di Vittorio Rieser

(Fonte: Progetto Lavoro. Per una sinistra del XXI secolo, qui la prima parte dell’articolo)

La Fiat da Valletta a mr. M: continuità e differenze

L’attacco al sindacato e più precisamente alla FIOM-CGIL non è certo una novità nella storia della FIAT – per certi versi è un elemento di continuità: ma con significative differenze.

Valletta sviluppò la sua offensiva anti-FIOM in un contesto preciso, e diverso dall’attuale: in termini immediati, esso serviva per avere gli aiuti statunitensi; ma, soprattutto, esso avveniva in una fase di impetuoso sviluppo economico, di cui la FIAT seppe cogliere le conseguenze sulla domanda di auto, e seppe incontrarle con la proposta innovativa di modelli adeguati.

La FIAT di Valletta, per alcuni anni, fu quindi in grado di offrire ai suoi lavoratori condizioni relativamente favorevoli di salario e in sede di “benefici collaterali”. Non a caso quando queste condizioni di “miglior favore” cessarono il sistema vallettiano di relazioni industriali collassò.

Nelle fasi seguenti, la FIAT dovette per un certo tempo “subire” relazioni industriali più avanzate, cioè con maggior potere contrattuale del sindacato. Ma non si rassegnò mai a questo fatto, in attesa di una “rivincita” che avvenne nel 1980. Da allora la FIAT ha goduto di relazioni industriali relativamente “non-conflittuali”, ma questo le è servito per momenti di rilancio e ripresa solo transitori, che non hanno impedito che precipitasse in quella situazione di crisi profonda, da cui – è l’idea corrente – “l’ha salvata Marchionne”.

Già a partire da queste vicende val la pena di fare una considerazione specifica sul rapporto tra organizzazione del lavoro-relazioni industriali-efficienza/produttività alla FIAT.

Sotto Valletta, la repressione antisindacale coincise con l’applicazione massiccia del taylorismo: un sistema autoritario, che traeva vantaggio dalla mancanza di controllo sindacale, il quale garantiva aumenti di produttività, soprattutto in produzioni di grande serie e di “bassa gamma” (quindi senza requisiti elevati di qualità) come quelle che caratterizzavano la domanda di allora.

Dopo il 1980 insieme alla “ripresa di comando” della FIAT, vi fu la “crisi del taylorismo”, legata anche alle mutate condizioni del mercato e della concorrenza. Di qui l’affermarsi di modelli “giapponesizzanti”, cioè che rivalutavano il ruolo attivo del lavoro operaio. Alla FIAT questo si tradusse nel modello della “fabbrica integrata”. Ma la mancanza di un controllo sindacale fece sì che gli aspetti innovativi (beninteso in un’ottica di intensificazione dello sfruttamento in condizioni mutate) di quel modello fossero largamente “svuotati” – con effetti negativi sulla competitività.

Oggi Marchionne ripropone il “modello vallettiano”, ma in un contesto assai meno favorevole di quello di allora, e per certi versi ancora più fragile di quello della “fase romitiana”. Da un lato, le condizioni di mercato sono oggi più precarie che mai. Dall’altro, il puro ripristino della “unilateralità gerarchica” rende improbabile che la FIAT riesca a risolvere i suoi “problemi storici”, di efficienza e di qualità, che in larga misura si collegano proprio al funzionamento del suo sistema gerarchico.

Si può inoltre notare come il “modello Marchionne” sia per certi aspetti ancora più autoritario di quello vallettiano. Basta, in proposito, un esempio. Sotto Valletta la FIOM poteva presentare sue liste alle elezioni di commissione interna – anche se non firmava gli accordi aziendali – a condizione di raccogliere il numero prescritto di firme per la presentazione: condizione durissima, ma che non impedì alla FIOM di essere presente alle elezioni (la durissima storia della “raccolta delle firme” è ben nota, perché più volte raccontata). Nell’attuale “modello Marchionne” la possibilità – per le organizzazioni non firmatarie di accordi – di presentarsi alle elezioni delle RSU se raccolgono le firme del 5% dei lavoratori (indicata nelle pur limitative clausole dell’accordo del 23 luglio 1993) è cancellata.

L’accordo di Mirafiori, ovvero la “soluzione finale” di mr. M

L’accordo su Mirafiori del 23 dicembre scorso sistematizza le linee che si potevano intravedere da Pomigliano in poi. Non a caso, a Pomigliano dopo l’accordo di Mirafiori si è firmato un nuovo accordo, che completa e sistematizza quello precedente con qualcosa in più: un – misero – aumento salariale di circa 30 euro, e un nuovo schema di inquadramento professionale, che andrà analizzato con attenzione […].

Il nucleo centrale attorno a cui si organizza l’accordo di Mirafiori è la sostanziale eliminazione dell’iniziativa contrattuale del sindacato. Infatti tutte le clausole dell’accordo sono “blindate”. Viene soppresso il diritto delle organizzazioni sindacali firmatarie di indire scioperi per modificarle, ma anche il diritto soggettivo dei lavoratori di scioperare contro di esse. Le organizzazioni sindacali sarebbero punite con la cancellazione dei loro diritti (trattenute sindacali, permessi per i rappresentanti sindacali); i lavoratori sarebbero passibili di provvedimenti disciplinari fino al licenziamento. E’ quello che è contenuto nella cosiddetta “clausola di responsabilità” indicata all’inizio dell’accordo Va in proposito sottolineato anche un ulteriore aspetto. Su una serie di problemi non trattati direttamente nell’accordo di Mirafiori (come – diversamente da Pomigliano – l’inquadramento professionale), esso rimanda, non al contratto nazionale di categoria (da cui la FIAT è uscita), ma al futuro contratto dell’auto: è quindi presumibile che la “clausola di responsabilità” si estenderà a tutte le norme contrattuali.

In tal modo viene soppressa la funzione-base del sindacato: che è quella di giungere, attraverso il conflitto, a una negoziazione migliorativa della condizione di lavoro, modificando le norme esistenti. E’ un’affermazione senza attenuazioni o qualificazioni del comando unilaterale dell’impresa, che si riflette nello stesso linguaggio dell’accordo, e anche – in modo più preciso – nella definizione delle funzioni delle commissioni paritetiche. Queste infatti sono numerose, e dovrebbero essere il “luogo di negoziazione” surrogatorio dell’impossibilità dell’itinerario “tradizionale” di conflittonegoziazione.

Ma, a parte il fatto che esse risultano in genere chiamate ad affrontare problemi di “violazioni sindacali” dell’accordo (e non di violazioni aziendali), viene su ogni tema ribadita la regola che, se non si raggiunge un accordo entro un certo termine di tempo, l’impresa procederà unilateralmente ad attuare le sue decisioni. La “Commissione paritetica di conciliazione” è dunque l’architrave di una forma mistificata di “partecipazione”, la definizione dei suoi compiti sintetizza questa logica. Le regole sulla rappresentanza sindacale sono il logico corollario di quest’impostazione. Per questo è sbagliato concentrarsi su di esse come aspetto principale (magari dicendo, come fanno vari esponenti del PD, che l’accordo andrebbe bene se non ci fosse l’esclusione della FIOM. Ma cosa andrebbe a fare la FIOM se fosse “ammessa”?). Esse non solo circoscrivono i diritti sindacali alle organizzazioni che hanno firmato l’accordo ma stabiliscono che i rappresentanti sindacali non solo saranno nominati dalle organizzazioni anziché eletti dai lavoratori, ma saranno in misura paritetica tra le diverse organizzazioni. Coerentemente con la logica dell’accordo, ogni rapporto di rappresentanza dei lavoratori è quindi cancellato. Ha ragione Adriano Serafino quando scrive, sul Manifesto, che “non è solo la FIOM ad essere esclusa”: l’accordo colpisce qualsiasi attività contrattuale autonoma di qualsiasi sindacato.

E’ a partire da quest’impianto di fondo che vengono definite le norme relative alla condizione di lavoro. Le richiamo sommariamente. Su orario e turni di lavoro, si pongono tre possibilità (il tradizionale orario di 8 ore per 5 giorni, ma su 3 turni; un orario di 8 ore che copra 6 giorni, con riposi “scalati”; il famigerato orario di 10 ore su 4 giorni): si “sperimenterà”, si discuterà in commissione paritetica, ma la decisione ultima spetta all’impresa. Sulla pausa mensa a fine turno (che viene riconfermata nell’ultimo accordo di Pomigliano), proposta in termini “sperimentali” (FIM e UILM non potevano lasciarsi sputtanare troppo, dopo i risultati del loro tanto conclamato questionario, che mostravano l’ostilità dei lavoratori a questa ipotesi), l’impresa concede, bontà sua, che se l’orario è su 10 ore essa sarà a metà turno. Le pause nel corso del lavoro sulla linea di montaggio vengono – naturalmente! – ridotte da 40 a 30 minuti, mediante l’imposizione del metodo Ergo-Uas nella determinazione dei tempi. L’accordo afferma che tale metodo (introdotto da poco, e solo in alcune situazioni FIAT) “tiene conto di tutto”, dei problemi ergonomici come di quelli dei ritmi sostenibili, così come di una corretta allocazione dei lavoratori (compresi quelli “con idoneità specifiche” – termine politically correct per “inidonei”): quindi, che c’è da discutere o da contestare? Al massimo, se ne può parlare in commissione paritetica (fermo restando che poi la FIAT andrà per la sua strada). Sugli straordinari, l’accordo concede 120 ore annue pro capite “senza preventivo accordo sindacale”, che potranno arrivare a 200 – in questo caso, gentilmente concesso, “previo accordo sindacale”.

Infine, sull’assenteismo, si sancisce – con alcune (ovvie ed estreme) eccezioni – che l’impresa possa non pagare i primi due giorni di malattia ai lavoratori che siano in malattia (per periodi brevi) a ridosso o a cavallo di festività o ferie.

Non mi soffermo qui sugli effetti di peggioramento della condizione di lavoro che queste norme comportano – se non per domandare come fanno certi dirigenti del PD a dire che l’accordo è positivo “nei contenuti”, se non fosse per l’antidemocratica esclusione della FIOM dalla rappresentanza  Mi limito a sottolineare come tutto ciò faccia parte di un’“organica” affermazione di potere unilaterale da parte dell’impresa su condizioni riguardo alle quali la conquista di un “controllo negoziale” è stata un filo conduttore dell’azione e dell’avanzata da parte sindacale negli anni passati (non solo in Italia: si pensi a cosa direbbero i sindacati tedeschi sullo straordinario senza preventiva contrattazione sindacale).

[segue]