di Serena Adesso

Il saggio di Luciano Gallino, edito tre anni fa, è ancora attualissimo e, in maniera chiara, riesce a tratteggiare l’iter che ha portato il lavoro ad essere sempre più precario e “flessibile”, come molti amano chiamarlo.
Il titolo del libro “Il lavoro non è una merce” riproduce alla lettera uno dei passaggi salienti della “Dichiarazione di Filadelfia” del 1944 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), un ente collegato alle Nazioni Unite, che più volte nel corso degli ultimi sessant’anni ha rimarcato come il progressivo deteriorarsi dei rapporti di forza a scapito dei lavoratori nell’eterna dialettica fra capitale e lavoro non producesse nulla di buono in termini di giustizia sociale o, più semplicemente, di potere d’acquisto dei lavoratori stessi. Si tratta di fenomeni, ci ricorda l’autore, che durano da quasi quarant’anni, a partire dallo choc petrolifero del 1973, che ha mostrato la fragilità delle basi del sistema capitalistico occidentale e ha convinto imprenditori, economisti e politici della necessità di ristrutturare il sistema riportando i piatti della bilancia più dalla parte del capitale. In effetti, una delle conseguenze sgradevoli dell’attuale crisi economica e sociale è l’assistere alle palinodie, ai mea culpa tardivi di quanti nel corso degli anni hanno sostenuto le verità ufficiali, conformandosi da destra e da sinistra ai dettami della moda, e che adesso all’improvviso scoprono che la lotta di classe non è affatto morta, ma anzi va avanti, solo che le classi più deboli hanno incassato da anni diverse sconfitte e, quel che è peggio, hanno perso gli strumenti per tentare il riscatto.
“Deregolare significa far girare all’indietro l’orologio della storia del lavoro, in modo da ritornare ai tempi in cui questo veniva venduto dall’individuo all’impresa come una qualsiasi altra merce, con i soli obblighi per i contraenti che derivano da un contratto commerciale: la merce che va dall’individuo all’impresa deve essere della quantità e natura pattuita ed essere fornita nei tempi prestabiliti. L’analogo vale per il denaro che va dall’impresa all’individuo a titolo di retribu­zione” (pag. 58)
A partire dagli anni Settanta in America è stato formulato il principio del “giusto in tempo” – applicato con solerzia in Giappone, nell’industria dell’auto da cui il termine “toyotismo” – che stabilisce che tutto deve arrivare o succedere nel preciso momento in cui potrà venire utilizzato. Ovunque il principio è stato applicato: nessun genere di impresa produce più di quello che è richiesto e si cerca di avere i lavoratori nel momento esatto in cui siano utili alla produzione.
Come Gallino dimostra la flessibilità non ha portato benefici. Se vi sono dei vantaggi, si trovano esclusivamente dalla parte delle imprese, anche perché la flessibilità del lavoro si accompagna essenzialmente alla liquidazione dei sistemi di protezione sociale che erano collegati alle forme tradizionali dell’attività lavorativa. Al fondo erano anch’essi il prodotto dell’azione congiunta delle lotte operaie condotte dai sindacati, delle forze politiche progressiste e del realismo di imprenditori che si rendevano conto della necessità di una sia pur minima forma di redistribuzione della ricchezza. Ora, che quel sistema fosse in crisi era abbastanza evidente: che la risposta consistesse unicamente nella sua liquidazione è perlomeno dubbio. Il fatto è che nella logica della globalizzazione tutto si tiene, e la destrutturazione del rapporto di lavoro tradizionale si accompagna necessariamente alla involuzione del diritto del lavoro e al sensibile mutamento dei rapporti di forza nella dialettica sociale.
La prima tappa in direzione della rimercificazione del lavoro non è stata una legge. Si tratta del protocollo d’intesa tra governo, sindacati e organizzazioni dei datori di lavoro sottoscritto dalle parti il 23 luglio 1993, che merita di essere qui richiamato perché ha aperto la porta, e indicato la strada, alle successive leggi e decreti indirizzati ad accrescere la flessibilità dei rapporti di lavoro. Il protocollo, alla sezione Politiche del lavoro, impegnava il governo a predisporre “un organico disegno di legge per modificare il quadro normativo in materia di gestione del mercato del lavoro, al fine di […] va­lorizzare le opportunità occupazionali che il mercato del lavoro può offrire se dotato d’una più ricca strumentazione che lo avvicini agli assetti in atto negli altri paesi europei”. La sottosezione dedicata al­la Riattivazione del mercato del lavoro prevedeva che le parti sociali avrebbero potuto “contrattare ap­positi pacchetti di misure di politica attiva, di flessibilità e di formazione professionale” (comma a). As­sicurava che si sarebbe proceduto “ad una modernizzazione della normativa vigente in materia di regi­mi di orario” (comma c). Sosteneva che “per rendere più efficiente il mercato del lavoro va disciplinato anche nel nostro Paese il lavoro interinale” (comma d). Stabiliva che “forme particolari di tempo deter­minato […] possono essere previste in funzione della promozione della ricollocazione e riqualificazione dei lavoratori in mobilità” (comma e).
Pochi mesi dopo, l’idea alla base del protocollo che mediante le misure in tema di flessibilità del lavoro da esso previste si possa produrre occupazione sarebbe stata definita “palesemente obsoleta” in un arti­colo di Massimo D’Antona […]. Di fatto l’apertura conces­sa ai pacchetti di flessibilità, al lavoro interinale (ovvero in affitto), alla modulazione degli orari al fine di modernizzarli, recava con sé nello sfondo, quali che fossero le intenzioni e il grado di consapevolezza dei contraenti, sindacati inclusi, la concezione che il lavoro è un oggetto diverso e indipendente dalla persona del lavoratore. In quanto tale, è passibile di cessioni e vendite che lo separano senza alcuna dif­ficoltà dal suo proprietario, al pari d’un qualsiasi altro oggetto commerciabile.
La seconda tappa in direzione d’una rimercificazione del lavoro è stata la legge 24 giugno 1997, n. 196, che avrebbe dato piena attuazione alle indicazioni del protocollo del 1993. Detta anche “pacchetto Treu” perché comprendeva provvedimenti di vario genere in ordine al mercato del lavoro, era intitolata “Norme in materia di promozione dell’occupazione”; titolo da annotare, poiché da esso traspariva di nuovo la convinzione del legislatore che una maggior flessibilità dei contratti di lavoro favorisca l’aumento del numero degli occupati. La maggior novità della legge 196 è stata l’istituzione del contratto di fornitura di prestazioni di lavoro temporaneo (art. 1)― leggasi lavoro interinale, cioè in affitto. In forza di tale ar­ticolo, che ha inferto un primo grave vulnus alla legge 23 ottobre 1960, n. 1369, vietante l’intermedia­zione, cioè l’interposizione di terzi, nel rapporto tra il lavoratore e l’impresa, i lavoratori, come si è appe­na notato, vengono assunti da un’impresa, denominata “fornitrice”, però lavorano presso un’altra, detta “utilizzatrice”.
(cfr. pp. 63-65)
Un salto netto verso la moltiplicazione dei lavori flessibili si è verificato con il decreto legislativo 6 set­tembre 2001 n. 368, che muovendo da una direttiva europea ha di fatto liberalizzato i contratti di lavoro a termine. Pilastro di questo decreto è l’art. 1, che stabilisce: “Èconsentita l’apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, orga­nizzativo o sostitutivo”. Qualunque imprenditore o dirigente d’azienda che non sia del tutto incapace è in grado, in qualunque circostanza, e quale che sia la situazione dell’impresa, di esibire una miriade di ragioni di tal genere. Ma l’aspetto peggiore non è qui il contratto che si stipula con una data di scadenza predefìnita; è piuttosto la ripetibilità senza fine, a carico della stessa persona, dei contratti a termine, a condizione che il datore di lavoro badi, come prevede il decreto, a far trascorrere almeno venti giorni tra la fine del precedente e la stipula del susseguente. Con il contributo di tale decreto, i dipendenti assunti con un contratto a termine sono saliti in un decennio di circa 600.000 unità, da 1,5 milioni nel 1996 a 2,1 milioni a inizio 2007. In particolare, i diversi tipi di contratto di dipendente a termine, insieme con i contratti da parasubordinati che recano infallibilmente una data di scadenza come le collaborazioni continuative e il lavoro a progetto, sono diventati il tipo di contratto of­ferto in oltre la metà dei casi― che in numerose regioni diventano due terzi― ai giovani incerca di pri­ma occupazione. (cfr. pp. 68-69)
I lavori flessibili comportano dei costi individuali e sociali che non è possibile tacere. “Ci sono tanti […] per i quali i contratti a termine, le collaborazioni dette continuative ma in realtà discontinue, il lavoro intermitten­te, a chiamata, on the road o semplicemente occasionale, oppure in nero― abbiamo visto quanti siano i nomi della flessibilità― sono percepiti, alla lunga, come una ferita dell’esistenza, una fonte immeritata di ansia, una diminuzione di diritti di cittadinanza che si solevano dare per scontati” (pag. 75)
In secondo luogo, il lavoro che si fa oggi è capace di presentare i conti anche tra dieci o vent’anni: quando la giovinezza sarà passata, e le lacune di formazione, i progetti di vita rinviati e mai realizzati, le esperienze professionali frammentarie che caratterizzano i lavori flessibili protratti per lungo tempo comporranno un curriculum dinanzi al quale un responsabile dopo l’altro delle “risorse umane” (espres­sione ingrata da applicare a persone, giacché le definisce come mezzi) scuoterà mestamente il capo.
Il maggior costo umano dei lavori flessibili è riassumibile nell’idea di precarietà. Essa prende forma e sostanza, per una persona, attraverso l’inserimento in una lunga sequenza di contratti lavorativi di du­rata determinata― mediamente di pochi mesi― senza alcuna certezza di riuscire a stipulare un nuovo contratto prima della fine di quello in corso o subito dopo; oppure di ottenere, scontando un’attesa ma­gari lunga e però misurabile, un contratto di lavoro di durata indeterminata. Il termine “precarietà” non connota dunque la natura del singolo contratto atipico, bensì la condizione sociale e umana che de­riva da una sequenza di essi nonché la probabilità, progressivamente più elevata a mano a mano che la sequenza si allunga, di non arrivare mai a uscirne. Nessun settore dell’economia e del mercato del lavo­ro sfugge a tale regola. La precarietà oggi è dappertutto.
Gallino si sofferma a riflettere sulle traversie che i lavoratori precari devono affrontare quotidianamente: impossibilità di fare progetti a lungo termine non solo da un punto di vista lavorativo ma anche da un punto di vista affettivo e familiare. I lavoratori precari percepiscono il loro destino completamente nelle mani di fattori contingenti: tutto può cambiare in un solo attimo.
Nel 1999 si è svolta a Ginevra l’assemblea annuale dell’Organizzazione internazionale del Lavoro il cui titolo era Pour un travail décent. In questo rapporto sono state stilate sette forme di base di sicurezza economica e sociale che tutti i lavoratori dovrebbero avere: sicurezza dell’occupazione, sicurezza professionale, sicurezza dei luoghi di lavoro, sicurezza del reddito, sicurezza di rappresentanza, sicurezza previdenziale. Ovviamente il moltiplicarsi del lavoro precario erode la maggior parte delle sicurezze appena citate e neppure la tanto decantata flexsecurity è riuscita ad ottenere i risultati sperati.
Sarebbe necessario ripensare completamente il mondo del lavoro, discutere finalmente di Stato sociale, difenderlo dagli attacchi delle destre non solo in Italia ma in tutta l’Europa. La sinistra italiana non dovrebbe avere una concezione puramente adattativa delle politiche del lavoro (e distinguersi dalla destra solo per la presenza di maggiori “ammortizzatori sociali”) ma dovrebbe produrre proposte concrete e differenti.