di Paolo Repetto

Come ingentilire il dramma delle morti sul lavoro (quasi quattro al giorno nel Belpaese, restando ai casi denunciati all’Inail)? Innanzitutto battezzandole nel modo più incolore: ‘omicidi bianchi’.

Eppure la questione è nerissima. In Italia può accadere (è successo recentissimamente) che un lavoratore sia risultato assunto da un’impresa sei ore dopo la sua morte: è successo a Renato Uccella, operaio 58enne di Capodrise, in Campania, deceduto nella zona industriale di Marcianise alle ore 12.40 e di cui la procura di Santa Maria Capua Vetere ha acquisito la registrazione dell‘entrata in organico a tempo indeterminato alle ore 18.

Una ghiotta informazione per la stampa nostrana: ha trovato finalmente una notizia accattivante da dare in pasto al lettore su uno di quei fatti tragici che, di norma, finiscono tra le brevi di “nera”. Ed ennesimo grattacapo per la macchina della giustizia postuma (a beneficio dei familiari del povero lavoratore) che ha notoriamente i suoi tempi biblici.

Domani, però, è un sempre altro giorno, con buona pace di chi invoca un confronto serio su precarietà e insicurezza. Al teleradioascoltatore continueranno infatti ad essere riservati ben altri messaggi: quelli rassicuranti di cui sopra, quelli di chi racconta che le morti sul lavoro sono ‘bianche’ e che quindi la colpa dei decessi è sempre e inevitabilmente di tutti e di nessuno.

Non è un caso che le aspre polemiche in seguito alla campagna pubblicitaria del ministero del Lavoro a proposito degli infortuni nelle fabbriche e nei cantieri siano rimaste confinate in circuiti assai ristretti. Quanti cittadini sono stati messi nelle condizioni di apprendere che la Fillea-Cgil, categoria degli edili, ha avviato una difficile ‘contro-campagna’ da contrapporre ai messaggi diffusi da palazzo Chigi?

L’approccio del governo per arginare il tragico fenomeno, hanno spiegato alla Fillea, sarebbe infatti “del tutto sbagliato”, proprio a cominciare dagli spot con lo slogan ‘Sicurezza sul lavoro: la pretende chi si vuole bene”. Davvero la si pretende, la sicurezza? “Magari”, è la risposta dei manifesti Fillea, perché “la realtà è tutta un’altra cosa”.

“Quella campagna – ha esplicitato nei giorni scorsi Walter Schiavella, segretario generale degli edili Cgil – non è frutto del caso, ma di un’impostazione sbagliata che il governo pratica con coerenza: il messaggio lanciato negli spot ai lavoratori tende a scaricare l’onere e la responsabilità della sicurezza dallo Stato ai soggetti sociali e dalle imprese ai lavoratori”.

Che l’andazzo sia questo lo si evince, secondo il sindacato, dagli indirizzi scelti dal governo per affrontare il dramma degli omicidi sul lavoro: dall’alleggerimento delle sanzioni per chi viola le norme in materia di salute e sicurezza alle nuove indicazioni date ai servizi ispettivi, fino al tentativo di caricare di compiti impropri in materia di certificazione gli organismi bilaterali e al dimagrimento degli organici preposti ai controlli. E non va dimenticato che uno dei primi provvedimenti legislativi decisi dal governo Berlusconi, nel 2008, ha riguardato proprio la parziale riscrittura del ‘Testo unico sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro’ varato un anno prima dall’esecutivo di centrosinistra.

Alla Fillea si sono affiancati alcuni lavoratori sovraesposti sul tema. Come ad esempio Marco Bazzoni, operaio fiorentino e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (Rls) nella sua azienda: “Possono sembrare morti dovute alla fatalità – argomenta Bazzoni – mentre sono causate dal mancato rispetto delle regole sulla sicurezza”. Così Bazzoni ha messo in piedi, a sua volta, una campagna di denuncia in merito alle difformità della nuova legge sulla sicurezza rispetto alla normativa europea e alla stessa Costituzione repubblicana.

Nel dettaglio, Bazzoni critica ad esempio l’articolo 16, che ha messo a punto “una sorta di deresponsabilizzazione del datore di lavoro – sostiene – ed istituito un meccanismo di delega, attraverso la quale è possibile trasferire ad altri gli obblighi inerenti alla sicurezza”. E, ancora, l’articolo 26, che ha previsto la possibilità di visite mediche sia prima dell’assunzione, sia in seguito ad un’assenza prolungata. Bazzoni scorge nella normativa un intento vessatorio e discriminatorio, tanto più che la direttiva europea prevede la possibilità di controlli sanitari esclusivamente per chi è già a libro-paga e in circostanze meno sospette.

Inoltre, la legge 106 prevede una riduzione delle sanzioni e delle multe per il datore di lavoro, “le uniche – sottolinea Bazzoni – che possono produrre un reale effetto deterrente al mancato rispetto delle regole sulla sicurezza”. Non solo: le stesse multe, “dimezzate per il datore di lavoro, sono state invece aumentate per il lavoratore”.

Argomenti noiosi, che non meritano titoli a nove colonne. E nemmeno le brevi di ‘nera’. Perché la precarietà, in quanto tale, non deve essere compresa nelle sue sfaccettature più pericolose socialmente. Semmai è bene rientri dalla finestra per iniziativa (pelosa) di chi ha bisogno di instillare paure nel cittadino, per indurlo a ‘leggere’ il dramma dell’insicurezza soltanto attraverso la lente degli omicidi eclatanti, tra una Franzoni e una Scazzi. E per poi ‘costringerlo’ a commentare in modo fintamente liberatorio, sprangato in casa intorno al focolare: ‘tutto va a rotoli, signora mia…’.

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