di Marco Revelli [fonte il Manifesto 27 gennaio 2011]

Mirafiori torna nell’ombra, dopo essere stata, per alcune settimane, sotto la luce dei riflettori. Via le gigantesche paraboliche dei network televisivi, sparita la siepe di telecamere che facevano muro al cambio turno, più niente giornalisti. Vista da qui, dai piazzali di nuovo deserti e grigi, prima che un lungo anno di cassa integrazione, come prevede l’accordo, la reimmerga nel silenzio, è difficile pensare che proprio qui – in questo apparente reperto di archeologia industriale fordista – si è giocato, ancora una volta, un “cambio del tempo”. Una di quelle svolte che periodizzano e scandiscono le epoche. Eppure è così.
Più passano i giorni, più si posa la polvere mediatica dell’evento, e più si mostra il suo carattere esemplare. E cioè il fatto che nel breve percorso tra Pomigliano e Torino, tra l’estate e l’inverno di questo 2010 di passioni tristi, è emerso il profilo della nuova natura del conflitto sociale: il suo essere sempre di meno contrapposizione localizzata tra i fattori fondamentali della produzione – tra capitale e lavoro, appunto, come teoria e pratica novecentesche ci avevano insegnato – e sempre di più tensione dirompente e tendenzialmente devastante, tra flussi e luoghi. Tra le dinamiche di un capitale mobile, liquido, ubiquo dentro le derive lunghe dei flussi finanziari e un lavoro inchiodato – potremmo dire “imprigionato” – nella coriacea materialità dei propri luoghi, delle proprie fabbriche, dei propri insediamenti produttivi. In questo sta, appunto, l’abissale dislivello di forza tra Marchionne – il “signore dei flussi”, l’uomo della finanza, l’anima immateriale della ricchezza, quello che muove tra Torino e Detroit senza mai atterrare in alcun luogo, pronto a brindare là se perde qua – e i suoi operai, i 5.500 di Mirafiori, ostaggi dei propri mutui, delle proprie famiglie, dei propri corpi cui si chiede di sottomettersi alla nuova metrica del lavoro, quella che ragiona in termini di centomillesimi di ora. In questo sta l’essenza “epocale” di quell’inaccettabile aut aut, che se accettato ci mette di fronte a un orizzonte fino a oggi inimmaginabile.
Non è un “caso eccezionale”. L’anomalia di un momento, cui seguirà il ritorno alla normalità. O la bizzarria di un padrone fattosi, per sopravvivere, americano. È la realtà, divenuta conclamata, del nuovo paradigma produttivo. È il mondo col quale ci dovremo misurare d’ora in poi. Riflette la misura dei suoi, mutati, rapporti di forza. Dei suoi, abnormi, criteri di giudizio.
È l’essenza tradotta in termini sociali e conflittuali – cioè finalmente dispiegata – di quello che finora chiamavamo, senza coglierne tutte le implicazioni, globalizzazione. Parola, non per nulla, usata come una clava per piegare le resistenze, per convincere dell’ineluttabilità della resa, per teorizzare l’irresistibile marcia della modernità dietro quell’ultimatum. Ed è appunto alla luce di ciò che occorrerebbe, per un verso – da parte di tutti, non solo di noi che abbiamo fatto il tifo per la Fiom – riconoscere la grandezza di quegli oltre 2.200 operai che hanno saputo, nonostante tutto, nonostante quella abissale sproporzione di forze, dire di no. E dicendo di no, mostrare a tutti che «si può». E, per altro verso, tentare alcune elementari precisazioni e repliche su quello stesso concetto di globalizzazione che pare divenuta l’unica, operativa, costrittiva e dogmatica “costituzione materiale” del nostro tempo.
Per esempio: ci è stato detto che nell’«epoca della globalizzazione le macchine si fanno così». Che l’ad Marchionne non fa che tradurre in Italiano un codice universale del “pianeta auto”. Con la rotazione su tre turni per 5 o, a scelta sua, 6 giorni settimanali (sabato compreso) oppure su due turni di 10 ore aumentabili ulteriormente con il ricorso allo straordinario (obbligatorio), con le pause ridotte all’osso dei bisogni fisiologici, e magari la mensa a fine turno, dopo otto ore filate di lavoro. Hanno aggiunto che dappertutto i lavoratori fanno sacrifici, “per competere”, a cominciare dagli operai tedeschi. Non ci dicono che quelli della Volkswagen, per prendere i più rappresentativi, hanno accettato sì, fin dal 2006, di sacrificarsi sull’orario, ma passando da una settimana lavorativa di quattro giorni a una di cinque (dalle 28 ore stabilite fin dal 1993 a 33, prima, e ultimamente a 35, non di più). Che hanno ceduto, certo, sulle pause, ma per “scendere” a una pausa di 5 minuti per ogni ora di lavoro. Che hanno fatto sacrifici salariali, ma per ottenere, dopo il “taglio”, remunerazioni lorde che vanno dai 2.800 ai 3.500 euro mensili (tra il 30 e il 60% superiori a quelle italiane, con un costo della vita del tutto paragonabile o addirittura più favorevole). Nella globalizzazione, le auto non si fanno ovunque nello stesso modo.
Ci è stato detto – dallo stesso Marchionne – che qui si trattava di scegliere se stare nel primo (votando sì) o nel secondo mondo (votando no). Bisogna sapere che se venisse applicato questo accordo, e se si diffondesse, le condizioni di lavoro italiane sarebbero omologate a quelle del cerchio periferico del sistema economico europeo, cadrebbero nel suo girone esterno, con Polonia, Turchia, Grecia, lontano dal nucleo centrale che sta sull’asse Germania, Francia, Olanda… Che è questo il certificato di appartenenza al “secondo mondo”.
È stato detto che non c’erano alternative. Che davvero non restava che «arrendersi o perire», di fronte alla indiscutibilità dell’ultimatum dell’amministratore delegato della Fiat. L’ha detto soprattutto la politica, dal ministro Sacconi al candidato in pectore a sindaco di Torino Fassino: quegli stessi che dall’alto dei propri seggi di “rappresentanti” e di “decisori pubblici” hanno scaricato la responsabilità di quella scelta “mortale” – di quella decisione da cui dipendeva il destino di quei lavoratori ma anche di quel territorio – sulle loro fragili spalle (limitandosi a invitarli ad un sì che era una resa). Senza accorgersi di quale infamia fosse, quella diserzione pilatesca. Quel chiamarsi fuori da una responsabilità che non poteva che essere collettiva e pubblica. Ma anche – e forse soprattutto – senza cogliere il carattere di suicidio che, con quel sottrarsi, la politica compiva. Senza mostrare di percepire, neppure lontanamente, i compiti nuovi – e per certi versi le nuove chances – che l’inedita forma del conflitto post-moderno come tensione tra flussi e luoghi offre ad essa. All’azione collettiva “di territorio”.
Perché, fin dal primo profilarsi del confronto aperto da Marchionne, il sindaco di Torino, il presidente della regione, gli organi di rappresentanza “locale” (dunque, dei luoghi), non hanno aperto una “vertenza di territorio” nei confronti dei signori del flussi? Ci si riempie continuamente la bocca, a proposito e a sproposito, del termine territorio, fino a farlo diventare quasi impronunciabile. Perché per una volta non hanno fatto sentire la voce del territorio? Non hanno messo sul tappeto le sue esigenze e le sue risorse? Non hanno tentato di sparigliare i giochi? Di renderli a “somma positiva”? Di riequilibrare i poteri in gioco?
Saranno sempre più questi gli scenari del futuro. I lavoratori, da soli, non ce la potranno fare. Potranno dare, come a Pomigliano, come a Mirafiori, straordinarie dimostrazioni di dignità. Potranno mostrare a tutti che si può tenere alta la testa: e in questi giorni se ne sono viste tante, di persone, camminare con la testa alta, dopo quel no. Ma senza l’intervento di una società pronta a difendere la propria coesione, i diritti dei propri cittadini, la validità delle proprie regole, i valori della propria comunità – senza questo ruolo nuovo che potrebbe restituire alla politica il suo onore perduto – la “furia del dileguare” dei flussi è destinata a piegarli. E allora, davvero, finiremmo per essere piegati tutti.

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