di Flavio Pintarelli*

Tra le opportunità lavorative che vengono prospettate dalle brochure illustrative dei corsi di laurea in Beni Culturali, Storico Artistici, o dello Spettacolo, vi sono, molto spesso nelle prime righe della sezione corrispondente, quelle relative al settore pubblico della cultura: musei, archivi, cineteche, audioteche ed altri luoghi similmente affascinanti per un giovane studente che vuole dedicare i suoi anni di formazione universitaria a questa particolare area degli studi umanistici.
L’aggettivo “pubblico” possiede nel nostro paese un’aura del tutto particolare, tanto in negativo – laddove evoca sprechi, disservizi, corruzione – tanto in positivo – laddove evoca, invece, stabilità, garanzie, protezione.
Ciò che il marketing universitario non racconta, o meglio, tace sono i profondi cambiamenti che hanno interessato il settore pubblico della cultura nel corso degli ultimi 25 anni. Cambiamenti che si inseriscono, non potrebbe essere altrimenti, nelle correnti che hanno trasformato la fisionomia sociale ed economica delle nostre società nel medesimo lasso di tempo.
Il progressivo ritiro dello Stato dal settore dei servizi attraverso la privatizzazione di questi ultimi è stata una delle dinamiche al centro dell’affermazione del neocapitalismo. In questo panorama, dominato dall’ansia di produttività e di riduzione dei costi, si è delineata un’idea di Cultura del tutto peculiare: quella che la identifica con l’Evento. Declinata in questi termini l’esperienza culturale si appiattisce sul presente, sull’hic et nunc della partecipazione agli “appuntamenti imperdibili”. L’appeal nei confronti del pubblico, la capacità di attrarre audience, la vendibilità del prodotto culturale sono diventate le caratteristiche, del tutto fini a se stesse, su cui sempre più spesso si concepiscono l’offerta e le attività culturali. Il tutto accade a scapito della ricerca, dell’approfondimento e del contatto con le realtà e le identità locali. Dicendo questo non si ha in mente un’idea di Cultura autoreferenziale, per soli addetti ai lavori, ma piuttosto si vuole concepire l’attività culturale come un preciso momento della costruzione di quel sentimento comunitario che sta alla base di una società sana.
L’affermarsi di tali paradigmi ha conseguentemente determinato numerosi cambiamenti anche nella fisionomia e nelle tipologie dei lavori propri del settore culturale dell’amministrazione pubblica, cambiamenti che ne hanno interessato l’intera struttura. Una trasformazione profonda e determinante è avvenuta in relazione ai ruoli dirigenziali, dove a figure di specialisti della materia (storici dell’arte, del cinema, della musica, del teatro, ecc.) si sono sostituite figure manageriali di vario ordine e grado. Si è insomma assistito alla progressiva burocratizzazione del lavoro culturale, funzione che ha sostituito la ricerca, lo studio e l’elaborazione di concetti.
Tale trasformazione non ha fatto che replicarsi ai livelli più bassi della catena di comando ed unita al progressivo taglio dei finanziamenti al settore culturale ha determinato un paesaggio potenzialmente desolante. Di fatto il blocco delle assunzioni ha determinato condizioni di precarietà per un’ampia fascia di lavoratori: non soltanto per quelli più giovani che dalla precarietà potrebbero trarre, eventualmente, anche qualche piccolo vantaggio (possibilità di entrare gradualmente nel mondo del lavoro conciliando con questo lo studio), ma anche per quei lavoratori ormai già avviati verso una carriera stabile nell’ambito specifico.
La tipologia contrattuale più diffusa nel settore è, infatti, quella dell’incarico esecutivo, assimilabile per caratteristiche ad una prestazione cognitiva a cottimo. Ne consegue che il lavoro intellettuale viene dunque concepito come prestazione di manovalanza, cancellando il carattere potenzialmente formativo che dovrebbe essere proprio di un’attività lavorativa di questo genere. Inoltre la precarizzazione selvaggia delle tipologie di lavoro nel settore pubblico della cultura favorisce l’insorgere di logiche di carattere “baronale” o “feudale” (con conseguente sclerotizzazione del dibattito e delle dinamiche di scambio intellettuale interno), in quanto l’assegnazione degli incarichi compete esclusivamente al dirigente e non vi è possibilità alcuna di controllo da parte di terzi. Insomma, come si è già evidenziato in precedenza, a venire sacrificate in questa dinamica sono, da una parte, la ricerca (che dovrebbe essere il fulcro dell’attività culturale intesa come esperienza formativa ed arricchimento dell’identità comunitaria) e, dall’altra, la meritocrazia (concetto bipartisan con cui risulta molto più facile riempirsi la bocca, piuttosto che coglierne a pieno le implicazioni).

* Laureato presso l’Università di Siena nel 2010. È stato collaboratore dei Musei Provinciali di Gorizia, su incarico dei quali ha realizzato le schede per il catalogo della mostra L’atelier degli Oscar. Molte delle riflessioni presenti nell’articolo nascono in seguito a questa esperienza e ad altre esperienze di colleghi e amici che lavorano nel settore pubblico della cultura. Ambisce ad entrare nel mondo della ricerca. Si occupa di teoria dell’immagine e di cultura visuale.