di Carlo Antonicelli

Dov’è il general intellect, il lavoratore della conoscenza, quando si tratta di generare il conflitto che dovrebbe fornire la benzina alla trasformazione del nostro paese?
Proviamo a misurare il polso dell’antagonismo sociale in Italia: a stretto giro devo notare che abbiamo dovuto aspettare il “vecchio” sindacato degli operai per veder comunicare ed aggregarsi masse critiche di soggettività antitetiche allo status quo dominante. E quale lezione dovremmo trarre dalle rivolte degli immigrati a Brescia o a Rosarno o in giro per i CIE? Solo questi schiavi disperati, strappati al cuore e al terrore della loro terra, gettati nello sprofondo dell’abominio, possono opporre un netto rifiuto contro lo sfruttamento alienante del mondo della forza-lavoro capitalistica?
E noi dove siamo?
La “mutazione antropologica italiana” che cassandrava Pasolini ha raggiunto profondità virali inaspettate nella mia generazione (20-35) che non si limitano solo al lato più esposto e visibile delle figure televisive, a cui tutti indirizziamo gli strali della nostra indignazione frustrata.
Il panorama è vasto e anche molto ben conosciuto, ma voglio portare un esempio pratico che a mio parere rappresenta un diffuso modello antropologico di lavoratore della conoscenza.
Giovane ragazzo, laureato in scienze umane, colto e intelligente (scrive e pubblica anche poesie) che lavora in una importante multinazionale televisiva americana – lo chiameremo con un nome di fantasia: Stefano. Assunto con stage dopo una selezione durissima per fare lo stesso identico lavoro che fanno i suoi colleghi ma con un terzo del loro stipendio. Nessun contributo previdenziale, nessun diritto alla malattia, né vacanze pagate. La condizione di lavoro di Stefano è di evidente illegalità visto che il suo contratto di Stage è meramente formativo, quando invece egli è sottoposto alla disciplina lavorativa come e peggio dei suoi colleghi (c’è una diffusa pratica di nonnismo in azienda per cui coloro che sono più protetti lavorano di media meno dei nuovi assunti, che sono invece “costretti” a fare il proprio lavoro in maniera più intensiva dei loro colleghi più anziani). Il lavoro si svolge davanti al pc per 8-9 ore al giorno, molto spesso Stefano deve saltare la pausa pranzo; un lavoro ripetitivo, meccanico, a suo dire, in cui non c’è nessuno spazio per la creatività personale. Ma non finisce qui: nonostante la palese violazione di tutte le leggi in merito al diritto al lavoro, lo sfruttamento estensivo a cui Stefano viene sottoposto per una paga da fame (circa 600 euro più buoni pasto) gli chiedono di trattenersi più di quanto non già faccia perché – dicono – deve dimostrare di essere meritevole del rispetto dell’azienda: lo “spirito” dell’impresa richiede una prestazione ad altissimo livello. Ovvero – dicono –  la lavoratrice che l’aveva preceduto nel suo stesso lavoro si tratteneva sino alle 20.30 iniziando a lavorare alle 10 di mattina – dicono. Il fatto spaventoso è che nonostante faticasse 10-11 ore al giorno, la persona che lo aveva preceduto è stata mandata via alla fine del suo stage, e la stessa cosa succederà – glielo hanno già annunciato – a Stefano. A quale prezzo allora si può accettare che la vita ci venga rubata in modo così violento? Per il “curriculum” – dice Stefano –  aspettando di passare dalla parte dei garantiti, nell’attesa del “colpo di fortuna”, dell’incontro con la “persona giusta”, perché “bisogna fare esperienza”.

Ho portato un esempio a me vicino non per stigmatizzare un caso specifico, ma solo come specimen di un paradigma pervasivo ed imperativo che modella le menti collettive in maniera quasi totalizzante.

Non so se un tempo la riflessione su una condizione di vita del genere (ipersfruttamento, alienazione, comportamenti lesivi della propria dignità, un basso salario – che tra l’altro deve essere destinato per 2/3 a pagare l’affitto della propria stanza, 400e su 600) potesse portare ad una immediata rivolta. Mio padre mi raccontava che lui dormiva in stazione quando era stato costretto ad emigrare per lavorare alla Fiat di Torino, ma poi venne il ’69 e tutto cambiò.
Dovremmo ipotizzare che il giogo a cui è sottoposto il giovane lavoratore della conoscenza non è tanto pesante come quello di un operaio negli anni ’60 o di un immigrato che raccoglie arance per 12 ore al giorno? C’è una forma di sfruttamento essenzialmente differente tra le generazioni di lavoratori tale che non si danno per noi le condizioni oggettive di un rifiuto?

Oggi le condizioni di vita materialmente alienanti non generano rivolta, ma assuefazione, rassegnazione, fatalismo e attaccamento al proprio sintomo. Come dice Stefano: meno male che ci sono queste forme di contratto approssimative (stage, co.co.pro ecc) altrimenti non ci sarebbe lavoro per nessuno.
Mi pare che ci manchi un linguaggio per reagire a tutto questo, per essere la trasformazione oltre la petulante lagna della frustrazione; non abbiamo da dire niente di essenziale contro questa realtà. Navighiamo nell’incapacità di immaginare un futuro più umano, quindi non troviamo gli strumenti per agire contro il presente.
D’altra parte la politica ha mandato in contumacia la giustizia. Possiamo parlare dei mafiosi o dei processi di Berlusconi, ma guai a mettere in evidenza che lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è lungi dall’essersi estinto. Chiedersi cosa sia la giustizia oggi sembra una questione a metà tra il filosofico e il paranoico, come ben mostra Di Pietro. L’analisi del sociale si è ridotto alla passerella di straordinari one’s self made man laddove non si tenda alla psicologizzazione dei processi storici e materiali.
Aver lasciato che l’economia penetrasse interamente la politica ha avverato la triste profezia della società dello spettacolo e ci ha lasciati senza un linguaggio che possa incidere il reale se non sotto la forma dello spettacolo stesso.