di Paolo Repetto

La bilancia marca 42,2 chilogrammi, al terzo giorno di sciopero della fame. È il marchio brutale che definisce l’estrema forma di protesta di Paola Caruso, giornalista precaria presso il principale quotidiano del Paese: “So che non varcherò mai più la soglia del ‘Corriere’ – ha tagliato corto – e che non troverò posto in altri giornali (chi si prende una piantagrane?). Nel mondo della comunicazione sono bruciata. Se nessuno ha mai fatto un gesto come il mio è perché nessuno è disposto a pagare un prezzo troppo alto”.
La vicenda vissuta in prima persona dalla collega richiama quella di migliaia di giornalisti italiani, espulsi dal microcosmo dell’informazione o mai entrati a farne parte nonostante l’abilitazione attraverso l’esame di Stato. Anche l’aggravante denunciata dalla cronista, a ben guardare, non è una novità nel ‘sistema’ ma per Paola Caruso ha evidentemente rappresentato la goccia che ha fatto traboccare il vaso: “Da 7 anni – ha raccontato qualche giorno fa sul suo blog (visibile qui), contestualmente all’inizio della clamorosa forma di protesta – lavoro per il ‘Corriere’ e dal 2007 sono una co.co.co. annuale con una busta paga e Cud. Aspetto da tempo un contratto migliore, tipo un art. 2. Per raggiungerlo l’iter è la collaborazione. Tutti sono entrati così. E se ti dicono che sei brava, prima o poi arriva il tuo turno. Io stavo in attesa. La scorsa settimana si è liberato un posto, un giornalista ha dato le dimissioni (Jacopo Tondelli, ndr), lasciando una poltrona (a tempo determinato) libera. Ho pensato: ‘Ecco la mia occasione’. Neanche per sogno. Il posto è andato a un pivello della scuola di giornalismo. Uno che forse non è neanche giornalista, ma passa i miei pezzi. Ho chiesto spiegazioni: ‘Perché non avete preso me o uno degli altri precari?’. Nessuna risposta. L’unica frase udita dalle mie orecchie: ‘Non sarai mai assunta’. Non posso pensare di aver buttato 7 anni della mia vita. A questo gioco non ci sto. Le regole sono sbagliate e vanno riscritte. Probabilmente farò un buco nell’acqua, ma devo almeno tentare. Perché se accetto in silenzio di essere trattata da giornalista di serie B, nessuno farà mai niente per considerarmi in modo diverso”.
Il caso-Caruso si è immediatamente riversato sulla Rete: alla collega sono giunti numerosissimi attestati di solidarietà accanto ad alcune critiche, in particolare in merito alla definizione di ‘pivello’ appioppata al giovane neocontrattualizzato, nonché a proposito della modalità della protesta.
A distanza di tre giorni dall’inizio della vicenda, l’interessata ha commentato con emozione l’ondata di reazioni sul web: “Sono commossa, credetemi. Ho le lacrime agli occhi oltre a una disperazione infinita nel mio cuore. Ho scelto lo sciopero della fame e della sete proprio perché è devastante. Altrimenti non ci crede nessuno. Qui non stiamo parlando di un contratto a tempo indeterminato, ma di un ‘contrattino di desk’. Jacopo Tondelli ha lasciato un posto vacante e noi poveracci abbiamo pensato che era arrivato il nostro momento. Almeno io, in lista d’attesa da 7 anni, l’ho pensato. Non accetto di essere trattata da reietta dopo aver dato 7 anni di duro lavoro all’azienda. Non esiste, perché io faccio casino e questo è l’unico modo che ho per fare casino”.
Giornalista professionista, Paola Caruso ha lavorato dal 2003 come freelance e dal 2007 con contratto co.co.co. annuale. “Tutti contenti i capi – ha raccontato ancora sul suo blog – tutti a farmi i complimenti. Che bel pezzo, brava. Mi fanno scrivere di tutto: dalle acconciature per capelli, alle creme viso. Dalla scienza all’economia. Tanto Paola si presta. Fa tutto. Non fiata. E soprattutto non ha sponsor. Perché diciamolo chiaramente: non sono raccomandata. Il mio problema è questo: non sono raccomandata. Voglio proprio vedere se una NON RACCOMANDATA riesce a far tremare via Solferino”.
A tale riguardo, molti lettori e commentatori hanno consigliato a Paola Caruso di intentare una vertenza al ‘Corriere della Sera’, citando i numerosissimi casi di lavoratori nelle sue condizioni che hanno seguito con successo questa strada. Va aggiunto che i contratti di collaborazione non prevedono ferie né malattia, tredicesima, aspettativa o periodi di maternità, così come tutti gli altri diritti previsti dai normali contratti di lavoro dipendente. E comunque non è un segreto, per qualunque operatore del settore, che i quotidiani italiani si reggano molto spesso sulla figura dei ‘collaboratori’, contrattualizzati a progetto o addirittura retribuiti ad articolo.
Ad ingarbugliare la questione si segnala l’attuale condizione vissuta dal ‘Corriere’, dallo scorso gennaio in stato di crisi: dunque, a norma di legge, non potrebbe assumere alcun dipendente, salvo sostituire in via temporanea giornalisti momentaneamente assenti (per maternità o malattia, per esempio) o dimostrare che la professionalità del giornalista da assumere non è in alcun modo già presente nella redazione ed è fondamentale per il rilancio della testata.
Passando dalla Rete al “reale”, il ventaglio dei commenti sulla vicenda è ampio e dovrebbe far riflettere sullo stato di una categoria in drammatica crisi, anche sul versante della credibilità. Se l’Ordine nazionale dei giornalisti, per bocca del presidente Enzo Iacopino,  ha definito la denuncia di Paola Caruso “solo la punta dell’iceberg in un mondo fatto di quotidiani tagli economici e di piccoli e grandi soprusi che colpiscono i collaboratori di giornali e agenzie, di radio e televisioni, di testate on line”, e auspica che venga finalmente “alla luce una situazione che ormai non può più essere tollerata, quella di colleghi professionisti e pubblicisti con anni e anni di esperienza, che restano ‘invisibili’ per comitati di redazione, capi servizio e direttori”, al contrario appare addirittura sprezzante la presa di posizione del Comitato di redazione (il sindacato interno) del ‘Corriere’:  “Abbiamo appreso da fonti esterne al giornale – si legge in una nota – che non abbiamo avuto modo di verificare, che Paola Caruso, collaboratrice dell’inserto ‘Corriere Economia’, ha divulgato su Facebook l’avvio di uno sciopero della fame per protesta contro l’assunzione al ‘Corriere’ di un altro collaboratore proveniente da una scuola di giornalismo. Poiché non c’è stata alcuna richiesta di ‘deroga’ dalle regole sullo Stato di crisi da parte vostra, immaginiamo che si tratti di un contratto di collaborazione, ma anche su questo sarebbe comunque necessario fare chiarezza, perché l’uso smodato di collaboratori crea illusioni nei colleghi e distorsioni nel lavoro”.
Ancora più duro il direttore del giornale interessato alla vicenda: “La collega Paola Caruso – ha scritto in una lettera Ferruccio De Bortoli – è titolare di un contratto di collaborazione che scade nel prossimo aprile. In questo periodo, perdurando lo stato di crisi, non è stata fatta alcuna assunzione e la sua protesta non ha alcun fondamento. La situazione alla quale si riferisce riguarda sempre un contratto di collaborazione accordato, alcuni giorni fa, a un giovane giornalista (che nessuno ha raccomandato) in sostituzione di un altro collaboratore passato a fondare un sito on line. Non ho mai ricevuto dalla collega la richiesta di un colloquio. Se lo farà, la riceverò volentieri, come faccio con tutti. Apprendo dalla valanga di proteste e insulti on line di essere diventato un persecutore di precari. Prego la collega Caruso di smettere lo sciopero della fame e di ritrovare serenità e misura”.
Dall’opinione di De Bortoli traspare un aplomb che contrasta fortemente con la realtà, ben oltre il caso della collega Caruso. Vien da chiedersi: è tollerabile, per un qualunque professionista, la condizione di precariato prolungata per sette anni? È possibile immaginare che la postazione riservata al ‘collaboratore’ sia realmente secondaria al punto da giustificare, al fine di ricoprirla, il ricorso a figure non inquadrate a tempo indeterminato?
Ricorrere a forme di precarietà strutturale sembra piuttosto l’escamotage più ‘naturale’, in un Paese che svilisce le professionalità in tanti settori, per risparmiare semplicemente sul costo del lavoro. Lo stesso Iacopino (vale a dire il massimo rappresentante dell’Ordine professionale) sembra confermare, quando spiega che ci troviamo di fronte ad “un far west di assunzioni ‘mascherate’ con contratti inappropriati e abusivati che non vengono mai sanati; giovani che invecchiano con una certezza: resteranno nella casta che occupa il gradino più basso della gerarchia giornalistica. Una vergogna inaccettabile sulla quale il governo che, indirettamente, dispensa provvidenze milionarie agli editori non ha il diritto di tacere. E non può tacere neanche il Parlamento che dovrebbe approvare in via d’urgenza la proposta di legge sui compensi ai giornalisti, da troppo tempo addormentata in commissione, una proposta che ebbe l’esplicita approvazione del ministro Giorgia Meloni, a nome dell’esecutivo”.
Ci sarebbe, insomma, di che riflettere.