di Paolo Repetto

Roma, San Basilio, periferia nordest della città. Da queste parti da sempre si combatte col degrado, con l’abbandono scolastico e da decenni si affronta il controverso tema del tempo-scuola alle elementari. Fino agli anni ’80, se ne è discusso in maniera talmente seria che alcuni tra i più illuminati dirigenti scolastici dell’epoca non mostravano alcun timore a portare le loro idee e i loro progetti proprio laggiù, in una difficile borgata romana. Infatti proprio qui le maestre cresciute professionalmente a partire da quei saperi e da quella formazione applicarono i programmi innovativi del 1985. E oggi non vogliono tornare indietro: “La riforma Gelmini mette in crisi tutto ciò che abbiamo costruito”.

Già, perchè se è vero che si parte dai bambini, gli adulti di domani, il ministro (o chi la ispira) vuole che la scuola torni ad insegnare a “leggere, scrivere e fare di conto”. Alla faccia di chi aveva consentito di rivoluzionare la scuola elementare superando i metodi di insegnamento più statici.

Dunque, chi ha trascorso una vita professionale alla “Mahatma Gandhi” di San Basilio è inviperito. “Nell’epoca del maestro unico – osserva Paola Ponzo Rostan, una delle memorie storiche della scuola – il ‘tempo scuola’ era di 24 ore, non esisteva il tempo pieno. Era la scuola della prima grande riforma, nata nel 1955 e che si è protratta per trent’anni. Fino al 1985 – aggiunge – è esistita solo la cosiddetta lezione ‘frontale’ e risultava impossibile approfondire qualunque percorso”. La riforma introdusse un’idea innovativa: “Iniziammo a partire dal bambino e dalle sue ipotesi che venivano verificate e integrate con le successive conoscenze”.

Iniziò in quella fase il superamento del maestro unico. “A San Basilio e in tutti i quartieri più a rischio – ricorda Paola – la riforma aveva trovato piena applicazione nello sviluppo del tempo pieno. Di fatto ogni classe disponeva di due maestri, che si alternavano uno per le ore della mattina e l’altro per le ore pomeridiane. Ma la novità era rappresentata dalla programmazione comune, che veniva impostata ogni sabato per ben quattro ore dagli insegnanti riuniti. Il tempo pieno, dunque, non veniva concepito come una asettica somma di materie, bensì come un unico prodotto, frutto dell’impegno comune di più insegnanti”.

“Abbiamo lavorato molto – racconta Antonietta Menghi, per 33 anni maestra alla ‘Gandhi’, in pensione da due anni – per conoscere la storia di Roma, analizzando la città nelle sue funzioni e trasformazioni nel tempo e nello spazio, allargando man mano l’esperienza storica e geografica dei bambini”. Le maestre organizzarono sette uscite in compresenza soltanto per compiere un percorso a tappe lungo la strada che separa il quartiere di San Basilio da Porta Pia. “Quei nove chilometri – sottolinea ancora Paola – erano rappresentati in classe dai nove metri di uno striscione realizzato dai bambini che ripercorreva idealmente le tappe del tragitto. Gli alunni erano divisi in gruppi: c’era chi osservava le case, chi le strade, chi gli spazi verdi, chi i servizi pubblici. Su quello striscione i bambini segnavano ogni osservazione, attaccavano foto e venivano via via costruendosi un’idea di città”.

E i genitori? Come vissero la “rivoluzione”? “All’inizio – continua la maestra Ponzo – qualcuno ebbe l’impressione che perdessimo le mattinate in giro con i loro figli. Poi riunimmo i genitori spiegando i nostri obiettivi. Alla fine si appassionarono”. Paola apre un quadernone e mostra due disegni di città, realizzati dallo stesso alunno a distanza di mesi: nel primo appare un quartiere-città schematizzato in modo sommario, nel secondo compare la città col suo fiume che la attraversa, l’Isola Tiberina, palazzi, spazi verdi e i simboli della vita urbana. L’alunno era stato messo in condizione di passare dalla ricerca su spazi e tempi individuali vissuti nel quartiere alla conquista oggettiva della città.

Tanto merito dell’applicazione della riforma va ai direttori didattici più illuminati: “Quando arrivai nel 1975 – continua Antonietta – era direttore Vittorino Soriani, soprannominato ‘l’apostolo’. Aveva come obiettivo quello di provvedere alle prime necessità degli allievi di una scuola di periferia. Creò la mensa, fornì le scarpe, perché sosteneva che se si ha fame non si può progredire. Lavorò molto per l’integrazione dei portatori di handicap e dei nomadi considerando la diversità come condizione normale del soggetto che apprende e una ricchezza per la comunità”.

“Alla Lega che propone di mettere in ‘quarantena’ i figli di immigrati perché imparino la lingua in classi separate e non rallentino l’apprendimento dei bambini ‘normali’ – si infervora Clelia Forgnone, la terza insegnante della nostra tavola rotonda – vorrei ricordare che trent’anni fa i peggiori conservatori applicavano lo stesso discorso ai bimbi portatori di handicap: dovevano rimanere nelle scuole speciali per non frenare il resto della classe. Si rivelò una stupidaggine solenne – aggiunge Clelia – perché per i bambini più fortunati è salutare confrontarsi con quelli più disagiati: imparano a fare i conti con le differenze”.

Già il direttore Soriani, ricorda ancora Antonietta, era partito dal presupposto che la nuova ‘scuola’ aveva bisogno di ‘risorse umane’, come si direbbe oggi: “Perciò – aggiunge – chiedeva insegnanti, insegnanti, ancora insegnanti. Diceva che più maestri concorrono a raggiungere un obiettivo, più ne beneficerà la didattica”. Il ‘tempo pieno’ permetteva così di superare il concetto di ‘scuola’ (dove “si va per imparare”) contrapposto a ‘doposcuola’ (dove si viene parcheggiati). Quando arrivò alla ‘Gandhi’, come direttore, Alberto Alberti, uno dei padri della riforma del 1985, la strada era tracciata. Partecipava alle famose riunioni del sabato: forniva materiali, indicazioni, suggerimenti. “Noi maestre – ricorda Paola Ponzo – costruivamo le conoscenze insieme ai bambini, e venivamo arricchite da ciò che gli stessi ci ‘restituivano’ in termini di saperi”.

Con Alberti vennero introdotte le schede di valutazione al posto delle pagelle. “Dovevamo rispondere a moltissime domande prima di formulare un giudizio – spiega Antonietta Menghi – e alla fine non avevamo in mano solo gli strumenti per valutare gli allievi; in quel modo valutavamo anche noi stesse, con i progressi e le lacune da colmare. Ogni scheda richiedeva almeno un’ora di tempo, ma ti permetteva di elaborare il profilo didattico di ogni bambino, di capirne le esigenze e di pianificarne il percorso pedagogico. In seguito è arrivato il direttore Agnesi, infine il dirigente scolastico Mirabelli, che hanno continuato a lavorare su quella scia”.

Può piacere questa scuola al capo del governo-azienda? “Se penso che vent’anni fa – afferma Clelia – nascevano i Comitati di base, attivissimi nella no
stra scuola di borgata, se penso al rapporto tra scuola e territorio e se paragono tutto ciò che abbiamo vissuto all’individualismo imperante, il decreto ‘Gelmini’ rappresenta un grave passo indietro sia sul piano pedagogico che psicologico. La scuola elementare, nonostante gli attacchi subiti nell’ultimo decennio – conclude – rappresentava un baluardo. Ora non lo è più”.

Di certo, però, “una scuola primaria ridotta a quattro ore al giorno – conclude Paola Ponzo – mette in crisi tutto ciò che abbiamo costruito: perché non ci sarà più il ‘tempo’ di ascoltare i bambini, di rispettare i loro ‘tempi’ di apprendimento, di permettere a tutti di raggiungere la ‘conoscenza’”.