[Questo articolo è stato pubblicato il 1 dicembre 2010 sul sito Globalproject]

di Tania Rispoli e Maria Montanelli

Riannodare la trama di ciò che è avvenuto in queste settimane di mobilitazione contro il D.d.L. Gelmini, significa fare il punto su una rivolta generazionale in atto. Alle politiche di austerity si stanno opponendo giovani e giovanissimi di tutta Europa, esprimendo nelle lotte, nelle contestazioni e nelle manifestazioni un’inedita radicalità. C’è molta insofferenza ed indignazione nei movimenti che stanno emergendo, ma soprattutto l’indisponibilità a non essere precarizzati, sfruttati e governati in questo modo e a questo prezzo. Si tratta forse di un principio di lotta di classe, se alla pauperizzazione forzata, alla sottrazione del futuro e del presente, allo sfruttamento selvaggio, si risponde con un rifiuto netto, tenace, ma soprattutto moltitudinario.

Ma partiamo dalla votazione del suddetto decreto. La discussione, faticosissima di queste settimane in Parlamento, bloccata ripetutamente da una serie di emendamenti, si è conclusa con voto favorevole. Si tratta del colpo di coda di un governo che sta ormai affondando, di una prova muscolare di forza, non solo dentro la Camera, ma soprattutto nelle piazze gremite e nelle strade rese ingovernabili da studenti medi ed universitari, ricercatori e precari. Il D.d.L. puntualmente disattende tutto ciò che pure nei discutibili intenti si propone: dalla limitazione dei meccanismi di cooptazione baronale, alla farsa delle assunzioni dei precari della ricerca. Sul decreto pesano i tagli effettuati dal Ministero dell’Economia, non solo quelli al F.F.O. – rispetto al quale sono state restituite poche briciole – ma soprattutto la decurtazione del 90% delle borse di studio e di dottorato, la cancellazione nella definizione dei Livelli Essenziali per la Prestazioni per il diritto allo studio, di borse di studio, trasporti, assistenza sanitaria, accesso alla cultura, alloggi; dall’altra parte, all’interno della retorica meritocratica tanto decantata dal governo, si parla di un fondo per il merito indiscriminato rispetto al reddito, laddove però la riforma non prevede neppure uno stanziamento ad hoc.

Retorica del merito e della pacificazione sociale: questo è il velo dietro cui ha cercato di celarsi la maggioranza fatiscente di questo governo.

Ma le mobilitazioni, le rivolte esplose in questi giorni in tutto il paese hanno smascherato proprio questa retorica, portando alla luce l’immagine di un paese tutt’altro che pacificato. La conflittualità messa in campo in questi giorni da centinaia di migliaia di studenti ci parla di una generazione non più disposta a tacere, a sottostare a nuove forme di sfruttamento e soprattutto alle decisioni prese sulle proprie teste rispetto alle proprie vite. Non più disposta ad aspettare che l’opposizione parlamentare o il sindacato si sveglino, corrispondendo alle esigenze, ai disagi e alle richieste che i movimenti sociali esprimono. Di fronte alle ultime dichiarazioni del nuovo segretario della CGIL rispetto allo sciopero generale, ieri questa generazione ha agito e praticato direttamente lo sciopero generale, bloccando per una giornata un paese intero. Manifestazioni selvagge, occupazioni di monumenti, di autostrade e di stazioni si sono moltiplicate ovunque, nonostante il dispiegamento prepotente di forze dell’ordine e le città completamente blindate, fino al caso di Roma in cui è stata creata appositamente una Zona Rossa. Ma ieri la moltitudine di studenti e precari non era disposta a sopportare divieti ed intimidazioni, ritenendo legittimo contestare direttamente i luoghi della decisione. La costituzione italiana, raffigurata in un libro/scudo, è stata simbolicamente e provocatoriamente opposta ai blindati che chiudevano le strade, a segnalare l’indisponibilità a rimanere silenziosamente al proprio posto, ribadendo la volontà di manifestare il proprio dissenso.

Militarizzazione e paura sono state le tattiche del governo, determinazione e consenso la strategia dei moltissimi che hanno attraversato le contestazioni di ieri. E il consenso che si è prodotto anche tra chi non ha partecipato direttamente alle manifestazioni, ma piuttosto ha visto e subito la paralisi delle città, riguarda proprio quell’insofferenza generalizzata non solo per le politiche di questo governo, ma per la rappresentanza in generale, che non riesce più a dar conto delle necessità che si esprimono a livello sociale.

Si è detto sui principali quotidiani di questi giorni che gli studenti faranno cadere il governo… E siamo intenzionati a farlo fino in fondo!

Il dispositivo di soggettivazione che si è prodotto, tra radicalità delle pratiche e desiderio di cambiamento, supera di gran lunga il risultato di una votazione già scritto. E’ ancora aperta la questione se il Governo riuscirà o meno a rimandare in tempo utile la legge al Senato, così come già in tutte gli atenei di Italia, si discute di quali strategie praticare per impedire che questa seconda votazione abbia luogo.

Il 14 dicembre, invece, si voterà alla Camera la fiducia al Governo. Per tutti gli studenti e precari che stanno animando un dibattito politico vero in questi giorni – ben oltre gli scandali e le veline, che preoccupano la maggioranza – sarà invece il giorno della sfiducia . Il 14 sarà una grande occasione per tutti i movimenti e le parti sociali che si sono opposte realmente a questa gestione decisionista della crisi, di andare sotto il Parlamento per dire che noi, invece, “non ci fidiamo” di questo Governo e per esprimere la nostra determinazione a riprenderci tutto ciò che è nostro!