di Giovanna Cosenza
[articolo pubblicato il 30 novembre 2010 su Disambiguando]

Per lavoro entro in contatto con moltissimi studenti. E con molte aziende, il che vuol dire – poiché siamo in Italia – piccole (sotto i 50 dipendenti) e microimprese (sotto i 10 dipendenti). Mi capita insomma di sentire le due campane.

I giovani si lamentano soprattutto per due cose: il precariato (sono soprattutto contratti a progetto) e lo stipendio basso (da 700 a 1000 euro netti al mese, 1200 se va grassa).

I microimprenditori, d’altro canto, si lamentano perché:

  1. i ragazzi non si rendono conto di quanto sia difficile gestire una microimpresa in Italia, specie in tempo di crisi: fatturato in calo, debiti enormi con le banche, responsabilità a non finire, preoccupazioni notte e giorno;
  2. i ragazzi vivono in modo antagonista e rivendicativo il rapporto “col capo”: non capiscono che lavorare in una piccola impresa non è come essere assunti dallo stato, che non possono pensare solo a “timbrare il cartellino” (che peraltro non c’è) e fuggire a casa;
  3. i ragazzi sono troppo passivi, poco autonomi, poco inclini a proporre idee e inventare soluzioni;
  4. i ragazzi non si rendono conto che l’imprenditore li premierebbe mettendoli “alla pari”, e cioè facendoli pure entrare in società, se solo non avessero questi atteggiamenti.

In questa duplice prospettiva ho letto la mail di Anna (nome fittizio). Si è laureata con me un paio di anni fa ed è subito entrata con stage extracurricolare in una microimpresa che fa comunicazione e new media. Dopo quasi un anno trascorso con entusiasmo e molte aspettative, le offrono un contratto a progetto: 700 euro nette al mese. Sperava di più, ovviamente. Da allora qualcosa si è spezzato nel rapporto fra Anna e i “capi”.

Ecco cosa mi scrive:

«Ciao Giovanna, come stai? È da un po’ che ti penso, senza trovare il tempo per scriverti. Leggo sempre il tuo blog e oggi mi sono imbattuta nella storia di Giulia, la ragazza laureata in lingue a cui una scuola privata proponeva di insegnare gratis per 12 punti. Approfitto di oggi che sono a casa con l’influenza per raccontarti come sono messa.

Io continuo a lavorare in XYZ (penso ancora per poco, sinceramente, ma non ho ancora comunicato nulla). Lavoro tanto, soprattutto in quest’ultimo periodo in cui un progetto per un grosso cliente sta andando male. Lavoriamo da più di due mesi a questo progetto e nonostante i nostri continui avvertimenti (miei e dei miei colleghi che lavoriamo sul progetto) sulla necessità di “cambiare direzione, fare qualcosa” perché i risultati non erano quelli che speravamo, la situazione è rimasta in stallo fino a 15 giorni fa.

Fino a quando, cioè, i “capi”, dovendo andare a parlare col cliente, non avrebbero saputo cosa inventarsi: qualsiasi dato sarebbe stato deludente.

Questa cosa ha mandato tutti e tutto in tilt. Hanno cominciato a fare pretese assurde cercando qualsiasi stratagemma per recuperare le sorti del progetto (e in questi casi tutto è lecito!). Come sai, ho un contratto a progetto (pagato 700 euro al mese) e per contratto potrei benissimo lavorare da casa. Invece sto in ufficio dalle 9 alle 18 e spesso anche oltre.

Proprio ieri sera è accaduto un episodio che mi ha lasciata senza parole. Stavo per andare via dall’ufficio (ore 18:30) e mi hanno trattenuta dicendomi che avevano bisogno che entrassi anch’io 5 minuti in una riunione (alle 18:30???!). Vabbe’, entro e alla fine esco dall’ufficio alle 19:10. Torno a casa esausta come puoi immaginare, faccio le mie cose… esco per un aperitivo con amici, mi ritrovo sul cellulare chiamate e messaggio di uno dei “capi” che mi diceva di aver bisogno un secondo, se potevo richiamarlo. Ultima chiamata alle ore 21:10.

Ora mi chiedo: “Di cosa poteva aver bisogno di tanto urgente per chiamarmi alle 9 di sera passate?”. Non lavoro in un pronto soccorso, non faccio il pompiere né la guardia giurata, dal lavoro che faccio non dipende la vita di nessuno: cosa poteva mai esserci di tanto urgente che non potesse essere rimandato al giorno dopo??? Non ho risposto alle chiamate e ancora non so di cosa avesse bisogno perchè, come ti dicevo, sto poco bene e sono a casa.

[Mah?! Quando mi hanno rinnovato il contratto dicevano che potevano benissimo fare a meno di me (quasi quasi mi fanno un favore a tenermi!??!) e poi mi chiamano alle 21?]

Mi sembra quasi di dover chiedere come un favore ciò che mi spetta di diritto… una vita, la mia vita!

Avrei molte altre cose da raccontarti, ma già mi sono dilungata troppo. Magari a voce? Un abbraccio, Anna»