di Alessandro Paris

I precari sono precari. Nessuno si sogna di chiamarli cittadini, intellettuali disoccupati, funzionari di stato perdenti posto. L’intellettuale è chi scrive i libri, e che può anche permettersi scrupoli di coscienza. L’insegnante precario è un precario e basta:  uno scarto, un improduttivo residuo della società tardo industriale. La condizione precaria ancora non ha trovato la qualificazione di classe, ma è fatto l’esperienza fondante della gran parte della generazione dei venti-quarantenni attuali. Per quanto attiene al mondo del cosiddetto precariato scolastico, è quasi la normalità. Un ossimoro li caratterizza: stabile precariato. Ogni autunno i telegiornali aprono una parentesi su questi uomini malrasati, su queste donne di mezza età con il viso arrabbiato, che riempiono file, attendono, in mezzo a baraonde di carta, tazebao di protesta, con bambini da allattare, famiglie al seguito, la nonna con il panino ai broccoletti, il padre pensionato della Bristol. Volti tesi, sfiancati da viaggi su treni sporchi e aria condizionata rotta – non certo l’alta velocità  della Frecciaargento- per raggiungere i provveditorati  (oggi CSA) del nord. Ma non solo del nord. Forse pochi sanno che il più grande CSA d’Italia  è quello di Roma. Da sola la provincia di Roma ha tante scuole quanto tre quattro regioni medio piccole. Poi c’è Milano, poi Palermo, Napoli. Le aule dove si fanno “le nomine” sono  bunker, non luoghi, con i muri bianchi screpolati e le finestre a bocca di lupo. I precari della scuola uno se li immagina giovani, incazzati, coesi. No: la maggior parte sono di mezza età, impauriti, angosciati, solitari. La condizione precaria è soprattutto ansia. Che ti prende d’estate, dopo l’ultimo scrutinio. Perché non sai se potrai lavorare di nuovo. Saluti i tuoi ragazzi e sei costretto a dirgli: chissà se ci rivedremo. E loro “nooooo proof, dai! Faccia qualcosa, scriva al ministro, Lei è bravo”. E tu li guardi e un po’ li compatisci, ma poi pensi che ti attenderà l’inferno estivo. L’ansia isola, la paura paralizza. Ma quando oltrepassa una certa soglia unisce. Quando la fame, la paura, la disperazione è troppa allora si esce fuori da se stessi.  E allora “i precari” si uniscono: e ci si unisce. Ora è quel tempo. Tutti, quando vengono intervistati, urlano. Tanto che il tranquillo borghese in pantofole pensa: “Che si urlano? Cosa cavolo pretendono? Ma sono questi quelli che dovrebbero insegnare? Non sanno argomentare tranquillamente?” . Già, argomentare. Quando hai rabbia è difficile argomentare . Qualche anno fa, in un forum (questo http://bru64.altervista.org/forum/), c’è chi tirò fuori un mezzo di lotta antico e potentissimo, estremo: lo sciopero della fame. Se ne parlò, ma tutto all’inizio rimase come sulla carta. Quest’anno no. Si è partiti. Si va avanti. I nomi stanno sui giornali, ma dietro di essi ce ne sono altri. Senza nome, ma con un volto. Cosa è successo? Semplice: un terzo di cattedre state tagliate, classi con un coefficiente numerico di alunni salito, si parla di aumentare le ore si servizio. Il più grande licenziamento della storia della Repubblica.
Il ministro si giustifica: “Sono solidale, dice. Ma non li incontro, sono politicizzati”. (Come se esistesse una forma non politica di lotta.) “La colpa comunque è dei governi precedenti che li hanno illusi” (il berlusconismo è stato al potere più di qualunque altro governo democratico dal dopoguerra ad oggi, qualche responsabilità ce l’avrà paure, o no?). “Per mettere in regola questi precari ci vorrebbero 5 miliardi di euro, e noi non li abbiamo”. (Invece, per Gheddafi i 5 miliardi ci sono.)
Poi c’è qualcuno che dice: “Ma che pretendete? La scuola non può essere un ammortizzatore sociale”. Già, come se gli insegnanti stessero là a non fare nulla. Così, messi per caso a sedere.  Nemmeno fossimo, con tutto il rispetto, operatori ecologici. Che ne conosco molti che lo fanno, pura avendo laurea, tre quattro abilitazioni. E’ facile essere di destra con la pancia piena. Dice: ma perché non fate come in Olanda? La scuola, ogni scuola fa un bando, si cerca un professore di Storia. Si presentano 15-20 candidati, e poi una commissione sceglie. Del processo di selezione prova fa parte anche una lezione davanti agli alunni, che poi giudicano e scelgono, insieme alla commissione. Se sei assunto guadagni 7000 euro al mese, e lavori 40 ore settimanali. Perché non si può fare? Semplice: perché non siamo l’Olanda. Qui da noi neanche per un posto in azienda si va per meritocrazia. E poi, meritocrazia. Pensate solo al Ministro della pubblica istruzione. Ha per caso una laurea in lettere? In pedagogia? Ha scritto qualcosa sulla scuola? No. Sta lì per altri meriti, chissà. La verità che è la scuola è un diritto sociale, come la sanità e il lavoro. E la scuola costa, come ogni diritto sociale. Ma costa molto di più non averla la scuola: costa perché quei paesi che non hanno un sistema scolastico adeguato sono agli ultimi posti per il PIL. E’ matematico. L’altro ministro, quello che veramente comanda dice: non ci possiamo permettere il nostro livello di debito pubblico. Qualcuno poteva rispondergli: non ci possiamo premettere tanta sottile e raffinata cultura. Tu ci costi troppo! Ma l’ironia, la sottile battuta non viene in mente a chi sta per strada incazzato, che ha due figli da mantenere e deve trovare un posto, che ha lavorato 10- 15- 20- 25(si!) anni nelle scuole, in questi casermoni cadenti e dirupati, tra alunni che certe volte ti guardano con compassione per le tue giacchette e la pelata a mezzaluna, per i tuoi goffi maglioni anni ’80, per le tue ingenue velleità di “educatore civico” per poi ritrovarsi in mezzo a una strada, o – il che è molto peggio – nelle braccia del welfare family delle famiglie dei genitori ormai ultrasessantenni. A trenta quarant’anni, nel massimo della propria forza intellettuale, ci si ritrova come residui, scarti della società liquida. Perché  precarietà e società liquida sono la stessa cosa. Coessenziali. Ma solo da una parte. E qui emerge l’idea di classe: la classe precaria. Infatti, le classi dirigenti,  industriali finanziarie o politiche, destra o sinistra poco importa,  tanto più esigono in flessibilità per gli altri, tanto meno vogliono flessibilità per loro. Sono sempre gli altri che debbono pagare. Ma guai a togliere prebende e pensioni e privilegi. Questo autunno sarà durissimo, e dalla scuola alla fabbrica, il precariato (nuova classe in lotta) alzerà la testa, e assumerà, come sempre è successo, la guida di una nuova stagione di lotte sociali. Ce n’est qu’un Début…