di Luca Giudici

Su Alfabeta 2, n. 2, il professor Carlo Formenti, pubblica un articolo dal titolo: “Lavorare senza saperlo: il capolavoro del capitale”.

Parte da lontano Formenti in questo articolo. Addirittura dalla nascita di “Quaderni Rossi” (1961). Viene subito da chiedersi come può un’interpretazione – per quanto ardita  – dimostrarsi ancora attuale, tenendo conto della totale e indiscutibile mutazione e innovazione che ha subito il mondo del lavoro da allora ad oggi?

Formenti non ci lascia attendere, e dopo poche righe risponde all’inevitabile quesito, ridefinendo, in contestuale, la sua radicale critica all’operaismo di “Quaderni Rossi”. Dice, infatti: l’operaismo si è costantemente rifiutato di prendere atto dell’alternanza fra fasi storiche – a fasi di autonomizzazione del lavoro succedono fasi di crisi e ristrutturazione capitalistica, nel corso delle quali nascono nuove modalità di subordinazione del lavoro – ostinandosi a descrivere l’evoluzione della realtà sociale come un movimento «ascensionale», in cui l’iniziativa strategica è costantemente dalla parte del lavoro, mentre il capitale appare costretto a rincorrerne le mosse attraverso risposte tattiche.
Tradotto significa – nella sostanza – che il capitale non solo non ha bisogno di rincorrere i tentativi di emancipazione della forza lavoro, ma addirittura è in grado di anticiparli e di ristrutturarsi di conseguenza, creando nel tempo modalità assolutamente nuove di subordinazione del lavoro.
In queste poche righe, e con una linearità esemplare, Formenti ha descritto il processo che, all’interno della dialettica capitale – lavoro, ha portato alla nascita ed allo sviluppo dell’odierno precariato.
Formenti riconduce il processo alla nascita delle cosiddette dot-com, ovvero alle origini della net economy. Secondo la sua analisi, negli anni novanta si riproduce lo stesso meccanismo che ha portato alla sconfitta dell’operaismo (e – in senso lato – della lotta operaia) avvenuta alla fine degli anni ’70, con il superamento del concetto di operaio – massa, e l’inizio della diffusione nel mondo del lavoro di un individualismo esasperato che dura ancor oggi.  Eppure, pur riconoscendo quindi un analogo meccanismo di ascesa – crisi – superamento, si evidenzia immediatamente una differenza cruciale tra le due epoche. Questa discrepanza è così importante da generare un nuovo interprete nella dialettica capitale lavoro: ovvero i knowledge workers, che oggi – con i dovuti distinguo – chiamiamo cognitariato, o precariato intellettuale. Costoro – secondo Formenti – avrebbero nella prima fase espansiva della net economy, creato praticamente gratis una rete di conoscenze che è poi diventata la base della net economy stessa fino alla crisi del 2000-2001, che ne ha causato il crollo. Difatti, dice Formenti, i kowledge workers si sono formati in totale autonomia dal mercato, attraverso forme di cooperazione sociale spontanea e gratuita di cui la comunità degli sviluppatori del software open sourcecostituisce un esempio paradigmatico”.
Ora, questo è un passaggio strutturale del ragionamento di Formenti che merita di essere approfondito, poiché, se è assolutamente vero ciò che lui dice in linea concettuale, questo processo si può applicare solo ad un’élite di poche decine (centinaia) di tecnici di alto livello, che in nessun modo possono essere considerati rappresentativi di chi ha comunque lavorato nel settore informatico cibernetico senza essere un progettista ai massimi livelli. Nei vent’anni seguenti la forza contrattuale di questi lavoratori è stata completamente livellata, anche attraverso i meccanismi dell’indebitamento continuo sulla base di ipotetici guadagni futuri che non sarebbero mai giunti.
Formenti compie un passaggio tutt’altro che scontato nell’analisi economica diffusa, quando individua un legame forte tra la crisi di inizio secolo nella net economy e l’attuale crisi innescata dai subprime. A suo giudizio è stata proprio la necessità di trasformare gli alti redditi – che ormai nessuna ditta poteva più permettersi – in altra forma di reddito, ovvero in finanziamenti a pioggia sul debito privato, che ha provocato, nel medio termine la crisi di un modello di relazioni industriali.
Oggi negli States esistono circa 12 milioni di lavoratori che noi chiameremo “a progetto”, ovvero precari, solo nel settore del Web 2.0, sottoposti a ritmi di lavoro durissimi (i datori di lavoro utilizzano software di monitoraggio che scattano periodiche «istantanee» del desktop, misurano il tempo di utilizzo di mouse e tastiere e costringono il lavoratore a tenere dei «diari» sul progredire del lavoro), sottopagati (il datore di lavoro può rifiutarsi di pagare se ritiene che gli obiettivi non siano stati raggiunti) e privati di qualsiasi tipo di tutela giuridica e sindacale”.
Ma che cosa comporta questa condizione che fa perno sul web 2.0? In che misura blog, social-network, e le varie piattaforme entrano nella catena di produzione? Si può parlare ancora di lavoro? Tutti noi che spendiamo (dedichiamo) tempo ed energie alla/nella rete, in che misura lavoriamo? E quindi, come si traduce il rapporto capitale lavoro?
Sappiamo bene, per esperienza diretta, quanto il lavoro intellettuale assolutamente gratuito sia diffuso in rete e questo aspetto dell’analisi, che Formenti accenna solo, va ben al di là dei lavoratori effettivamente impiegati nel settore informatico.

Il passaggio è cruciale, poiché si trascende la forma lavoro classica (dove per forma lavoro si intende l’espressione specifica e storicamente determinata assunta dai rapporti di produzione),  per scoprire che – sulla scia di Baudrillard e – in parte – dei Situazionisti – è la vita intera che diventa produzione, che è prodotta (in quanto bene) e produce beni, anche immateriali, come nel caso della conoscenza.

A partire dalla fine della distinzione tra tempo di lavoro e tempo libero, con la scomparsa del secondo, oggi ci accorgiamo che il lavoro in rete, il tentativo di un’autorealizzazione in uno schema radicalmente diverso dal capitalismo anche solo di vent’anni fa, rischia di venire fagocitato da un meccanismo palese: se si è capaci di fermare l’estrazione di valore che il capitalismo cognitivo compie, allora la rete può ancora avere un peso nella ricostruzione di un mondo del lavoro liberato, altrimenti si ricade inevitabilmente nell’apparato coercitivo e microfisico di Foucault.

Fortunatamente la rete oggi è ancora talmente fluida che gli spazi per creare dissenso e contropotere sono ampi, ma non bisogna lasciarsi incantare dalle tesi di autori come Yochai Benkler, Kevin Kelly, Jeremy Rifkin, Clay Shirky e altri che vanno blaterando di terza via, postcapitalismo, economia del dono, socialismo digitale eccetera”. È vero, come viene sostenuto da questi autori, che oggi (ed in futuro sempre più) è la rete a produrre valore, e che il costo dei mezzi di produzione è nullo, dato che noi lavoriamo gratis, per far crescere e sviluppare la rete stessa, ma questo – vorrei dire purtroppo – non significa certo quel superamento del lavoro in quanto tale esplicitamente previsto ad esempio da Kevin Kelly.

Stiamo assistendo proprio a una fase di riappropriazione, “la fase storica che stiamo vivendo, al pari di tutte le fasi di crisi e ristrutturazione capitalistica, non è affatto caratterizzata da un accresciuta autonomia del lavoro, bensì da una potente controffensiva capitalistica che, per la prima volta, non si limita a ridimensionare i rapporti di forza del lavoro, ma tenta addirittura di farlo sparire, nella misura in cui riesce a far credere che una serie di attività vitali si stiano «liberando» dal mercato proprio quando quest’ultimo si prepara a colonizzarle– conclude Formenti, con molta franchezza.
La rete in realtà è ancora uno strumento talmente flessibile ed imprevedibile da poter evitare categorie così rigide e precise, come quelle viste finora. Esiste – per citare un altro testo dello stesso Formenti – ancora un “incanto” della rete, dove questa non si produce, ma si inventa, e dove il caso (caos) gioca ancora una sua componente decisiva.

Per quel che riguarda il rapporto capitale – lavoro nel precariato cognitivo, l’analisi di Formenti è molto precisa, e non vede vie di uscita, nemmeno nel mondo Commons.