di Valentina Fulginiti

Pier Paolo Pasolini, come è noto, aveva proposto di abolire due cose, la televisione di stato e la scuola dell’obbligo. L’aveva proposto all’indomani del massacro del Circeo, in una delle sue Lettere Luterane più citate, “ABOLIAMO LA TV E LA SCUOLA DELL’OBBLIGO”. Difficile dire che sia stato accontentato, anche se a qualche osservatore distratto, almeno per la seconda parte, potrebbe sembrare di sì. Lo stesso lettore distratto, poi, potrebbe equivocare quelle parole, leggendole nello stesso spirito in cui – senza citarle direttamente, e anzi, invertendone la proposta – le ha riprese Alessandro Baricco un paio di anni fa. Perché, se la pars destruens dell’intervento di Baricco, pur contenendo alcune verità scomode, si prestava a un uso politicamente inaccettabile, e se la sua pars costruens appariva fin troppo facile da condividere (una scuola pubblica di qualità e una televisione decente, chi mai non le vorrebbe?), l’assunto di Pasolini va molto, molto oltre la semplice provocazione.

Pasolini parla, indirettamente, di un potere che persiste nel suo fascismo sotto l’apparenza della tolleranza, e di una generazione che, elevando la controcultura a sistema, nega di fatto ogni possibile spazio per una cultura realmente altra e ‘subalterna’. Parla, insomma, di una generazione che ha saldamente conquistato il potere fingendo di rifiutarlo; e che, rinunciando alla propria responsabilità (insisto, non al potere ma alla sua esplicita gestione), ha di fatto interrotto ogni possibile dialettica tra le generazioni.
È per questo, infatti, che nella Postilla in versi (pubblicata postuma nelle Lettere Luterane, Einaudi 1976) fa urlare al Diavolo un falsamente liberatorio: “Viva Benjamin Spock!”. Essere presi sul serio, non essere condannati alla falsa scelta del consumismo, questo chiedono i giovani nella parte centrale (qui riportata a stralci) della sua Postilla.

Siamo stanchi di diventare giovani seri,
o contenti per forza, o criminali, o nevrotici:
vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare
qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare.
[…]
Signor Maestro, la smetta di trattarci come scemi
che bisogna sempre non offendere, non ferire,
non toccare. Non ci aduli, siamo uomini, Signor Maestro!
(Bestemmia II, 2119)

Negli stessi termini va esprimendosi, circa nello stesso periodo, un grande educatore democratico come Danilo Dolci, che in uno dei suoi libri (mi pare Chissà se i pesci piangono ma ora non ho davvero modo di verificare, non mi si metta in croce per questo) riportava il giudizio (auto-)critico di una ragazzina rispetto all’inutilità di della sua educazione, progressista, piacevole ma… completamente vuota. E qui parliamo di uno che le scuole le fondava dove non c’erano nemmeno le strade, che nelle scuole partiva dalla maieutica e dal dialogo, e che sui banchi, a dialogare e imparare, ci chiamava non solo i ragazzini ma pure le loro mamme e papà, quasi sempre analfabeti; uno che faceva gli scioperi della fame perché di fame non si morisse più, uno che ha cominciato a occuparsi di mafia e di legalità quando ancora i giudici e i procuratori, per dirla con Sciascia, conoscevano un solo delitto, quello passionale.

Criticare la scuola del pressappochismo, del permissivismo inteso come rinuncia del proprio compito di acculturazione di fronte alla massa inerte, non significa dunque stare dalla parte delle Gelmini, delle Moratti e di tutti coloro che vorrebbero misurare la preparazione degli insegnanti col metro della sarta (se non coi cordoni della borsa). Non significa mascherare l’autoritarismo e l’ipocrisia da serietà, né scambiare il classismo per rigore. Soprattutto non significa insistere nell’attuale opera di propaganda che getta manciate di discredito su tutti gli insegnanti, vigliaccamente incolpati del loro precariato come se essi ne fossero gli artefici anziché le vittime. Significa, invece, ricordare la grande lezione di Don Milani: quel suo motto, “LA SCUOLA SARÀ SEMPRE MEGLIO DELLA MERDA”, che andrebbe inciso a lettere di fuoco sulla porta di ogni scuola, specialmente questi tempi in cui chiunque, anche il peggior evasore fiscale, può permettersi di tacciare gli insegnanti di inutilità e parassitismo.
E perché sia chiara la prospettiva – NON reazionaria, NON conservatrice – dei versi di Pasolini non si può tacerne l’ultimo movimento:
“Capi, padri, signori: I) i più adorabili di tutti sono quelli che non sanno di avere diritti./ II) Sono adorabili anche quelli che pur sapendo/ di avere dei diritti, non li pretendono. // III) Sono abbastanza simpatici, poi, quelli / che lottano per i diritti degli altri” (ivi, 2119.
Insomma, il suo non era certo un elogio dell’andare a testa china. Al contrario: “Voi pensate i nostri doveri/ ché ai nostri diritti, se vorremo, ci penseremo noi…”, fa infatti reclamare agli ‘scolari’ (ivi, 2120).

Pasolini, poi, che andava in fondo ai suoi ragionamenti, non solo odiava la scuola e la televisione, ne odiava anche i principali utenti: i giovani. Vabbe’, sì, non tutti e non sempre, lo sappiamo, però è abbastanza risaputo che verso la fine della sua vita aveva cambiato idea sui loro corpi, al punto da rinnegare pubblicamente la suaTrilogia della vita, e insomma, aveva cominciato a scorgere nella mutata natura della delinquenza, e nella falsa ‘tolleranza’ sessuale, i segni di una progressiva anomia. In un’intervista rilasciata a Massimo Fini nel settembre 1974, ad esempio, dichiara:

“I ragazzi dai quindici ai venti ai ventuno ai ventidue anni sono odiosi. Poveretti. Non sanno più parlare, sono completamente afasici, sono dei presuntuosi. Sono proprio una povera cosa.” (Interviste corsare, 241)

Cose, e non persone: cose in un mondo di sole cose, edificato dal consumismo e dalla falsa tolleranza, dai media democratici e dall’opera diseducativa della televisione, e non persone abitate dal dono della parola (come, solo qualche anno prima, erano invece i ragazzi di Don Milani). Nei suoi ultimi scritti, Pasolini descrive una gioventù teppistica: i ragazzi che egli vede hanno sul volto il ghigno della delinquenza normalizzata (simile a quello che, nel progettato film su Paolo di Tarso, si sarebbe dovuto scorgere sul volto dell’evangelista Luca posseduto dal demonio, e a quello che, ne Il Vangelo secondo Matteo, deforma il volto del demonio e di Giuda):

[Q]uesti ragazzi hanno perso la loro individualità, son tutti uguali, fascisti, antifascisti, studenti, operai, borghesi, sottoproletari, delinquenti. Se tu vai per strada in una borgata romana o nelle periferie milanesi e cammini e vedi dei gruppi di giovani, niente, ma proprio niente ti può far dire guardandoli se quelli sono o no dei delinquenti e se fra cinque minuti ti ammazzeranno. Io lo trovo spaventoso. (ivi, 241)

Quello di Pasolini, insomma non è – come potrebbe sembrare, ribadisco, a un lettore distratto – un odio generazionale. Pasolini non riconosce alcun valore al conflitto generazionale; né potrebbe farlo, vista la sua nostalgia del mondo contadino. Il suo è, in qualche modo, un odio di classe. Odia ciò che in quella generazione si esprime: l’afasia di un mondo di merci, ma soprattutto la tensione a diventare tutti borghesi, a non desiderare altro. Una tensione che egli, a mio avviso c
orrettamente, riconduce al più vasto corpo della critica marxista, e alla fase (allora come oggi avanzata, e globalizzata) del capitalismo: «Tutto il mondo di oggi è preveduto in Marx fin nei minimi particolari, fino al consumismo, fino ai giovani d’oggi, questi giovani che la pagheranno carissima e che mi fan pena…». (ivi, 241). Pasolini (via Marx) profeta dei nostri tempi? Sì, ma con qualche approssimazione. Che quella generazione lì, che aveva vent’anni nel 1975, in effetti, non ha pagato proprio un cazzo. I costi li stiamo pagando tutti noi, qui ed ora.

Annunci