[Con il permesso dell’autore, pubblichiamo questo lungo commento di Tommaso Pincio apparso su Lipperatura. La questione sollevata da Pincio ha toccato molto profondamente la Redazione, perché descrive un presente in cui ad emigrare non sono unicamente i “cervelli in fuga”, giovani iperqualificati che non trovano collocazione nel terziario avanzato di questo Paese. Anche gli anziani iniziano a porsi il problema di quanto sia auspicabile trascorrere l’epoca più fragile della vita in un luogo che ha molto poco oramai da offrire. Di fatto in Italia non è più garantita l’assistenza necessaria per affrontare serenamente le problematiche della terza età. Chiunque si sia imbattuto nella necessità di assistere i propri genitori anziani ha verificato quale sia il costo che ciò comporta, sia in termini economici che emotivi. Riteniamo doveroso dare spazio a questa questione sociale, perché ci sembra che per la prima volta nel libro di Loredana Lipperini e nella testimonianza di Tommaso Pincio trovi voce all’interno dell’ambiente letterario.]
 
[ In alcuni contesti, valutando come ci si comporta “con gli ultimi” si può capire cosa succederà nel futuro prossimo per non dire recente a quelli che sembrano o si considrano socialmente “i primi” nel tempo presente. Viviamo oggi eternamente divisi, in perenne lotta, tra i vecchi schemi sociali e un precariato ramificato, che colpisce partendo dai più deboli poi diramando. Non si tratta solo, com’è ormai di gran moda considerarlo, di un precariato legato a taluni mestieri ed economie. Gli italiani non si rendono conto che per tanti motivi, logiche, cause ed effetti, reazioni e controreazioni mutate nel corso dei decenni, ormai la vita in Italia è frequentemente (e facilmente) precaria in ogni piega (con le dovute eccezioni che il soggettivo vivere quotidiano presuppone).
Nel significato etimologico ampio del termine “precario” che deriva dal latino prèx, l'italiano finirà (e in parte già lo fa) a pregare per ottenere. Nel lavoro. Nei sentimenti. Nei bisogni primari. Nelle economie. Non siamo più ‘padroni’ di quegli elementi che invece in passato con un po’ di fortuna, tanto impegno, costanza e dedizione si ottenevano, prima o poi (se non proprio come li si voleva, quanto mento entro mediazioni e compromessi accettabili per l’identità individuale, la dignità nonché il tempo dedicato e le rinunce accettate). Ciò che sfugge, oggi, è che le dinamiche instabili del “pregare per ottenere” sono sempre più frequenti e diffuse per i mestieri quanto la salute, l'invecchiare (dunque anche il fine vita), il gestire sentimenti e legami. Barbara Gozzi]
 

 
 
di Tommaso Pincio
 

Questo tuo libro mi interessa molto. Mi interessa perché è un problema che mi porto dentro da un sacco di tempo. E da tempo sto raccogliendo materiale sull’argomento. Prima o poi ne verrà fuori qualcosa, seppure certamente alla mia surreale e sgangherata maniera. La ragione per cui ci penso così tanto è, come spesso capita, d’ordine personale. Da un anno ormai i miei genitori hanno lasciato l’Italia. Si sono trasferiti all’altro capo del mondo, convinti da me e mio fratello, perché con 600 euro di pensione, una volta finiti i risparmi, qui da noi avrebbero fatto la fame. Già gli si paravano davanti certi scenari di cui parli nel libro. Mio padre e mia madre non avevano mai preso un aereo in vita loro; credo che il posto più lontano da Roma dove è stata mia madre sia l’Abruzzo. Non sanno una parola d’inglese. Quando si sono recati all’aeroporto avevano soltanto qualche borsa. La gran parte delle loro cose sono rimaste qui. I mobili coi quali avevano trascorso un’intera vita, i quadri, una discreta quantità di libri, il cane. Nella concitazione della partenza non sono nemmeno riuscito a trovare gli album delle foto. Ora la casa con tutte le loro cose è stata venduta. Quei soldi gli serviranno per vivere, per le emergenze, perché, da stranieri, nel paese in cui sono adesso saranno privi di assistenza, dovranno pagarsi tutto. Per quanto, pure qui ci si avvia a pagare tutto. Comunque, quello che ho scoperto occupandomi dei loro visti, dei preparativi, è che esiste un intero mondo di anziani che cominciano a lasciare l’Italia. Un discreto numero va in Africa. Sono ancora pochi, ma non così pochi come si potrebbe pensare. E sarebbero molti di più se gli anziani non fossero attanagliati dalla paura o dalla semplice impossibilità. I miei manco si sarebbero sognati di fare un passo simile se non ci fossimo stati noi figli a convincerli che in Asia avrebbero potuto condurre una vita più serena e dignitosa. Ora stanno bene. Il mese scorso si sono presi la dengue, che è una febbre tropicale. Ma a parte questo, la loro vita scorre come meglio non potrebbe. In ogni caso, molto meglio di quella che si avviavano a condurre qui. E ciò che mi prefiguro quando penso al futuro della mia generazione e di quelle seguenti è un grande esodo di vecchi, di anziani che si trasferiscono in paesi poveri nella speranza che laggiù i loro quattro soldi di pensione valgano qualcosa. Un emigrazione al contrario. Mi immagino un tempo di giovani poveri cercano una possibilità nel vecchio mondo e poveri vecchi che la cercano in quelli nuovi. La notte ho incubi di questo tipo: che il mondo povero resti povero per dar da mangiare a noi vecchi, a chi, fra noi vecchi prossimi venturi, non avrà abbastanza risorse per permettersi d’invecchiare. Probabilmente non andrà così. Per tante ragioni. Però l’incubo rimane. Ed è fondamentale che se ne cominci a parlare.
 
Amici, io questa storia cerco di raccontarla sempre perché vedo e conosco situazioni come quelle della mamma di Giulia [commentatrice di Lipperatura, ndr], alla quale posso aggiungere questo per infonderle coraggio: mio padre ha 77 anni, mia madre 68. Entrambi, ripeto, non avevano mai volato prima. Mia madre manco il treno aveva mai preso. Si era sempre spostata coi “mezzi”, per dirla alla romana, o in auto, con mio padre alla guida. Penso non bastino parole per descrivere il loro aspetto al momento della partenza. Sembravano un film neorealista, solo a colori. Mio fratello che è andato a prenderli all’arrivo dice che sembravano Alberto Sordi e la moglie in visita alla Biennale di Venezia, se avete presente. Nonostante abbiamo impiegato anni a convincerli, non smetto mai di stupirmi del loro coraggio. Anche incoscienza, forse. La maggiore preoccupazione di mio padre era di non poter più vedere Anno Zero. Quella che dichiarava apertamente. Poi immagino che non dormisse, la notte, per l’angoscia. Ora ciò che mi dà più da pensare è proprio il fatto che se non avessimo potuto offrirgli questa possibilità, i nostri genitori avrebbero avuto davanti anni di stenti e umiliazioni. Perché ti senti umiliato quando non riesci a badare a te stesso. Un’umiliazione simile avremmo patito noi figli, non in grado di garantire loro una vita dignitosa. Ecco, io penso per l’appunto a questo: ai tantissimi genitori in queste condizioni (perché sono tantissimi) e a quanti figli non più giovani, magari già quarantenni come me, lavoratori “flessibili” o senza un orizzonte sul quale contare. Penso ai vicoli bui nei quali si sentono intrappolati. Tra l’altro i veri vecchi di questa storia siamo noi. Perché sono i nati negli anni 60 e 70 i figli del boom demografico, i figli che sono divenuti genitori tardivamente o non lo sono divenuti affatto, i figli che hanno potuto contare sui piccoli patrimoni di famiglia ma che sono nell’impossibilità di accantonare un centesimo. I miei genitori avevano una casa da vendere, io no, per esempio. Non avrò nemmeno dei figli che mi diano il coraggio di cercare una vita dignitosa altrove. Purtroppo questa del paese che non è più vecchi non è una storia destinata a finire qui. Quello di Loredana è appena il prologo, temo. Comunque adesso i miei genitori vivono in una piccola isola tailandese nel golfo del Siam, in prossimità della Malesia.
 
[…] Le parole da dire le ha scritte Paola Di Giulio [nello stesso thread, ndr.]. Per cui le copio e le incollo: “Vi assicuro che sono pochissimi i casi in cui la vecchiaia e i suoi guai vengono trattati con competenza medica, burocratica e soprattutto con rispetto umano. Anche per morire con dignità. E pochi i casi in cui i figli riescono a non schiantare sotto il peso di una gestione essenzialmente ignorante, tra inadeguatezze mediche, umane, e tagli alla Sanità.” Tra questi pochi casi rientra la mia famiglia. E poco conta se sia un caso da ammirare o disapprovare. A un tratto abbiamo intravisto la tegola che ci stava cadendo addosso: i soldi stavano finendo, la salute era un’incognita, il paese era quello che ha descritto Paola. Ci siamo barcamenati per anticipare il disastro: è questo il succo, giusto o sbagliato che sia. Ma il mio pensiero è per i molti cui manco è concesso il barcamenarsi o che non sanno come farlo. E questo pensiero è il motivo per cui, d’impulso, ho raccontato qui la mia esperienza in fondo fortunata. Tutto qua.

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