[Riprendiamo dalla Rete questa nota di commento al documento emerso dalla riunione organizzativa di movimento Uniti contro la crisi organizzata dalla FIOM a Bologna il 17 e 18 novembre c.a., che secondo noi centra il cuore della questione.]

di Andrea Fumagalli

“Difesa del welfare, nel caso italiano difesa del contratto nazionale del lavoro e dei diritti più in generale: ma si tratta soltanto di una resistenza disperata? Per noi – come dicevamo ‒ la risposta è chiara. Difendere il welfare state, infatti, respingere il modello Confindustria – Marchionne e chi pensa che il lavoro non debba avere diritti o non possa difendersi contro lo sfruttamento, rivendicare il carattere comune di alcuni beni, dall’acqua alla conoscenza, significa contestare radicalmente il modello di sviluppo e, nella contestazione, mettere in gioco un’altra idea di società. Una società, un modello di sviluppo e di consumo che assuma il lavoro, la democrazia, la libertà e il welfare universale come beni comuni”.
Così si legge nel documento di “Uniti contro la crisi”. Condivido e comprendo le ragioni di una mobilitazione che ha portato oltre e a partire dalle giornate del 16 e del 17 ottobre a intessere una relazione strategica tra parte del movimento e la Fiom.  La citazione riportata è quella che, brevemente, per ragioni di spazio, racchiude gli elementi propositivi del documento, in funzione dei quali si indicono ulteriori mobilitazioni. Difesa del welfare State. Concordo. Ma quale Welfare State? Quello attuale? Difesa del contratto collettivo. Ma contratto collettivo, di chi e per chi? Sappiamo tutti che il Welfare State italiano è tra i più iniqui del mondo, fondato sulla famiglia, dove gli ammortizzatori sociali sono differenziati, parziali e escludenti. Solo il 20% di chi ne avrebbe diritto, riesce ad accedere ad un sussidio di disoccupazione, per la ristrettezza dei parametri richiesti. La maggior parte dei precari (per non parlare dei migranti) ne sono esclusi. La CIG è oggi uno strumento di divisione, ancorata ad una logica fordista della produzione. I servizi sociali sono stati privatizzati oppur trasformati in SpA (il che non è molto diverso) ecc., ecc.. Non c’è nessuno strumento  di sostegno di ultima istanza al reddito (ultimi in Europa). L’Italia è l’unico paese in cui non vige ancora la separazione tra previdenza e assistenza. E’ questo il welfare che difendiamo, che richiede una “resistenza disperata”?. Non credo. E allora quale welfare abbiamo in testa? Bisognerà dire qualcosa in proposito, altrimenti quale tipo di consenso e di mobilitazione riusciamo a mettere in piazza?
Discorso simile vale per il contratto collettivo. Non sto qui a ricordare che oggi meno del 50% dei lavoratori/trici sono coperti effettivamente dal contratto collettivo e solo meno del 30% riesce a ottenere un contratto integrativo di II livello. Nell’area milanese, l’80% dei nuovi assunti è precario, spesso in settori in cui il termine “contratto nazionale” è del tutto sconosciuto! Inoltre, a partire dagli accordi del 23 luglio 2003, il contratto nazionale non può più intervenire sulla determinazione della variabile salariale (fissata in modo predeterminato sulla base del tasso d’inflazione programmata) e eventualmente incrementi salariali legati alla produttività vengono discussi nei (pochi) accordi di II livello. Di fatto, le logiche concertative del sindacato (Cgil compresa) hanno depotenziato il contratto collettivo. Ciò non significa buttare a mare il contratto collettivo, ma piuttosto formulare una nuova ipotesi di contratto collettivo che sia più completo e più adeguato alle nuove condizioni di lavoro e soprattutto sia funzionale al superamento della condizione precaria: salario minimo,  garanzia di reddito, parità di trattamento previdenziale a prescindere dalla tipologia contrattuale, superameno della logica contrattuale per categorie e mansioni in nome di una logica contrattuale che sia adeguata alla nuova divisione cognitiva del lavoro, superamento del contratto integrativo aziendale a favore di contratti di filiera o contratto territoriali di II livello e non sostitutivi di quello nazionale, come i sindacati gialli chiedono.
In altre parole, se vogliamo rilanciare il conflitto, occorre pendere atto che non basta la sola difesa e/o resistenza, dobbiamo cominciare a muoversi su un piano offensivo. Come sul welfare, così sul contratto collettivo e su molti altri aspetti.
Sono più che convinto come dice il documento di “Uniti contro la crisi” che occorre combattere per una  società, un modello di sviluppo e di consumo che assuma il lavoro, la democrazia, la libertà e il welfare universale come beni comuni. Una società aggiungerei che assuma più che il “lavoro”, il “diritto alla scelta del lavoro” e la garanzia di un “reddito incondizionato” come beni comuni primari, fonte di democrazia e libertà.

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