di Maria Angela Spitella
[originariamente pubblicato su Nazione Indiana]

Giacomo sembra San Francesco, è vero, ha l’accento siciliano, ma i modi e la faccia ricordano quelli di un Francesco laico. Parla pacatamente, oramai lo sciopero della fame ha superato le due settimane. Ha la bocca impastata, ma lo sguardo sereno e disteso. Le parole sembrano quelle del poverello di Assisi, ma al contrario lui non ha scelto di essere povero. E’ uno dei 200 mila precari della scuola, uno che tra i banchi non ci tornerà sicuramente, affamati dalla riforma del ministro Gelmini.

Sì, tra i banchi, perché Giacomo porta avanti la sua battaglia come operatore scolastico, non è un insegnante ma un bidello, che lotta con gli altri colleghi per il posto di lavoro e quindi per una scuola migliore.

Lo sciopero della fame è emblematico, il presidio davanti a Montecitorio, la Camera dei deputati, resiste.

La protesta dei precari continua a viaggiare per tutta Italia, da sud a nord. Lo scorso anno erano i precari dei tetti, oggi sono quelli dello sciopero della fame. Il 13 settembre in gran parte del paese riapriranno le scuole, ma loro, Giacomo, Caterina, Marco e i loro colleghi non entreranno nelle aule insieme agli studenti e forse non ci entreranno mai più. Li abbiamo incontrati davanti alla Camera dei Deputati.

Un piazza deserta, presidiata dalla consueta camionetta dei Carabinieri e, lontano dall’entrata usata dai Deputati, la tenda canadese che è la loro camera da letto.

Sono le dieci di mattina, e i tre ragazzi, Giacomo di 31 anni, Caterina di 37 e Marco di 35 sono già in piena attività. La piazza è semideserta. La Camera è chiusa, i lavoro parlamentari riprenderanno a metà settembre.

“E’ stata una scelta ragionata, ci spiega Giacomo, quella di iniziare lo sciopero con le Camere chiuse, vogliamo attirare l’attenzione della gente e non solo quella dei politici”.

Anche Caterina ha la bocca impastata, lei è battagliera, sono 14 anni che è precaria, ma non ha mai pensato di mollare, nonostante abbia tre figli, una famiglia, ha sempre lavorato sperando di anno in anno di venire assunta e “invece lo stato mi assumeva e poi ogni anno mi licenziava. Così sono volati 14 anni. E quest’anno non sono stata chiamata”.

Anche lei è siciliana, maestra elementare, con Giacomo si sono conosciuti per lottare insieme.
Anche lei, nonostante sia stremata dallo sciopero della fame e dal grande caldo ha un viso disteso, non è la guerra che vogliono ma semplicemente un posto di lavoro, lottano per dei diritti fondamentali e lottano perché la scuola non venga disgregata.

Ci sediamo sulle sedie di plastica e sembra di stare in un cinema all’aperto. Fa uno strano effetto sedersi con lo sguardo rivolto a Montecitorio mentre si parla di problemi che non interessano solo i lavoratori del settore scuola, ma dovrebbero interessare tutte le persone, perché tutti prima o poi veniamo a contatto con la scuola. Prima da allievi, poi da genitori, e magari anche da insegnanti.

La scuola così bistrattata è il primo luogo dell’infanzia dei nostri figli, nel quale imparano a confrontarsi con l’altro. In un paese che dovrebbe essere democratico, l’istituzione scolastica è tenuta a considerare tutti i cittadini nello stesso modo, e a formare le donne e gli uomini del futuro.

“Ma come si può”, ci dice Marco, precario dal 2000, professore di lettere alle medie, figlio d’insegnanti, che gli hanno trasmesso l’amore per l’insegnamento, “non accorgersi che lasciare fuori i precari dalla scuola significa procurare al paese un dramma, oltre che occupazionale, anche sociale”. Sì perché non dimentichiamo ci ricorda Marco “che gli insegnanti e il personale che lavora nella scuola svolge, non solo un compito educativo, ma anche sociale”. “Ho insegnato 10 anni nelle scuole del Lazio, e mi sono accorto che i ragazzi non hanno più sogni da realizzare, vivono tra insegnanti e genitori precari”.

Anche Caterina, maestra elementare che aspetta da 14 anni il posto di ruolo e continua lo sciopero della fame per tutti i precari, ci spiega che lo scorso anno ha dovuto lasciare i tre figli e il marito per andare a lavorare in una scuola elementare di Brescia. “Ho dovuto spiegare ai miei ragazzi di 14, 9 e 5 anni, perché li “abbandonavo” per un anno. In Sicilia non mi chiamavano più per le supplenze.

Ho trovato – ci spiega Caterina, sempre con il sorriso sulle labbra – una grande solidarietà dai colleghi bresciani”. Anche con i genitori è stata una bella esperienza “certo loro hanno il timore che dopo qualche mese si lasci la classe, ma fortunatamente non è stato così”. Insomma il problema dei precari è come un castello di carte, quando inizia a cadere la prima cadono tutte.
Giacomo riprende le fila del discorso di Caterina. “ Vorrei dire al Ministro Gelmini che 160 mila tagli non si possono definire una riforma, ma dobbiamo chiamarli con il loro nome: tagli”. “Sono 160 mila vite con dentro altre vite, e quando si perde il posto di lavoro – spiega ancora Giacomo – cambia il rapporto con la famiglia, la moglie i figli, cambia la vita sociale”. Ed è la scuola stessa che dovrebbe concentrarsi intorno alla vita, dietro ad ogni studente – ricorda Giacomo come se volesse parlare ad un Governo che lo ha dimenticato – c’è una storia, e il progetto futuro di un paese democratico”.

“Al Ministro Gelmini che ha dichiarato che in Italia ci sono più bidelli che Carabinieri, chiosa Giacomo – vorrei ricordare che per fortuna ci sono più scuole che caserme. Il rapporto tra bidelli e alunni è di uno a 100”.

Dal 13 cosa faranno Caterina, Marco, Giacomo, “bella domanda” rispondono quasi all’unisono, continueranno certamente la lotta per i diritti sanciti dalla Costituzione della Repubblica Italiana, quello al lavoro e quello allo studio.

La piazza è ancora vuota, non ci sono auto blu, e non c’è il viavai solito dei parlamentari, ma al presidio dei precari che scioperano si è formato un capannello di gente che porta solidarietà a chi ha il coraggio ancora di lottare per i diritti di tutti.