di Dario de Cristofaro

[Pubblicato il 24 novembre 2010 su Flanerì]

Immagino che sia capitato anche a molti di voi, durante lo scorso mese di ottobre, di provare stupore nel leggere, su manifesti affissi nelle principali vie della Capitale, tragicomici annunci del tipo: «Network della comunicazione cerca giovani talenti pronti a farsi sfruttare in silenzio» o, ancora, «Gruppo informatico cerca giovani laureati con il massimo dei voti e il minimo della dignità». Stupore, curiosità e indignazione, per la precisione. Di questi sentimenti ciò che personalmente mi è rimasto dentro, dopo aver scoperto chi si celava dietro agli anonimi messaggi, è solo l’indignazione, sfiancante e indicibile indignazione.
Ed è unicamente per dovere di cronaca che mi sento in obbligo di fare il nome del mandante di questa ridicola campagna di pseudo-guerriglia: la beneamata CGIL.
Adempiuto questo dovere, preferisco non concedere ulteriore spazio ad un tale, ambiguo organismo che reputo complice, in primis, del dramma del precariato e delle nuove forme di schiavitù di cui non solo i giovani, ahimé, sono vittime.

Preferisco, invece, sollecitarvi a fare qualche amara considerazione citando due fra gli articoli più interessanti della nostra Costituzione, talmente amata dagli Italiani da essere ignorata persino nelle scuole.
Tralasciando l’onnicitato articolo 1 – L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro -, vale la pena ricordare, a chiunque se ne fosse dimenticato, l’esistenza dell’articolo 4 e dell’articolo 36, che riporto di seguito:

Art. 4: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».

Art. 36: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi».

Espressioni come “diritto al lavoro”, “progresso spirituale della società”, “esistenza libera e dignitosa”, messe a confronto con la realtà sociale del nostro paese oggi, appaiono inadeguate e vuote, prive di un valore concreto ed effettivo.
Un dislivello fra idee e mondo reale che, del resto, si riflette anche tra i politici che ci “governano”: mi è capitato di assistere, infatti, qualche settimana fa, alla presentazione del Barometro della solidarietà Internazionale degli italiani, a cui partecipavano anche Savino Pezzotta (Udc, ex Cisl), Francesco Ferrante (Pd) e Andrea Sarubbi (Pd). Da una parte c’erano sociologi e studiosi che, tramite le loro ricerche, mettevano in luce come il 57% degli Italiani intervistati, con lucidità, identificasse nella disoccupazione la causa principale della povertà nazionale e internazionale; dall’altra c’erano tre individui fuori luogo, “pesci fuor d’acqua”, ignari di quale fosse il reale polso della situazione nazionale, sia perché, appartenenti a generazioni lontane anni luce, sprovvisti dei necessari strumenti di giudizio che vadano di pari passo con i cambiamenti sociali del paese, sia perché offuscati dai fumi del qualunquismo e della demagogia.

La verità dei fatti è quella che si presenta ogni giorno davanti ai nostri occhi: la famosa flessibilità prevista dalla “legge Biagi” è diventata precarietà, milioni di giovani e ex-giovani si trovano a combattere quotidianamente con aziende prive di umanità, i tanto citati stage perdono la loro funzione di periodi di prova per l’inserimento nel mondo del lavoro, diventando ore di schiavitù e di umiliazioni. Cosa rimane, dunque, oltre allo smarrimento, alla rassegnazione e al senso di precarietà? Ecco che torna il sentimento di indignazione iniziale, la rabbia di chi davvero ha voglia di dire no, di dire basta. E non deve essere certo la CGIL a gridare questa rabbia e questa indignazione al posto nostro. Quella stessa CGIL che gioca al gatto e al topo col Governo, che, da anni, funziona ormai come una corporazione di pochi a discapito dei più, venditrice di fumo con scioperi che non servono ad altro se non a creare ulteriori disagi ai già precari lavoratori.

Io credo nell’ingegno e nell’unione di propositi, nella capacità di adeguarsi alle situazioni, che non vuol dire umiliarsi e farsi sfruttare, bensì fermarsi un istante e capire, fare mente locale, prevedere e assecondare in maniera attiva (non passiva o “a novanta gradi”) i cambiamenti in atto. Io credo nella comunanza di intenti, nell’intelligenza e nella costanza di chi preferisce arrabattarsi pur di non piegarsi, meditando tempi migliori, con lo sguardo sempre fisso verso la propria meta.
Personalmente ritengo che, nonostante tutto, le qualità ci siano anche in questo “paese di vecchi”, di cariatidi istituzionali, di fossili indistruttibili. Ho scelto di non “continuare a farmi scegliere”, di arricchire un inutile curriculum con stage e tirocini, di asservire la mia dignità al peggior offerente.
Per questo dico a tutti voi, compagni di sventura in questo sventurato paese, dico: guardatevi intorno tra di voi invece di farvi la guerra per un posto di lavoro sottopagato o, addirittura, non pagato; trovate un’idea vincente da portare avanti ad ogni costo invece di abbandonarvi agli alibi che organismi come CGIL o chiacchiere di governo sul tasso di disoccupazione continuano a fornirvi: prendere coscienza del fatto che siamo in molti a lottare per un comune risultato, questa deve essere la forza di ognuno di noi.

E se a qualcuno, poi, venisse in mente di dirvi che, così facendo, disprezzate il lavoro e la fatica, potreste sempre rispondergli, in maniera irriverente e canzonatoria, con i versi di Fabrizio De Andrè: «Chi va dicendo in giro che odio il mio lavoro / non sa con quanto amore mi dedico al tritolo».