[La redazione di PrecarieMenti rilancia un articolo apparso sulla rivista Loop. La condizione in cui versano gli Atenei italiani è sempre più complessa. La protesta cui stanno dando vita i ricercatori strutturati contro i tagli al fondo di finanziamento ordinario dell'Università, il blocco per i prossimi tre anni delle progressioni stipendiali, potrebbe sfociare non solo in una paralisi dell'attività didattica ma anche in qualcosa di più serio e pericoloso. Il rettore dell'Ateneo di Bologna infatti ha già minacciato di rimediare al blocco della didattica mettendo a bando le materie in questione. Si procederà cioè a sostituire i ricercatori strutturati con docenti a contratto che altro non saranno, nella maggior parte dei casi, che alcuni di quelle migliaia di ricercatori precari dell'università che aspettano di poter entrare. Ci sembra che ci sia la volontà di utilizzare i ricercatori precari (ricattabili e deboli in quanto precari) contro i ricercatori strutturati con l'obiettivo di trasformare una protesta lecita e legittima sul futuro dell'università e di un sistema che necessita di riforme serie e strutturali nella solita campagna corporativa a tutela dei diritti di alcuni. Divide et impera. La rete 29 aprile coordina la protesta]

 
 
di Francesca Coin


Si è conclusa con la decisione di ostacolare ad oltranza l'inizio dell'anno accademico l'assemblea dei ricercatori della Rete 29 Aprile tenutasi a Roma venerdì 17 Settembre. I ricercatori di 46 atenei italiani e degli enti pubblici di ricerca rivendicano la necessità di ripensare interamente una manovra finanziaria densa di contraddizioni ed implicazioni per il futuro dell'istruzione, della ricerca e dell'università pubblica.
I ricercatori sono i più colpiti sul piano delle progressioni stipendiali e di carriera dall'effetto congiunto della riforma universitaria e della manovra finanziaria, ma il mancato riconoscimento economico o giuridico della figura del ricercatore non è importante per se ma in quanto simbolo del processo accelerato di completa destrutturazione dell'università pubblica messo in atto in questi mesi. Lo ha detto qualche giorno fa il Consiglio Universitario Nazionale (CUN), la situazione è grave. I tagli al Fondo di finanziamento ordinario (FFO) prolungati al 2015 sono tali che le università “rischiano il collasso”. Nei prossimi cinque anni l'effetto congiunto del blocco del turnover nelle assunzioni e del pensionamento di circa 18 mila docenti su un totale di 60 mila in un'università notoriamente costituita da un grande numero di docenti di età avanzata sarà necessariamente la menomazione di una grossa parte dell'offerta formativa. Quest'anno per la prima volta nella classifica 2010 del Times World University Ranking nessun ateneo italiano figura tra le 200 università più prestigiose del mondo, e la rivista inglese avvisa che l'università italiana sarà a rischio “fallimento” se continueranno a venir meno gli investimenti. Il quadro nazionale di incertezza creato dalle continue riforme alla struttura universitaria è aggravato dal deterioramento delle condizioni organizzative e finanziarie, e se da una parte il mancato finanziamento dell'istruzione porta all'avvicinamento della ricerca e della didattica alle risorse private e al mercato, dall'altra la precarizzazione del corpo docente mette a rischio il concetto stesso di istruzione pubblica, in un processo concepibile solo all'interno di un progetto antropologico involutivo, degenerativo, repressivo e regressivo.
Buona parte del mondo dell'istruzione si è detta fortemente preoccupata per il futuro tutto dell'istruzione e del paese. I ricercatori strutturati si sono dichiarati indisponibili a svolgere qualunque forma di attività didattica non prevista dalla legge sino a data da destinarsi, ovvero sino a quando le loro richieste non troveranno risposte adeguate da parte del Ministero. Al momento attuale il 58% dei ricercatori su scala nazionale si è dichiarato indisponibile in un'azione importante non solo per il rifiuto di una manovra finanziaria capace solamente di tagliare i servizi più importanti per il bene comune (si pensi al modo in cui sono stati soppressi l'ISPESL o l'ISAE), ma anche sul piano simbolico e politico.
Simbolo di subalternità in un'istituzione storicamente caratterizzata da potere e privilegio, quella del ricercatore italiano è una figura ibrida nata trent'anni fa allo scopo di svolgere attività di ricerca ed eventualmente attività didattica integrativa di supporto alle figure docenti tradizionali. La crescita dell'offerta formativa degli ultimi anni e i graduali tagli all'istruzione hanno lentamente accresciuto le responsabilità didattiche dei ricercatori senza accompagnarvi alcun riconoscimento economico o giuridico formale. Ma se la svalorizzazione economica del ricercatore è quasi umiliante quando raffrontata ai colleghi di qualunque altro paese occidentale, sul piano politico i ricercatori sono in una posizione ancor più complessa. Lavoratori sottopagati la cui carriera dipende da processi di reclutamento e giudizio ad personam, da sempre i ricercatori sono vincolati ad espletare ampi margini di lavoro didattico scientifico ed amministrativo pagato o meno non solo in quanto – come dimostra questa protesta – dalla loro collaborazione dipende la riproduzione stessa dell'università pubblica, ma perchè spesso su tale “collaborazione” poggiano possibilità di assunzione, di conferma o di avanzamento di carriera. Collocati loro malgrado in un'organizzazione accademica per molti aspetti feudale, i ricercatori sono dunque lavoratori cognitivi di elevata complessità costretti da anni a muoversi entro le regole di un sistema di vassallaggio in cui obbedienza e servitù vengono premiate con privilegi mentre l'iniziativa personale e l'autonomia sono spesso punite come simboli di ingratitudine verso quei rappresentanti del baronato scientifico che ancora confondono il paternalismo con la misericordia. È chiaro che in questo contesto l'indisponibilità alla didattica significa non solo la denuncia di una situazione finanziaria gravissima ma la volontà di rompere con un sistema di protettorato che soffoca l'autonomia, la libertà e la dignità non solo di chi fa ricerca ma degli studenti stessi in nome del rispetto dell'autorità patriarcale e della paura. In queste settimane i rettori di numerosi atenei si sono dichiarati formalmente solidali con la protesta, ma in molti casi hanno parimenti richiesto ai ricercatori di non ritirare la disponibilità a svolgere attività didattica appellandosi alla loro “responsabilità nei confronti degli studenti” e minacciando di sostituirli con altri colleghi, precari pensionati o indifferenti alla protesta in caso di rifiuto. L'assemblea di venerdì ha risposto chiedendo ai rettori di non riprodurre in nome della responsabilità nei confronti degli studenti quello stesso processo di reclutamento precario e sottopagato che la protesta vorrebbe fermare, e di considerare il rifiuto del precariato nella ricerca e nella didattica precisamente come un atto di responsabilità nei confronti degli studenti e del loro futuro. In generale la rottura messa in atto da questa protesta rispetto a meccanismi politici di silenzio-assenso tradizionalmente indiscussi è la parte più difficile ed innovativa di questo movimento che nelle settimane a venire scenderà in piazza chiedendo la solidarietà degli studenti e della società civile. La complessità politica del ruolo di ricercatore apre dunque un orizzonte nuovo nell'autunno italiano e propone di ripensare completamente e dal basso il diritto all'istruzione ed alla partecipazione politica in Italia.
Allo stato attuale le anime di questa protesta sono dunque plurime. Ci sono sì i ricercatori che per ora hanno preferito non mettere in discussione un sistema marcio per cui tuttavia hanno lavorato troppo così da allontanare da sé temporaneamente un conflitto di interessi effettivamente difficile da gestire. C'è se vogliamo anche una parte del corpo docente che protesta in quanto vede dissolversi gli onori riconosciuti alle generazioni precedenti. Ma c'è un'anima forte e dominante in questo movimento che vuole liberarsi da strutture di obbedienza logore perchè crede sia possibile nel terzo millennio rivendicare per tutti l'autonomia e l'emancipazione da un modello di servitù troppo diffuso tanto in università quanto a Pomigliano o a Rosarno. C'è un'anima che crede sia possibile aprire nuovi spazi di dibattito per riscrivere un vocabolario libero di parole cariche di nepotismo ed interessi privati come quelle proposte da un Ministro e da un Ministero che senza alcun imbarazzo si permettono di parlare di meritocrazia. C'è un'anima che
crede questo percorso vada fatto accanto ai precari agli studenti e ai lavoratori, in aperta opposizione ed in assoluta contravvenzione ai diktat dei modelli Gelmini Tremonti Marchionne. Quest'anima vuole riscrivere il funzionamento intero dell'università pubblica perchè la ricerca non sia serva del mercato ma un bene comune. E quest'anima a quanto pare è forte e non ha alcuna intenzione di fermarsi.