[postato su Precaria]

Il prossimo 28 gennaio – come è noto – si terrà lo sciopero generale dei metalmeccanici, a cui hanno aderito anche alcuni sindacati di base e molti spezzoni di movimento, alcuni dei quali si sono incontrati lo scorso week-end al C.S. Rivolta a Marghera. Diverse sono le parole d’ordine. Tra questi quella che spicca in prima linea, leit motiv delle precedenti mobilitazioni della Fiom contro il Piano Marchionne è: lavoro bene comune. San Precario si permette di dissentire. Il lavoro come bene comune è il lavoro preminentemente operaio (ma non solo) che sta alla base del processo di accumulazione del capitale. E’ chiaro che tale slogan vuole ridare dignità, considerazione, rispetto e soprattutto remunerazione al lavoro di oggi. E non può essere altrimenti, dal momento che negli ultimi anni abbiamo assistito ad una vera e propria dequalificazione e svalorizzazione del lavoro, di tutti i lavori (da quelli servili a quelli cognitivi). Tuttavia, vogliamo ricordare che obiettivo dei lavoratori è sempre stato quello di “liberarsi del lavoro”, soprattutto se si tratta di lavoro produttivo per il capitale. Nel 1970, il comitato operai di Porto Marghera, in opposizione all’etica del lavoro dei sindacati confederali, già anticipava come una delle chiavi di volta nella modifica dei rapporti di forza sociali sta proprio nel rovesciare il significato del lavoro così come viene imposto dalla gerarchia economica. Il lavoro nel capitalismo non può, ne potrà essere mai un bene comune. La costruzione di un alternativa sociale e culturale oggi più che mai non sta più nel diritto al lavoro ma piuttosto nel diritto alla scelta del lavoro.

Di questo si è discusso negli Stati Generali della Precarietà 2.0. La creazione di un punto di vista precario vuol dire questo: riconoscere l’importanza della precarietà come condizione paradigmatica dei rapporti di lavoro oggi e declinarla nelle diverse rappresentazioni soggettive di cui si alimenta: immaginare e organizzare nuove forme di rappresentanza e mobilitazione in grado di colpire e sabotare i flussi produttivi materiali e immateriali che innervono le realtà metropolitane; proporre interventi di welfare metropolitano che favoriscano la ricomposizione delle soggettività precarie frammentate nel nome della garanzia di reddito, acceso ai sevizi di base e introduzione di un salario minimo. Questo è lo sciopero precario, uno sciopero non meramente economico, ma uno sciopero che assume connotati politici, in grado di evidenziare quella potenza precaria da cui la ricchezza nasce e da cui viene espropriata. Una potenza che è anche capacità di sottrazione alle nuove forme di ricattabilità e dipendenza, nel nome della autodeterminazone e della libertà di scelta. Perché la qualità del lavoro e della vita non è solo avere un posto stabile. Perché parlare di reddito significare pensare e organizzare un nuovo sistema di welfare. Perché lo sciopero precario è arma di vertenza territoriale e non di concertazione, elemento di coscienza e conoscenza tra i precari e le precarie.

Per una nuova alba precaria.