di Claudia Boscolo

 

Qualche giorno fa lo scrittore Tommaso Pincio è intervenuto in una discussione, avvenuta principalmente in Rete, in cui si poneva l’accento sulla questione del mancato supporto degli intellettuali di questo Paese alla lotta dei precari della scuola contro i tagli selvaggi operati da questo governo al sistema scolastico italiano. Le conseguenze di questo intervento consistono nella formazione di classi dal numero ingestibile con abbassamento della qualità della didattica e dell’apprendimento, e nel più massiccio licenziamento di massa mai operato sul pianeta Terra (all’incirca 200.000 docenti, tutti assieme, contando le mancate sostituzioni dei pensionamenti). Questo dramma ha colpito il Paese tutto, e non solo la categoria degli insegnanti, in quanto le conseguenze si avvertiranno non solo nell’immediato, ma soprattutto nel futuro, quando i genitori si renderanno pienamente conto di conto di ciò che questi tagli comporteranno per la formazione dei loro figli. Questo avvenimento è stato accompagnato da un silenzio inquietante da parte degli scrittori e della classe intellettuale tutta. Scarsissimi gli articoli apparsi, fra cui spiccano uno di Francesco Merlo su Repubblica del 4 settembre e uno di Chiara Saraceno (commentato da Mimmo Marino su questo stesso blog) che hanno affrontato la questione in maniera approfondita. Per il resto, il dramma è stato trattato come se non riguardasse nessun altro se non i diretti interessanti, ovvero i precari della scuola che resteranno senza lavoro.
Nell’ambito di una discussione nata su Facebook, Pincio manteneva una posizione in linea con un articolo da lui pubblicato sul Manifesto con il titolo “Senza ironia” e poi ripreso da Nazione Indiana con il diverso titolo “L’Italia che non è in me”. In quella sede Pincio illustra le pecche del genere dell’invettiva, tanto frequentato in Italia quanto secondo lui ingiustificato, data la persistenza e, anzi, la prevalenza dell’atteggiamento auto-assolutorio derivato dalla morale cattolica. La confessione dei propri peccati, secondo Pincio, permette di giustificare il proprio chiamarsi fuori dalla massa dei peccatori, grazie all’elevare il proprio peccato spiegandolo, cosa che però, a quanto pare, non rende affatto migliori. Il discorso di Pincio sembra, a tutti gli effetti, auto-assolutorio. Il peccato: non prendere posizione. Grazie a una lunga spiegazione, Pincio può concludere amaramente che la Penisola è lasciata in mano a un nuovo crociato che instilla odio religioso dagli schermi TV, che incita al mantenimento del crocifisso, simbolo di fatto svuotato di potere evocativo, in quanto la tendenza alla scepsi, tratto caratteristico italiano, permette di utilizzare qualsiasi simbolo senza che esso valga alcunché Così facendo Pincio parla della Penisola proprio come gli, a lui odiosissimi, autori di invettive. Chi sarebbe di fatto scettico, se non lui stesso, nell’atto medesimo di articolare un discorso come questo? Sempre che si stia parlando di scetticismo, perché per come si esprime Pincio, pare che si riferisca piuttosto alla diffidenza, e i due concetti non sono affatto omogenei.
Nel sostenere che il male degli italiani consiste nell’autoassolversi, ma al contempo rinunciando alla denuncia, Pincio sembra non manifestare il desiderio di uscire da un’aporia di ordine ontologico. Male è autoassolversi: cos’è allora sottrarsi alla lotta?

Per chiudere definitivamente con l’autoassoluzione, e anzi, con la morale cattolica tout court, di cui la teoria del libero arbitrio a cui fa riferimento non ne è che una parte, per quanto sostanziale, sarebbe utile che alla teoria seguisse la prassi. Non è sufficiente sostenere che nella cultura italiana predomina il grottesco in quanto prodotto residuale della morale cattolica, tentando una via alternativa all’analisi offerta da Wu Ming 1 e da Tiziano Scarpa della narrativa più recente, in cui si identifica una rinuncia all’ironia caratteristica del metadiscorso postmoderno, presentando il grottesco come elemento peculiare della produzione letteraria e soprattutto cinematografica italiana. Oppure: è molto interessante, e in effetti espone la pars destruens, ma infine il discorso non offre una proposta costruttiva.

Che i politici utilizzino in modo strumentale la tendenza all’autoassoluzione presente nella cultura italiana è una constatazione amara di Pincio, che però non giustifica in alcun modo l’astenersi dell’intellettuale dalla funzione sociale che gli è propria.

Alla teoria segue la prassi.  All’idea segue l’azione.

Una prassi realistica va nella direzione del limitare i danni che lo stampino culturale italiano ha provocato nei secoli. Questo tipo di prassi un tempo si chiamava lotta, ma visto che Pincio dichiara di trovare indigesto il termine “empatia”, che fino a prova contraria è il presupposto su cui si basa la lotta (non molto tempo fa la chiamavamo anche solidarietà, volendo sostituire il termine di derivazione cristiana con quello di matrice socialista); e visto che questa avversione per il termine viene espressa dalle pagine culturali di quello che si definisce un quotidiano comunista, ci si chiede perché quel quotidiano conceda spazio a una tesi così fortemente conservatrice e sterile.
Fertile sarebbe invece qualsiasi tipo di partecipazione. Andrebbe bene anche bombardare di tanto in tanto Montecitorio con dei palloncini rossi, tanto per far vedere che i non rappresentati tuttavia vivono, o qualche altra TAZ che dimostrasse però desiderio di partecipare alla costruzione di un ambiente diverso e più vivibile.

In altre parole: che senso ha contestare il motto genniano “L’Italia non sono io” (“Vedo l’Italia. Vedo me. Non sono io”, Italia de Profundis, p. 11) quando identificare il male d’Italia alla pratica dell’autoassoluzione rappresenta un passo indietro, un tornare all’analisi piuttosto che dall’analisi acquisita passare alla prassi. A parte che il motto di Genna va in un senso ulteriore, che non è affatto secondo al livello letterale. Per via negativa quella frase risponde alla domanda metafisica che supera di molto la questione identitaria, e nel contesto di quell’opera di quell’autore, non è un semplice dissociarsi, un chiamarsi fuori dalla situazione italiana condannando la Penisola nel senso dato dai naufraghi di Lost che suggerisce Pincio, ma un disidentificarsi, ovvero svincolare il sé non solo dal male contingente, ma dal predominio dell’io non coscienziale, quell’ego che in ultima analisi è il responsabile dei crimini dell’umanità tutta, e non certo solo dei mali d’Italia.
Praxis significa anche saper prendere una posizione chiara e ben definita, saper enumerare i problemi reali e volerli affrontare, empiricamente, nella lotta. Quando si chiede al cittadino Pincio che si pronunci sulla distruzione sistematica del sistema scolastico, non gli si chiede una provocazione. Gli si ch
iede presenza, scrittura civile, partecipazione. Che questo vada in segno contrario alla sua poetica è più che legittimo e non lo si mette in discussione: ci manca solo di tornare ancora più indietro, quando agli scrittori veniva imposto di aderire alla costruzione di un corpus letterario antifascista per via di una poetica imposta.

Non è tuttavia condivisibile chiamare in causa la morale cattolica e la pratica dell’autoassoluzione per rispondere ad insegnanti disperati e praticanti lo sciopero della fame, deprivati del proprio lavoro, disertati dalle istituzioni in un’epoca che rimarrà della vergogna. Che siano certamente gli scrittori e gli intellettuali a decidere come desiderano intervenire. Basterebbe, appunto, che alla base ci fosse un desiderio (possibilmente feroce).