[riceviamo e pubblichiamo dalla mailing list Retescuole]

di Marcella Raiola (insegnante precaria del CPS Napoli)

Non so niente della fabbrica. Non so niente dei tornelli che girano quando fuori è notte e nebbia densa come sugna. So di pensiline, di attese lunghe al freddo dell’alba, di trenini che mi portano in un altro scomposto anfratto del Vesuvio, e di umidità che intride le ossa, mentre cammino per strade ancora silenziose e grigie, andando verso un posto con quadri d’ardesia docili al gesso, per scrivere le parole che contano e che hanno contato, per capire come vanno le cose e come sono andate, per decidere se seguire quelli che le hanno cambiate, per stanchezza, violenza o convinzione, o se accettarle così come sono, per egoismo, garanzia di privilegio o viltà.
Non so nulla di olio che cade sulle spalle da una carrozzeria che sovrasta e sghignazza, da un motore che pesa e minaccia, né di frastuono vibrante che introna e rintrona alle tempie come i latrati di Cerbero; non so di puzzo acre di vernici, di braccia che non ne possono più di stare alzate, di bocca impastata, occhi arrossati; so di insulti e calunnie, di delazioni e rabbia, di incomprensione e viltà, di urla e solidarietà, di soddisfazione e piaggeria, di delusione e frustrazione, di disillusione e fiducia malriposta, di sonno traditore che prende sul treno del ritorno e corde vocali che un tempo vibravano per cantare le arie di Zerlina e di Donn’Anna, e che ora a stento producono un suono baritonale e greve.
Non so ancora nulla di controlli occhiuti, di pause pipì, di incentivazioni, compensi e scompensi, di pensiero diffratto, polverizzato, arreso, sotto un casco giallo o blu rigato. So di alienazione e sconforto, di impotenza ineludibile e lungimiranza necessaria. So che sono chiamata e vocata a sperare che quel che faccio serva a tutti e so che tu sei indotta e costretta a sperare che quel che fai serva al maggior numero possibile di noi e di “altri”, anche se tu, quel che fai con le tue mani, non lo compri perché puoi o riesci a farne a meno, o non lo compri perché non puoi permetterti la tua stessa creatura…

Ma il tuo “NO” è stato un corso accelerato di vita di fabbrica. Il tuo “NO” mi ha messo l’elmetto giallo in testa, addosso la tua tuta scura e la tua resistenza; il tuo “NO” ti ha fatto uscire dal telecomando annoiato, dalle pagine di storia snobbata, sorvolata, dalle statistiche e dagli indici di borsa seguiti con insofferenza e indifferenza. Il tuo “NO” è il partito che non mi accolse, la mia formazione politica contratta in monosillabo olofrastico, il mio turno di prova, la mia sirena, la mia mensa, la mia paura, la mia assemblea. Il tuo “NO” ha vinto quello che le parole hanno interesse a vincere: la partita con l’anima di chi legge. E il tuo “NO” è più di uno stilema prezioso, di una definizione liberatoria; il tuo “NO” è più dell’insolente degnazione, della corrispondenza biunivoca, della realizzazione incoativa, della duttile coesistenza di sviluppi, delle parole belle, esaltanti, roboanti, distintive, delle parole sottili ed eleganti che mi fanno sentire padrona del mio destino, padrona del Destino.
Il tuo “NO” è stato l’affresco più bello, il museo dei musei, il capolavoro della galleria, l’altezza squadrata della Mole. Ricca e piena è diventata l’anima, istruita dal tuo “NO”. Ora so di che si parla quando si parla di te; ora so a che si attenta quando ti si impone di dire “SI” o “NO”. Ora so con quanta forza e con quanto sdegno devo dire il mio “NO” ogni volta che verranno ad estorcermi un “SI”. Non sciuperò il tuo “NO” d’acciaio; contaci! Sarà duro anche il mio. Duro come l’ardesia.