tra gli operai, è inesatta: tra gli operai ha vinto il “no”.

La rilevanza di questo risultato si può vedere anche confrontandolo con i risultati delle ultime elezioni per le RSU. Allora, le organizzazioni che si sono opposte all’attuale accordo separato (cioè la FIOM e i COBAS) ottennero circa il 30% dei voti; oggi il “no” è al 46%. La differenza è ancora maggiore se espressa in cifre assolute: data l’affluenza un po’ minore alle votazioni per le RSU, i voti – tra FIOM e COBAS – erano circa 1300; oggi i voti per il “no” sono 2325 – e in una condizione molto più difficile, “sottoposta a ricatto”. Di qui si possono trarre due considerazioni:

• la prima è che l’area di potenziale opposizione alla politica di Marchionne è molto più ampia della “incidenza elettorale” di FIOM e COBAS; ancora di più se si pensa che, come risulta dalle interviste ai lavoratori, fatte anche da TV e dai “giornali borghesi”, molti di quelli che hanno votato “sì” l’hanno fatto “per necessità” e sono talvolta ancora più incazzati di quelli che hanno votato “no”;

• la seconda è una “considerazione autocritica”: il confronto tra i due risultati mostra che FIOM e COBAS non erano riuscite a intercettare l’area di potenziale consenso alle “posizioni di classe” esistente in fabbrica; segno probabilmente di una insufficiente presenza e iniziativa quotidiana sulla condizione e nel luogo di lavoro.

La Fiat (e con lei i sindacati firmatari dell’accordo) hanno (sia pure a denti stretti) “cantato vittoria”, e la Fiat ha confermato i suoi “impegni” (in cui è tutta da verificare la componente di “bluff”). Il PD –

che si era diviso tra espliciti sostenitori del “sì” e voci critiche sull’accordo – trova oggi un denominatore comune sul fatto che l’accordo è ormai approvato (e salutato con entusiasmo da alcuni “oltranzisti” come Chiamparino e Fassino), ma che bisogna far rientrare la FIOM nelle relazioni industriali alla Fiat.

E’ chiaro che i risultati del referendum aprono alla FIOM e ai COBAS nuovi e più impegnativi compiti e possibilità. Non sarà però facile metterli in pratica, per diverse ragioni. Il primo terreno su cui sarebbe necessario misurarsi è quello dell’impegno sulle concrete condizioni di lavoro – rompendo i “limiti dittatoriali” imposti dall’accordo. Questo impegno, tra l’altro, può sfruttare il fatto che, fino all’avvio della “new company”, i sindacati godono ancora degli stessi diritti di prima. Ma questo “periodo di interregno” sarà anche – in misura prevalente – un periodo di Cassa Integrazione. E’ quindi importante approntare forme di collegamento, informazione e organizzazione che raggiungano anche i lavoratori in Cassa Integrazione.

Vi è un secondo terreno, più “istituzionale”, che ha due aspetti. Uno è quello dei ricorsi giuridici (a diversi livelli): che vanno utilizzati tutti, ma i cui tempi sono lenti. L’altro è quello delle regole della rappresentanza – su cui tra l’altro la FIM ha fatto caute aperture: terreno importante, su cui bisogna muoversi, ma stando attenti ad evitare insidiose contropartite che possono essere richieste in proposito. Torneremo in modo più approfondito su tutti questi problemi. Resta, intanto, il fatto che i lavoratori di Mirafiori hanno espresso una capacità di resistenza e una coscienza di classe, che non vanno deluse.