di Luca Signorini *

[pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno il 3 dicembre 2010]

Qualcuno di noi ha interrotto la prova e ha detto che non era possibile lavorare alle belle sonorità pucciniane mentre fuori si cerca la solidarietà dei lavoratori del teatro da parte di un gruppo folto di studenti manifestanti. Quindi: tutti fuori, a parlare con gli studenti. L’orchestra si è alzata, e si è diretta verso l’uscita centrale, l’incontro doveva svolgersi lì. Ed è lì che l’ho vista, è lì che è successo: a pochi metri da me, nell’ingresso adiacente la biglietteria, mentre cercavo di capire cosa alcuni componenti la direzione del teatro dicevano a quei ragazzi – adolescenti o poco più – per calmare la situazione, per evitare il peggio, rischiando (pensavo) essi stessi qualcosa di fisico, data la concitazione, l’ambiente stretto, l’ammasso di gente, l’ho vista la carica della polizia, e mi ha fatto male. Confesso che pur non essendo stata la prima volta (ho 52 anni) che mi sono trovato in situazioni simili, stavolta ho provato qualcosa che prima non avevo mai provato. Un sentimento di pena, di angoscia, per quei ragazzi che sono stati spinti con la forza – quel tipo di forza che cancella ogni discorso, ogni ragionamento, ogni umanità – fuori dal teatro. Io ho lavorato per 25 anni con ragazzi della loro età, studenti di conservatorio, vivi, vispi, capaci o incapaci ma sempre belli, sempre luminosi, anche se inquieti, anche se sconnessi a volte nei ragionamenti, anche se incoerenti, anche se furbi. Sempre ragazzi. E vedevo i miei studenti negli occhi di chi manifestava. La cosa tremenda dell’insegnamento è che mentre tu invecchi, i tuoi studenti non invecchiano mai, hanno sempre la stessa età. Non ho pianto con le lacrime per quello che ho visto. Ho pianto dentro di me. E ho provato, mentre osservavo inebetito la carica della polizia (non so se chi legge l’ha mai vista da vicino una carica: è uno spettacolo che mette in moto ragionamenti mai fatti prima, vero?) anche un’altra sensazione: quella di vivere in un paese spaccato. L’Italia sgangherata sulla quale sputiamo un giorno sì e l’altro pure, e che comunque alla fine amiamo, non era più lei. Dove eravamo? L’orchestra del San Carlo è reduce da una trionfale tournée in Cile. Ora capisco cosa voleva dire il mio amico Marco, quando mi si è avvicinato nel mezzo di quel casino di urla e violenza e mi ha detto: “Vedi Luca? A proposito di Cile, di Santiago, di Neruda che scappa? Eccolo qua il Cile, ecco Santiago”.

*musicista del teatro San Carlo di Napoli