di Franco Carlucci

[Fonte Sofiaroney]

Le rivolte, o le vere e proprie rivoluzioni, che scuotono in questi giorni tutto il mondo arabo sembrano aver trovato nei social network, e in particolare in Facebook, un formidabile volano di moltiplicazione e accelerazione. Spesso proprio su quelle pagine web si sono coagulate nuove forze organizzate in grado di mobilitare masse enormi di persone e di portarle in piazza contro il potere costituito. Passando velocemente dal piano virtuale a quello fisico, materiale, dei corpi che occupano gli spazi fisici delle metropoli maghrebine, in un corto circuito che rimanda ad una banale verità: gli utenti dei social network sono esseri biologici che esprimono bisogni biologici, dal pane alla libertà, e che fanno massa critica distogliendo lo sguardo dal monitor per dirigerlo verso i palazzi del potere e i suoi scherani.  Questi paesi, che una volta definivamo “terzo mondo”, sono ormai abitati da cittadini e cittadine perfettamente inseriti nel flusso globale delle informazioni che veicolano culture, stili di vita, mode, aspirazioni e desideri, ormai uniformi e condivisi. In particolare nel Maghreb l’osmosi fra il nord Africa e paesi come la Francia e l’Europa in genere, permette ai soggetti situati su sponde diverse del Mediterraneo di riconoscersi e di comprendersi: la sinergia tra flussi informazionali e flussi migratori di andata e di ritorno sta creando una cultura in grado di affermarsi come mainstream, sia nelle manifestazioni legate al consumismo e alla mercificazione sia però anche negli aspetti rivendicativi di spazi di libertà, di espressione e di riscossa sociale. Un’altra sinergia costituente del nuovo scenario sembra anche essere quella che vede in questi paesi la popolazione giovanile numericamente maggioritaria e questa stessa popolazione ormai altamente scolarizzata, plurilingue, informatizzata. Una massa di giovani colti che, come nelle metropoli europee, vive una forte condizione di precarietà nel presente senza migliori prospettive per il futuro. Un’intellettualità generale di enorme dimensioni si pone ora di fronte a poteri conservatori, un general intellect talmente potente da essere in grado di mettere in discussione quegli stessi poteri. Uno scenario non solo nordafricano, come sappiamo, ma che riguarda anche il mondo occidentale e quindi tutta la comunità globale.

Facebook appare quindi nella veste di strumento di lotta, di liberazione. Anche nelle nostre lande abbiamo assistito a grandi mobilitazioni di popolo organizzate sui social network. Quest’ultimi però sono sempre più sottoposti ad una critica radicale in un dibattito pubblico sempre più vasto, in quanto strumenti di grandi profitti per pochi proprietari. Una contraddizione in termini, insanabile: strumenti di libertà o di dominio?

Facebook vale 500 miliardi di dollari, questa la stima di mercato. Chi ha creato questa enorme quota di ricchezza sociale? Proviamo ad usare la metafora della fabbrica. Nella fabbrica classica, fordista, l’operaio viene messo al lavoro dal capitalista, il suo lavoro produrrà una merce che proprio grazie al suo lavoro acquisterà un valore, quella merce sarà venduta sul mercato e il capitalista incasserà un profitto: sarà quindi il lavoro dell’operaio all’origine della creazione di ricchezza, indebitamente espropriata dal padrone. Nella fabbrica Facebook sarà il lavoro di relazione sociale dell’operaio-navigatore a valorizzare la merce prodotta (spazi pubblicitari, dati sensibili, ecc) che porteranno profitti al proprietario della fabbrica stessa. Una fabbrica gestita in maniera autoritaria dove il padrone, per contratto, detta le regole senza appello, compresa quella di poter “licenziare” l’operaio quando non è disciplinato. Per di più il lavoratore di Facebook non percepisce salario perché il suo lavoro non è formalmente riconosciuto, anzi paga anche il costo della connessione, cioè è lui a pagare per poter generare un profitto altrui. Quindi a tutti gli effetti il social network si caratterizza come luogo di sfruttamento del bisogno di relazione sociale messo al lavoro, un dispositivo di controllo e di disciplinamento in cui il capitalista crea le condizioni per una cooperazione sociale finalizzata al profitto. E poi dicono che non c’è lavoro: di lavoro ce n’è fin troppo, il problema è che non è pagato, la quota di salario che nella fabbrica fordista viene versata al lavoratore in questo caso rimane nelle tasche dell’investitore di capitale.

La fabbrica fordista era (è) un luogo di dominio e sfruttamento ma si caratterizzò per decenni anche come luogo di conflitto radicale, tanto che le battaglie operaie degli anni 60/70 rischiarono seriamente di mettere in discussione gli assetti del potere costituito, il “potere operaio” sembrò in grado di materializzarsi, punto di riferimento per tutti i settori sociali in lotta. Da cosa derivava questa sua “centralità”? La fabbrica fordista rappresentava il punto alto dello sviluppo capitalista, il luogo in cui trovava applicazione l’innovazione tecnologica, cuore pulsante del capitalismo stesso. È l’innovazione tecnologica che incessantemente manda avanti il capitalismo, ne è l’essenza stessa: non c’è capitalismo senza innovazione tecnologica. La lotta di fabbrica di quegli anni risultò così pericolosa per il potere proprio perché veniva messo in discussione il suo dominio proprio nei luoghi della punta avanzata del suo sviluppo, là dove la lotta fa più male al padrone.

È il capitalismo stesso a creare le condizioni per la nascita dei suoi becchini, così come ogni dispositivo di potere genera naturalmente le forze che quello stesso dispositivo contestano. In questo modo i luoghi dello sfruttamento più alto diventano anche i luoghi dove più radicali ed efficaci sono le lotte per la sua abolizione. In questo senso la fabbrica Facebook non sembra fare eccezione. La prima astrazione del concetto di proprietà fu la proprietà della terra, la seconda fu la proprietà delle macchine industriali, la terza è quella della proprietà intellettuale, ciò che permette al social network di esistere nei termini in cui lo conosciamo. Quindi la lotta di liberazione dallo sfruttamento si gioca anche “dentro” Facebook, nella rivolta che corre fra le sue linee di produzione spalmate nella metropoli globale, così come si gioca “fuori”, nel rifiuto del lavoro, nel rifiuto di farsi assumere in fabbrica (virtuale o materiale sempre fabbrica è), nell’abbandono delle linee di produzione, nel sabotaggio della produzione di merci. Nella riappropriazione, last but not least,  dei mezzi di produzione, nella cooperazione sociale che invece di produrre le sue stesse catene dà vita a processi di liberazione.