di Flavio Pintarelli

In un recente intervento pubblicato proprio su PrecarieMenti, Claudia Boscolo proponeva alcune riflessioni a margine di un articolo di Michela Murgia, in cui venivano accostati lo sciopero della fame di Paola Caruso e la protesta dei lavoratori stranieri di Brescia. Boscolo avverte la necessità di contrapporre alla narrazione frammentata delle lotte, propria dei mezzi di comunicazione di massa “ufficiali”, quella che l’autrice chiama, riprendendo un’espressione di Wu Ming 1, una “narrazione che accomuni”. Una narrazione accomunante ha come obiettivo quello di ricondurre entro un frame discorsivo comune le molte lotte che attraversano il Paese, rendendo possibile la presa di coscienza generalizzata di una condizione di sfruttamento trasversale, com’è quella del precariato.
Per rispondere ai cambiamenti socio-economici che hanno caratterizzato la nostra società negli ultimi vent’anni è necessario anche modificare i paradigmi e le cornici concettuali che si sono utilizzati fino a questo momento per interpretare il mondo. L’affermarsi delle logiche neocapitaliste è coinciso con una profonda trasformazione della società e della divisione in classi che la caratterizza. Ciò a cui abbiamo assistito e a cui quotidianamente assistiamo è la proletarizzazione del ceto medio, perseguita attraverso le logiche di precarizzazione del lavoro, tecnicizzazione e professionalizzazione del sistema educativo, delocalizzazione delle infrastrutture produttive.
Se non si ha ben chiaro davanti agli occhi questo scenario è facile incorrere nell’errore di considerare molte delle lotte che hanno luogo entro il corpo sociale contemporaneo come anacronistici tentativi di mantenere uno o più privilegi – e spesso è proprio in questi termini che i media o la politica le descrivono.
Discutere sulla necessità di una narrazione accomunante significa anche discutere sui mezzi con cui realizzarla. Il caso di Paola Caruso ci offre un esempio interessante da analizzare. Nei giorni dello sciopero della fame di Paola, la rete, con le sue dinamiche di condivisione dei contenuti, ha funzionato come volano della protesta, conferendo a questa una consistenza che difficilmente avrebbe potuto trovare sui media “ufficiali”.
Nel post in cui comunicava l’interruzione dello sciopero della fame, Paola Caruso proponeva, rivolgendosi alla rete, di modificare l’hashtag #iosonopaola, che aveva accompagnato la protesta su Twitter, con l’hashtag #iosonoprecario. Mi sembra evidente come in tale iniziativa vi fosse una possibilità alquanto interessante, quella di usare gli agili strumenti di condivisione messi a disposizione da Twitter per produrre una narrazione collettiva e multisoggetto che avesse la condizione di precarietà come proprio orizzonte e che fosse capace di raccontare questo orizzonte in alcune delle sue molte sfaccettature. Sfortunatamente, e questo dovrebbe far riflettere chi si occupa di comunicazione, tale possibilità è rimasta una possibilità latente, l’hashtag #iosonoprecario non ha preso piede e quella narrazione possibile non si è, per ora, realizzata. È inoltre sintomatico che negli stessi giorni in cui sfumava questa possibilità, ad occupare i Top Trend di Twitter ci fosse un altro hashtag, quel #berlusconipedofilo che ha fornito alla stampa di destra l’ennesima occasione per denunciare il clima di odio nei confronti del Presidente del Consiglio.
Ciò che bisognerebbe chiedersi è, tuttavia, la ragione del fallimento di questa narrazione potenziale. Che i Social Network, pur avendo uno straordinario potenziale in termini di condivisione delle informazioni, fossero uno strumento poco adatto alla costruzione di una comunità lo si era già capito da qualche tempo. Quali sono dunque le condizioni in cui è possibile ricostruire un senso di appartenenza comunitaria e perciò uno spazio in cui far giocare la narrazione accomunante di cui parla Boscolo nel suo articolo?
Mi sembra che i movimenti di difesa del territorio (No Tav, No Ponte, No Dal Molin, e altri) forniscano un primo elemento su cui ragionare. Se le esperienze di quei movimenti hanno funzionato come esempi di costruzione comunitaria – il caso di Vicenza è emblematico – è proprio in virtù della situazione di emergenza che si sono trovati a fronteggiare. Mi sembra che anche del caso di Paola Caruso si possa dare una lettura in questi termini: fino a quando nella vicenda è stato percepibile un senso di emergenza, la rete ha rilanciato l’iniziativa attraverso i suoi strumenti; nel momento in cui la tensione, specialmente quella emotiva ed empatica, è calata, la rete non è stata in grado di cogliere la sfida che tale situazione le stava ponendo.

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