di Claudia Boscolo

Del caso di Paola Caruso si è parlato in diversi luoghi, ponendo l’accento su due diverse questioni: come ha sottolineato Michela Murgia, da un lato vi è la battaglia per una generazione, e dall’altro l’accusa di vittimismo e autolesionismo per raggiungere un fine esclusivamente personale. La vicenda si è risolta per fortuna in modo pacifico: Paola ha riavuto il suo lavoro e ha innescato un meccanismo che sta smuovendo le acque  stagnanti della protesta. Ma il punto cruciale rimane: perché la protesta contro le condizioni lavorative di chi è assunto come collaboratore a progetto si trova in suddette stagnanti acque?
Secondo le disposizioni della legge 30, risulta lavoratore non dipendente anche chi di fatto lo è. Inoltre, lo stesso è tenuto a rispettare orari di lavoro e la gerarchia del luogo in cui svolge il proprio inesistente progetto, anche se il contratto recita l’esatto opposto, pena la pressione del mobbing e il ricatto del rinnovo. Il contratto di collaborazione a progetto in realtà è una routine lavorativa costituita da mansioni tipiche del lavoro dipendente, ma nonostante ciò il lavoratore atipico non può accedere a nessuno degli ammortizzatori sociali, destinati in via esclusiva a chi ha un contratto anche solo a tempo determinato, basta che sia da lavoratore dipendente, contratto che sempre meno i datori di lavoro sono disposti ad offrire.
Nell’articolo già citato, Murgia affianca a quella di Paola Caruso la protesta dei cinque operai di Brescia. Accade raramente che sugli organi di informazione si affianchi la protesta dei lavoratori del terziario avanzato a quella degli operai. La scuola, poi, è trattata come un’isola a parte, come se il precariato scolastico, proprio differenziandosi per essere lavoro dipendente e non autonomo e garantendo quindi l’accesso a seppure minimi ammortizzatori sociali, non fosse comunque soggetto a una logica sia delle abilitazioni che delle entrate in ruolo a dir poco demenziale.
Murgia mette il dito nella piaga: la protesta di Paola Caruso è stata condannata evidenziando l’estremismo del gesto, come se non fossero piuttosto le condizioni lavorative a cui è sottoposto il lavoratore atipico ad essere estreme. In ogni caso: dopo anni di decostruzionismo, sull’estremismo, come su molto altro lessico della politica, è stato steso un velo di timoroso silenzio, perché evoca immagini che si preferisce rimuovere, perché riporta in vita un’atmosfera che non si vuole rivivere. Qualche giorno fa in una discussione in Rete a proposito di una recensione di Valerio Evangelisti dell’antologia di racconti Clash, qualcuno sosteneva che parole come “sistema” e “imperialismo” riconducono a un lessico politico da anni di piombo, e di conseguenza fanno rabbrividire. Affermazioni del genere forniscono il metro per misurare quanto è indisponibile alla lotta una società assuefatta a un generico relativismo di quarta mano, una specie di vulgata di Popper shakerata nel bigino di Vattimo, la cui unica utilità oggigiorno consiste nell’aggirare l’ostacolo. Ma l’ostacolo non è solo la rimozione del lessico. Se da un lato si riesce con svariate argomentazioni ad aggirare quello della lotta, altri cento ostacoli emergono tutt’intorno, di cui uno, il più difficile da ignorare, è la trasversalità dell’impoverimento economico e culturale di una nazione disposta a distogliere lo sguardo dalla classe politica impresentabile ed altamente dannosa a cui, in gran parte rinunciando al voto, ha delegato la propria felicità, diritto sancito dalla Costituzione Italiana all’art. 3 e a cui (entrambe, la felicità e la Costituzione) i lavoratori italiani stanno rinunciando esattamente nell’atto di distogliere lo sguardo.
Nell’ampio commentario generato da un post di Giap!, Wu Ming 1 scrive:

“[Q]uella che va superata è quella che la mia compagna chiama la “visione a mosaico”, cioè quel culto delle differenze in quanto tali che ha prodotto più che altro particolarismi e incapacità di vedere che *tutte le lotte*, anche quelle in apparenza molto diverse per obiettivi immediati e modus operandi, sono momenti della stessa lotta. Quello che è venuto a mancare è l’universale. Manca la narrazione che accomuni, perché per decenni si è portata avanti solo la narrazione che divideva. C’è chi si lamenta dicendo che in Italia non ci sono le lotte, ma l’Italia è *piena* di lotte, c’è conflitto dappertutto, ma queste lotte non vengono mai messe in collegamento da chi le racconta. Ieri sera il TG3 ha parlato delle contestazioni a Berlusconi nei luoghi dell’alluvione veneta, della protesta dei vigili del fuoco siciliani a cui non vengono pagati gli straordinari dell’ultimo anno e mezzo, dei comitati contro le discariche in Campania, ma erano tutti momenti disgiunti del TG, e l’impressione era di cose che non c’entravano niente l’una con l’altra, mentre *E’ LA STESSA LOTTA*, è la lotta contro chi cerca di far pagare solo ai deboli il costo del *ritorno del rimosso ambientale e sociale*. Ecco, noi dobbiamo ritrovare la narrazione che accomuni.”

Ritrovare la narrazione che accomuni significa in primo luogo identificare le differenze che nel corso del tempo sono andate perdute. Essere soggetto alla condizione lavorativa del prestatore d’opera con partita Iva o ritenuta di acconto, del lavoratore atipico a progetto, del lavoratore dipendente con contratto a termine (tutte formule vacue, la cui distinzione si sostanzia nella possibilità di accesso o meno agli ammortizzatori e nel diverso trattamento fiscale ai fini pensionistici), quindi, in sostanza, essere un lavoratore precario è davvero così diverso per chi proviene da un retroterra borghese e per chi invece vi proviene da un retroterra operaio? In quale maniera il termine borghese e il termine operaio influiscono su una coscienza di classe nell’Italia di oggi? Il nodo della questione è: esiste davvero nell’Italia di oggi una coscienza di classe talmente forte da garantire ancora il mantenimento di una “visione a mosaico”?

Come sottolineava Murgia, Maroni è il primo firmatario di quella legge 30 che permette il rinnovo infinito senza che avvenga mai il passaggio al tempo indeterminato, perché ciò che apparentemente conta è mantenere basso il costo del lavoro, e ciò può avvenire solo se al lavoratore vengono tolte per legge le tutele sociali. (Certo, credere che l’obiettivo della legge 30 sia stato unicamente la riduzione del costo del lavoro significa non averne compreso la vera portata politica e sociale.) Maroni è anche quello che decide se una protesta contro la condizione di cui è egli stesso corresponsabile non è più questione politica, ma diventa questione di ordine pubblico, come abbiamo visto nel disumano caso degli operai di Brescia, che ha giustamente scatenato una rivolta. Sono evidenti le ragioni che stanno dietro alla “narrazione a mosaico”. Non è certo casuale se due eventi che risalgono alla medesima causa vengono raccontati come se non esistesse alcuna relazione fra di loro: si crea una differenza fra Paola, italiana, laureata, collaboratrice della maggiore testata giornalistica italiana, perciò automaticamente associata a un retroterra borghese, e gli operai immigrati, associati senza ulteriore indagine a una classe di esclusi, anzi di miserabili. Per trasferirci invece su un piano di maggiore concretezza, in Italia qualunque alunno che dimostri particolari competenze e una specifica vocazione allo studio viene indirizzato verso il liceo dal consiglio di classe della sua terza media, e non certo in base a calcoli relativi alla classe sociale di appartenenza. Di lì, almeno finora, il sistema ha garantito una laurea a chiunque volesse prenderla. Giungere a collaborare con la redazione di un giornale significa inseguire un ideale, e sottoporsi scientemente ad una vita di rinunce, a meno che la famiglia non aiuti, ma non è la norma. La norma è quella di giovani collaboratori di qualunque estrazione sociale che si fanno il mazzo sottopagati nelle redazioni. D’altro canto, nessuno si sorprende più di incontrare nei cantieri o nei luoghi pubblici giovani africani laureati che si adattano a qualsiasi mestiere pur di sopravvivere, anche se il loro titolo di studio non riconosciuto (e il problema del riconoscimento dei titoli di studio stranieri in Italia è annoso, se non altro per il livello di conoscenza del lessico burocratico che richiede, che già stabilisce una barriera sociale) potrebbe in realtà garantire loro un inserimento anche in altri campi. La barriera è linguistica, ma è soprattutto legislativa e culturale. C’è in Italia una prassi del razzismo che si concretizza ogni giorno quando un immigrato chiede di fare ciò per cui avrebbe competenze e titoli, ma gli viene negato in base alla Bossi-Fini, per l’estraneità a un sistema complesso anche per chi ci è nato, oltre al fatto che la regolarizzazione del rapporto di lavoro è impedita dalla legge 30 già per chi il sistema lo conosce.
La domanda andrebbe ripetuta alla nausea: a chi conviene tutto questo? Cosa c’è alla base di una narrazione distinta e separata delle vicende? Chi è che ci guadagna se si continua a mantenere l’idea di un’identità operaia distinta da una borghese, quando né l’una né l’altra di fatto esistono più, laddove un operaio specializzato guadagna il doppio e gode di tutti i benefici del contratto a tempo indeterminato da lavoro dipendente, rispetto a un borghese co.co.pro?
Chiediamoci veramente in cosa consista l’identità operaia nell’Italia di oggi, e in cosa consista, se mai c’è stata, un’identità borghese. Chiediamoci una volta per tutte se continuare a mantenere le due identità separate e distinte non sia unicamente di ostacolo a una narrazione unitaria della lotta per un diritto del lavoro che garantisca a ognuno il rispetto dell’articolo n. 3 della nostra Costituzione.


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